La congiura di Catilina nella crisi della
Repubblica romana: conflitto politico, trasformazioni sociali e stato
d’eccezione
| Catilina, il ritratto di un uomo che conobbe la solitudine |
La congiura di Catilina nella crisi della
Repubblica romana: conflitto politico, trasformazioni sociali e stato
d’eccezione
di Gerardo Lisco
Introduzione
Questa mia
riflessione trae spunto dalla lettura del saggio curato da Gianfranco Blasi e
Aldo Noviello dal titolo “Dialoghi con Cicerone. Oltre i confini della storia”
per le Edizioni Il Segno. La mia è una lettura critica del testo che parte da
un’analisi delle condizioni sociali ed economiche della società romano-italica
dell’epoca e dalla crisi delle istituzioni della Repubblica romana e da
un’oligarchia inadeguata ad avviare un processo di riforme istituzionali capaci
di far fronte al nuovo contesto maturato dalla fine delle guerre puniche in
poi. In questa prospettiva, l’analisi della congiura di Catilina viene assunta
non come semplice episodio politico, ma come punto di osservazione privilegiato
per comprendere le dinamiche strutturali della crisi repubblicana.
Pertanto centrale per la mia riflessione è lo scontro politico tra Marco Tullio Cicerone e Lucio Sergio Catilina. «Ma come con travaglio e giustizia lo Stato crebbe […] la fortuna cominciò a incrudelire e a rimescolare tutto.» Con queste parole Sallustio descrive la trasformazione morale e politica della Roma repubblicana dopo le grandi conquiste mediterranee. Il passo costituisce non solo un giudizio etico sulla decadenza dei costumi, ma anche una chiave interpretativa storiografica che ha influenzato profondamente la lettura della crisi repubblicana come processo di corruzione interna dell’élite dirigente. È opportuno sottolineare come la tradizione delle fonti antiche non sia neutrale, ma risponda a esigenze politiche e retoriche specifiche, che devono essere tenute in considerazione nell’interpretazione storica. La tradizione storiografica, fortemente influenzata dalla narrazione di Cicerone, ha a lungo restituito l’immagine di Catilina come di un sovversivo privo di scrupoli, moralmente corrotto e politicamente pericoloso. Tuttavia, una lettura critica delle fonti e una più attenta considerazione del contesto storico suggeriscono la necessità di superare questa rappresentazione unilaterale. La figura di Catilina, lungi dall’essere riducibile a una caricatura morale, appare piuttosto come espressione delle profonde tensioni socio-economiche e politiche che attraversavano la Repubblica romana nella prima metà del I secolo a.C. Il presente saggio si propone di analizzare la congiura di Catilina non soltanto come episodio di sovversione politica, ma come sintomo di una crisi strutturale dell’ordinamento repubblicano, in cui il conflitto tra legalità e necessità, tra conservazione dello status quo e istanze di trasformazione, raggiunge un livello particolarmente acuto.
![]() |
| Catilina e le masse urbane, lottò fino alla morte nel segno di una rivoluzione |
I. Il contesto storico: espansione, integrazione e crisi del modello
repubblicano.
l quadro
storico che segue evidenzia come la crisi della tarda Repubblica non sia
riconducibile a un singolo evento, ma a una trasformazione progressiva degli
equilibri economici, sociali e istituzionali. Per comprendere lo scontro tra
Catilina e Cicerone è necessario collocarlo nel più ampio processo di
trasformazione che investì Roma a partire dalla fine delle guerre puniche.
L’espansione territoriale, culminata nella distruzione di Cartagine e nella
conquista del bacino mediterraneo, determinò un profondo mutamento degli
equilibri economici e sociali. Parallelamente, Roma fu interessata da un
processo di progressiva inclusione politica: dapprima la plebe, poi i popoli
italici, ottennero l’accesso alla cittadinanza, in particolare dopo la guerra
sociale (91–88 a.C.), seguita all’assassinio del tribuno Marco Livio Druso.
Successivamente, Giulio Cesare estese la cittadinanza alla Gallia Cisalpina,
contribuendo ad ampliare ulteriormente la base civica dello Stato.
Nonostante
tali aperture, la Repubblica mantenne una struttura sostanzialmente
oligarchica. Il Senato, espressione dell’aristocrazia, continuò a rappresentare
il centro del potere politico, anche dopo l’accesso della plebe alle
magistrature superiori sancito da leggi come le Liciniae Sextiae.
L’integrazione delle classi subalterne si configurò spesso come un processo di
cooptazione, che non modificò in profondità i rapporti di forza.
Questo equilibrio
entrò progressivamente in crisi con l’espansione imperiale. La concentrazione
della ricchezza e della proprietà fondiaria nelle mani di una ristretta élite
minò le basi del sistema censitario su cui si fondava la cittadinanza romana.
Le conseguenze furono rilevanti anche sul piano militare. Le riforme di Gaio
Mario, abbassando il censo necessario per l’arruolamento, trasformarono
l’esercito da milizia civica a struttura professionale, composta in larga parte
da individui economicamente svantaggiati. Se da un lato ciò rispose alle
esigenze di un impero in espansione, dall’altro contribuì a rafforzare il
legame personale tra soldati e comandanti, indebolendo la fedeltà alle
istituzioni repubblicane.
In tale
contesto si sviluppano le tensioni che avevano già trovato espressione nelle
riforme dei Gracchi e che, nel I secolo a.C., sfociano in una crisi sistemica
dell’ordine repubblicano.
![]() |
| Catilina fu antesignano dell'idea rivoluzionaria di Giulio Cesare? Oppure fra i due vi fu sin dall'inizio una sorta di complicità |
II. Cicerone e la difesa dello status quo: costruzione politica del nemico
All’interno
di tale scenario, la dimensione del conflitto politico assume un ruolo centrale
nella costruzione delle categorie di legittimità e illegittimità. Lo
scontro tra Catilina e Cicerone assume una valenza eminentemente politica. È
significativo osservare che Catilina non fu mai sottoposto a un regolare
processo per i fatti del 63 a.C., né ebbe la possibilità di difendersi in sede
giudiziaria. Le Catilinarie di Cicerone furono
pronunciate nel 63 a.C., “riscritte” nel 60 a.C.” e pubblicate nel 56
a.C. per cui sono da essere considerate una vera e propria difesa del proprio
operato. Per correttezza, pur condividendola, l’interpretazione di Luciano
Canfora è critica nei confronti della costruzione politica ciceroniana, ma
l’idea di una riscrittura sistematica finalizzata a tale giustificazione non è
condivisa come dato storico accertato dalla storiografia maggioritaria.
Già negli
anni precedenti, Catilina era stato oggetto di procedimenti giudiziari — dai
quali era uscito assolto — utilizzati verosimilmente per ostacolarne la
carriera politica. Lo stesso Cicerone, in una fase precedente, si era
dichiarato disposto a difenderlo, segno della complessità dei rapporti politici
dell’epoca.L’elezione di Cicerone al consolato nel 63 a.C., insieme a Gaio
Antonio Ibrida, segna un momento decisivo. Homo novus, privo di nobiltà
ancestrale, Cicerone si presenta come difensore dell’ordine repubblicano, ma la
sua azione politica appare strettamente legata alla tutela degli interessi
dell’oligarchia senatoria. In merito è interessante è quanto scrive lo stesso
Cicerone nell’orazione In Pisonem « Alle calende di gennaio ho liberato il
senato e tutti gli uomini onesti dal timore di una legge agraria e di una
colossale operazione di corruzione elettorale…. Nell’affare di C. Rabirio,
accusato di alto tradimento , ho lottato contro attacchi odiosi sostenendo una
decisione antica, presa dal senato quarant’anni prima del mio consolato.. Ho
lavorato in modo che giovani onesti e meritevoli fossero esclusi dall’elenco
degli eliggibili, attirandomi la loro inimicizia ma evitando di compromettere
il senato, perché sapevo che se avessero ottenuto qualche magistratura
avrebbero provocato gravi disordini per lo Stato. Ho ottenuto dal mio collega
C. Antonio , che desiderava una provincia e si lasciava coinvolgere in
eccessivi intrighi politici , moderazione …. Ho ingiunto a L. Catilina …. di
lasciare l‘Urbe . :Ho, negli ultimi mesi del mio consolato, strappato dalle
mani criminali dei congiunti i pugnali puntati contro la gola di tutti i
cittadini ...» Particolarmente significativa è la sua opposizione alla legge
agraria proposta da Rullo. Pur dichiarando inizialmente una disponibilità al
sostegno, Cicerone contribuì in modo determinante al suo fallimento,
argomentando contro i poteri straordinari che sarebbero stati attribuiti ai
commissari incaricati della redistribuzione fondiaria. In tal modo, egli difese
un assetto economico caratterizzato da forti disuguaglianze, in cui masse di
cittadini — tra cui numerosi veterani — risultavano esclusi dall’accesso alla
terra. La costruzione dell’immagine di Catilina come nemico pubblico si
inserisce in questo contesto. Attraverso le Catilinarie, Cicerone trasforma un
conflitto politico in una questione morale, spostando l’attenzione dalle cause
strutturali del malcontento alle presunte colpe individuali dell’avversario.
Tale strategia retorica si rivela efficace nel breve periodo, ma contribuisce a
oscurare la natura profonda della crisi. Cicerone stigmatizza l’avversario come
si può leggere già dalla prima Catilinaria:
«Fino a che punto, Catilina, approfitterai della nostra pazienza? Per quanto
tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi? A quali limiti si spingerà una
temerarietà che ha rotto i freni? Non ti hanno turbato il presidio notturno sul
Palatino, le ronde che vigilano in città, la paura della gente, l’accorrere di
tutti gli onesti, il riunirsi del Senato in questo luogo sorvegliatissimo,
l’espressione, il volto dei presenti? Non ti accorgi che il tuo piano è stato
scoperto? Non vedi che tutti sono a conoscenza della tua congiura, che la
tengono sotto controllo? O ti illudi che qualcuno di noi ignori cos’hai fatto
ieri notte e la notte ancora precedente, dove sei stato, chi hai convocato, che
decisioni hai preso? Questi i tempi! Questo il malcostume! Il Senato conosce
l’affare, il console lo vede, ma lui è vivo. È vivo? Addirittura si presenta in
Senato, prende parte alla seduta, indica e marchia con lo sguardo chi ha
destinato alla morte. E noi, uomini di coraggio, crediamo di fare abbastanza
per lo Stato se riusciamo a schivare i pugnali di un pazzo! A morte, Catilina,
già da tempo dovevamo condannarti per ordine del console e ritorcerti addosso
la rovina che da tempo prepari contro noi tutti!...»Non voglio ricordare il
passato, episodi come quello di Caio Servilio Ahala che uccise con le sue mani
Spurio Melio, il rivoluzionario. Ci fu, ci fu un tempo tanto valore nello Stato
che uomini impavidi punivano il cittadino ribelle con maggiore severità del più
implacabile dei nemici! Abbiamo un decreto senatoriale contro di te: è di estrema
durezza. Allo Stato non mancano né l’intelligenza né la fermezza dell’ordine
senatorio: manchiamo noi, noi, i consoli, lo dico apertamente.»
La
descrizione che Cicerone fa di Catilina verrà ripresa a distanza di qualche
decennio dallo stesso Sallustio quando scrive:
«L.
Catilina, nato di nobile stirpe, fu di grande vigore d’animo e di membra, ma
d’ingegno malvagio e vizioso. Fin dalla prima giovinezza gli piacquero guerre
intestine, stragi, rapine, discordie civili, e in esse spese tutta la sua
gioventù. Il corpo resistente alla fame, al gelo, alle veglie oltre ogni
immaginazione. Animo temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore
di qualsivoglia cosa, avido dell’altrui, prodigo del suo, ardente nelle
cupidigie, facile di parola, privo di saggezza. Spirito vasto, anelava sempre a
cose smisurate, al fantastico, all’immenso. Dopo la dominazione di L. Silla,
era stato invaso da una sfrenata cupidigia d’impadronirsi del potere, senza
farsi scrupolo della scelta dei mezzi pur di procurarsi il regno. Sempre di più,
di giorno in giorno, quell’animo fiero era agitato dalla povertà del patrimonio
e dal rimorso dei delitti, entrambi accresciuti dai vizi sopra ricordati. Lo
incitavano, inoltre, i costumi di una cittadinanza corrotta, tormentata da due
mali funesti e fra loro discordi, il lusso e l’avidità. L’argomento stesso
sembra richiedere, poiché l’occasione mi ha richiamato ai costumi della città,
di riprendere le cose più da lontano ed esporre in breve gli istituti degli avi
in pace e in guerra, in quale modo abbiano governato la repubblica, e quanto
grande l’abbiano lasciata, e come con lenta decadenza il più bello e il
migliore degli Stati sia diventato il più sciagurato e corrotto.»
Sono questi
passaggi di stigmatizzazione, di vera e propria distruzione psicologica e
morale dell’avversario politico che, essere riportato nella storia anche dopo
la sua sconfitta e la sua morte, è di una contemporaneità impressionante. La
demolizione dell’avversario attraverso strumenti giuridici quali l’avviso di
garanzia che si fa passare per sentenza passata in giudicato, campagne di
stampa che puntano a entrare nella vita privata dell’avversario per
demonizzarlo richiamano tanto gli attacchi di Cicerone a Catilina quanto la
stessa narrazione che anni dopo farà Sallustio. Cicerone contratta
letteralmente con Ibrida il governo della provincia di Tracia per avere il
sostegno contro Catilina, perché, date le condizioni finanziarie di Ibrida,
questa provincia era un ottimo appannaggio capace di rimpinguare le finanze
dissestate appunto di Ibrida.
In questo
quadro, anche la tradizionale contrapposizione tra populares e optimates va
ridimensionata nella sua portata sociale. Più che esprimere un conflitto tra
classi contrapposte, essa rappresenta uno scontro interno all’élite dirigente per
la conquista e la gestione del potere politico. Entrambe le fazioni erano
infatti espressione della medesima oligarchia romano-repubblicana, ormai
strutturalmente patrizio-plebea, in cui le antiche distinzioni di ordine
avevano progressivamente lasciato spazio a una nobiltà mista (nobilitas)
fondata sul controllo delle magistrature e del Senato.
In tale
prospettiva, il ricorso al populus da parte dei populares non implica
necessariamente un progetto di trasformazione sociale radicale, ma costituisce
piuttosto uno strumento politico utilizzato da settori dell’aristocrazia per
rafforzare la propria posizione all’interno di un sistema sostanzialmente
oligarchico. In questo senso, la stessa figura di Catilina si colloca
pienamente all’interno di tali dinamiche: lungi dall’essere un outsider
rispetto al sistema, egli apparteneva all’aristocrazia e partecipava alla
competizione politica tipica dell’élite romana, facendo leva sul malcontento
sociale come risorsa strategica nella lotta per il potere. La sua azione,
pertanto, può essere interpretata non solo come espressione di tensioni sociali
reali, ma anche come manifestazione delle fratture interne all’oligarchia
dominante.
Anche
questo aspetto è di una contemporaneità sorprendente. Nel contesto attuale la contrapposizione
tra destra e sinistra è stata ampiamente superata dall’adesione al pensiero
unico neoliberale che di fatto ha “sospeso la democrazia”, svuotando di
significato politico il voto degli elettori e vincolando le scelte politiche a
modelli economici e politici tecnocratici. Sul piano della cultura politica, le
reali istanze di cambiamento provenienti dalle classi sociali subalterne — la
working class, per usare un termine inglese che in questo caso rende
perfettamente l’idea — vengono stigmatizzate come istanze “populiste”. Il
popolo, ossia il demos, la radice stessa della democrazia, finisce con l’essere
svilito, presentato come un attore negativo.
![]() |
| Gerardo Lisco, appassionato sostenitore della tesi di un Catilina che fu sconfitto dal sistema e dalle oligarchie romane al tramonto della Repubblica |
III. La congiura e lo stato d’eccezione: tra sicurezza e legalità
La congiura
di Catilina, dicevo, rappresenta uno dei momenti più critici della tarda
Repubblica, non solo per la minaccia che essa poteva costituire, ma soprattutto
per le modalità con cui fu affrontata. Le fonti antiche — in particolare
Sallustio, Cicerone e Cassio Dione — concordano sull’esistenza di un progetto
insurrezionale che prevedeva il ricorso alla violenza. Tuttavia, tali
testimonianze sono condizionate da finalità politiche e interpretative
differenti e non consentono di ricostruire in modo del tutto oggettivo la
portata reale della minaccia.
Il ricorso
al senatus consultum ultimum rappresenta uno snodo cruciale
nella crisi delle istituzioni repubblicane, in quanto introduce una forma di
sospensione implicita delle garanzie ordinarie senza formalmente abrogare
l’ordinamento vigente. Tale misura, con cui il Senato invitava i magistrati a
“provvedere affinché la Repubblica non subisse danno”, lasciava volutamente
indeterminati i limiti dell’azione consentita, attribuendo ai magistrati un margine
di discrezionalità estremamente ampio.
Un esempio
emblematico è offerto dalla congiura di Lucio Sergio Catilina nel 63 a.C.,
quando il Senato emanò il senatus consultum ultimum per
fronteggiare la minaccia interna. In questo contesto, Marco Tullio Cicerone, in
qualità di console, interpretò il provvedimento come una legittimazione a
ricorrere a misure eccezionali, fino a ordinare l’esecuzione senza processo dei
congiurati arrestati a Roma.
Questo
episodio mette in luce con particolare evidenza la natura ambigua del senatus
consultum ultimum: pur non sospendendo formalmente il diritto, esso ne
consente una sospensione di fatto, soprattutto per quanto riguarda garanzie
fondamentali come il diritto di provocatio ad populum. In tal modo,
la decisione politica si impone sulla legalità ordinaria, giustificandosi
attraverso l’urgenza della salvezza dello Stato.
Tuttavia,
proprio nel dibattito senatorio relativo alla sorte dei congiurati emerge una
posizione critica di grande rilievo, quella di Gaio Giulio Cesare. Cesare si
oppose alla condanna a morte, sostenendo che l’esecuzione senza processo
costituiva un precedente pericoloso e una violazione delle garanzie
fondamentali dei cittadini romani. Egli propose invece una pena alternativa,
consistente nella detenzione perpetua, argomentando che anche in una situazione
di emergenza lo Stato dovesse rimanere entro i limiti del diritto.
La
posizione cesariana rivela in modo particolarmente lucido la tensione tra
necessità politica e legalità: pur riconoscendo la gravità della minaccia,
Cesare rifiuta l’idea che la salvezza dello Stato possa giustificare la
sospensione delle norme fondamentali, anticipando una concezione secondo cui è
proprio nei momenti di crisi che il rispetto del diritto diventa decisivo.
Alla luce
della riflessione di Carl Schmitt sullo “stato d’eccezione”, il contrasto tra
Cicerone e Cesare appare ancora più significativo: mentre il primo incarna la
logica della decisione sovrana che sospende l’ordinamento in nome della sua
conservazione, il secondo rappresenta un tentativo di contenere l’eccezione
entro un quadro giuridico, opponendosi alla trasformazione della necessità in
fonte di legittimità assoluta.
L’episodio
catilinario dimostra così che il senatus consultum ultimum non
è soltanto uno strumento emergenziale, ma un dispositivo che espone la
fragilità dell’ordine repubblicano: esso mostra come, già nella tarda
Repubblica, fosse possibile agire al di là dei limiti giuridici senza uscire
formalmente dal quadro costituzionale, e come proprio su questo terreno si
sviluppi un conflitto fondamentale tra diverse concezioni del rapporto tra
diritto e potere.
Già
utilizzato in precedenza contro figure come Tiberio Gracco, Gaio Gracco e Lucio
Appuleio Saturnino, questo strumento non aveva una base giuridica formalizzata
e comportava di fatto la sospensione delle garanzie costituzionali.
Il momento
più controverso si verifica il 5 dicembre del 63 a.C., quando alcuni cittadini
romani, tra cui Lentulo Sura e Cetego, vengono messi a morte senza processo e
senza possibilità di appello al popolo (provocatio ad populum). Tale decisione,
giustificata come necessaria per la salvezza dello Stato, evidenzia la tensione
strutturale tra legalità e necessità, tipica delle situazioni di crisi
politica.
Le
conseguenze politiche di questa scelta furono rilevanti. Negli anni successivi,
Publio Clodio Pulcro promosse un’azione che portò all’esilio di Cicerone,
mostrando come la sospensione delle garanzie giuridiche potesse essere
rielaborata come accusa politica contro chi aveva esercitato il potere
d’eccezione.
![]() |
| Nel ritratto la prima orazione di Cicerone contro Catilina |
IV. La base sociale della congiura e il significato storico dell’evento
Dal punto
di vista socio-economico, la congiura si inserisce in un contesto
caratterizzato da forte instabilità. L’indebitamento diffuso, le disuguaglianze
crescenti e le conseguenze delle politiche sillane avevano prodotto un ampio
malcontento che attraversava diversi strati della società.
Le proposte
attribuite a Catilina — in particolare la cancellazione o ristrutturazione dei
debiti (tabulae novae) e la redistribuzione dell’ager publicus — appaiono
radicali, ma non prive di precedenti nel mondo antico. Esse possono essere
interpretate come tentativi, per quanto problematici, di rispondere a una crisi
sistemica.
La
composizione del movimento catilinario conferma questa lettura: accanto a
membri dell’aristocrazia indebitata si trovano veterani impoveriti, ex
sostenitori di Silla e individui esclusi dai circuiti del potere. Più che una
semplice congiura criminale, il fenomeno si configura come un’aggregazione
eterogenea di interessi e frustrazioni.
La morte di
Catilina nel gennaio del 62 a.C., nei pressi di Pistoia, mentre combatteva in
prima linea contro le forze consolari, assume un valore simbolico. Anche fonti
ostili riconoscono il suo coraggio personale, contribuendo a una parziale
rivalutazione della sua figura.
![]() |
| La copertina dei Dialoghi con Cicerone di Blasi e Noviello, da cui prende spunto la critica di Lisco |
Conclusione
La congiura
di Catilina non può essere adeguatamente compresa né come episodio contingente
di devianza politica né come semplice oggetto di giudizio moralizzante. Essa
deve piuttosto essere assunta quale dispositivo rivelatore di una crisi
strutturale della res publica romana, all’interno della quale si manifestano le
tensioni sistemiche prodotte dall’inadeguatezza degli assetti istituzionali
rispetto alle trasformazioni economico-sociali generate dall’espansione
imperiale. In tale prospettiva, l’evento catilinario si configura come sintomo
di una disarticolazione tra forma giuridico-costituzionale e dinamiche
materiali del potere.
Il
conflitto tra Catilina e Cicerone può essere ricostruito come articolazione
conflittuale di due paradigmi di razionalità politica non pienamente
commensurabili: da un lato, la razionalità della conservazione ordinamentale e
della riproduzione dell’assetto oligarchico-costituzionale; dall’altro, una
razionalità disomogenea, non istituzionalizzata e potenzialmente eccedente rispetto
alle forme del diritto vigente, orientata alla ri-configurazione degli
equilibri di accesso al potere politico. Tale opposizione, nella narrazione
sallustiana, si traduce in una diagnosi di crisi della coerenza normativa e
assiologica dell’élite dirigente, in cui la categoria dei mores functiona da
indice di decomposizione della legittimità sistemica.
In
parallelo, la costruzione discorsiva operata da Cicerone — nella quale il
nemico politico viene elevato a figura liminale e totalizzante della minaccia
interna — evidenzia la natura performativa e produttiva della categoria di
“congiura”, intesa non come dato ontologico ma come dispositivo di
securitizzazione del conflitto politico. Ne deriva che la “congiura” opera come
categoria giuridico-retorica di inclusione/esclusione, funzionale alla
produzione dell’urgenza decisionale.
Il ricorso
al senatus consultum ultimum, unitamente alla sospensione di determinate
garanzie giuridiche formali, rende visibile la tensione strutturale tra
normatività ordinaria e necessità politica, ossia tra legalità positiva e
ragione di salvezza del sistema. Tale tensione può essere interpretata come
espressione precoce di una logica di eccezione, nella quale la continuità
dell’ordinamento viene garantita attraverso la sua temporanea sospensione
funzionale.
In tale
quadro, la riflessione schmittiana sulla sovranità come decisione sullo stato
d’eccezione consente una retro-proiezione teorica utile a tematizzare la
struttura decisionistica implicita nella nozione di salus rei publicae,
evidenziando la natura non meramente normativa ma eminentemente
politico-decisionale del fondamento dell’ordine giuridico in condizioni di
crisi. Ne risulta una configurazione in cui la sovranità si manifesta come
potere di sospensione selettiva della normatività in funzione della sua
autoconservazione sistemica.
Il segmento
analitico relativo alla contemporaneità concettuale del fenomeno consente di
leggere la triade costituita da sospensione dell’ordinamento, senatus consultum
ultimum e forme di governo straordinario o tecnocraticamente legittimato come
varianti di un medesimo problema teorico: la gestione della crisi di
governabilità attraverso dispositivi di concentrazione e razionalizzazione del
potere, nei quali l’interesse pubblico viene identificato con la preservazione
dell’unità funzionale dello Stato quale apparato di decisione.
La
qualificazione di Cicerone come defensor rei publicae implica, tuttavia, una
necessaria problematizzazione della stessa categoria di “Stato” presupposta dall’enunciato.
In termini analitici, lo Stato ciceroniano può essere ricostruito come forma
istituzionale a dominanza oligarchico-classista, strutturalmente orientata alla
riproduzione delle gerarchie socio-politiche interne al corpo civico romano. In
opposizione, la figura di Catilina si colloca come vettore di una domanda
politica eterogenea e non pienamente istituzionalizzabile, che egli stesso
articola nella formula: “Mi sono assunto, com’è mio costume, la causa generale
dei disgraziati”.
Ne deriva
un assetto in cui la crisi della res publica può essere letta come crisi della
capacità inclusiva dell’ordinamento, in particolare rispetto ai processi di
estensione della cittadinanza agli Italici, formalmente integrati nella sfera
giuridica romana ma non ancora pienamente incorporati nei circuiti della
partecipazione politica effettiva. Tale scarto tra inclusione giuridica e
esclusione politico-decisionale costituisce uno dei principali vettori di
instabilità sistemica dell’ordinamento repubblicano.
![]() |
| La locandina del debate che ha visto contrapposti Aldo Noviello e Gerardo Lisco |
Bibliografia minima
·
Agostino
d'Ippona, La città di Dio, in Opere di Sant’Agostino,
Roma, Città Nuova.
·
M.
Bicchiolla, M. Sartori, La congiura di Catilina, Edizioni del
Girasole.
·
Marco
Tullio Cicerone, Contro Catilina, Milano, Mondadori.
·
L.Canfora, Una
rivoluzione mancata, Roma-Bari, Laterza.
·
A.
Fadda, Catilina. La fine di un’epoca, Roma, Storia e Letteratura.
·
M .
Fini, Catilina. Ritratto di un uomo in rivolta, Roma, Salerno
Editrice.
·
A.
Gramsci, Quaderni del carcere, Roma, Editori Riuniti.
·
P.Grimal,
, Cicerone, Milano, Mondadori, 1982.
·
N.
Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Milano,
Mondadori, coll. “Oscar”.
·
N.
Machiavelli, Il Principe, Torino, Einaudi, coll. “Tascabili
Classici”.
·
K.
Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Editori Riuniti.
·
K.l
Marx, Lettere a Engels, in Opere complete, vol. 28,
Roma, Editori Riuniti.
·
T.
Mommsen, Storia di Roma, vol. III, Dalla morte di Silla
alla battaglia di Tapso, Milano, Mondadori.
·
C. Schmitt, La
dittatura. Dalle origini dell’idea moderna di sovranità alla lotta di classe
proletaria, Milano, Adelphi.
·
C.
Schmitt, Le categorie del politico, Bologna, Il Mulino.
·
M.
Talamanca, Lineamenti di storia del diritto romano, Milano,
Giuffrè.
·
G.
Vico, La Scienza nuova, Torino, Einaudi, coll. “NUE”.
·
G. Blasi –
Noviello, A., Dialoghi con Cicerone. Oltre i confini della storia,
Il Segno.
·
Gaio
Sallustio Crispo, La congiura di Catilina, Milano, Mondadori.
·
T.
d'Aquino, Summa Theologiae, Bologna, ESD.
·
Maurizio
Viroli, Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella
storia, Roma-Bari, Laterza.
Relazione tenuta all’Accademia Tiberina – Sezione
della Lucana – il 20 maggio 2026
“ I Mercoledì in Accademia. Cicerone e
Catilina . La lotta politica nella Roma antica”






Commenti
Posta un commento