Pensare l’uomo senza riduzioni e senza
sconti
Al Polo Bibliotecario di Potenza la presentazione del volume di Angelo Carlo Castellucci “Spirito Anima Corpo”: un confronto filosofico di alto profilo sull’unità della persona, tra metafisica, fede e umanesimo integrale
di Gianfranco Blasi
Il Polo Bibliotecario
di Potenza ha ospitato lunedì 19 gennaio un dibattito filosofico di raro
spessore, innescato dalla presentazione del volume di Angelo Carlo Castellucci,
Spirito Anima Corpo. La
realtà complessa della persona umana (Edizioni Hermaion, Potenza).
Un pomeriggio denso, animato dal confronto serrato tra l’Autore, Gennaro Curcio
– Segretario Generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain – e don
Cesare Mariano, docente presso l’Istituto Teologico di Basilicata. Una sala
gremitissima e sorprendentemente attenta ha fatto da cornice all’incontro, ben
organizzato anche grazie alla compartecipazione di diverse associazioni
culturali della città, a testimonianza di un fermento intellettuale tutt’altro
che marginale.
Sono rimasto colpito,
tuttavia, da due assenze che pesano. La prima: quella totale di qualsiasi
livello della politica cittadina e regionale. Ormai sembra essersi scavato un
abisso tra il fermento culturale reale, la comunità sociale viva e pensante, e
ampi settori delle istituzioni. La seconda: l’assenza pressoché completa dei
media, pubblici e privati, incapaci o non interessati a intercettare luoghi in
cui si pensa davvero. Non mancavano però singoli giornalisti anche se in
qualità di vecchi amici dell’autore. A compensare, almeno in parte, questa
desolazione, la presenza significativa di insegnanti, studiosi, animatori
culturali e laici cattolici, che hanno testimoniato una vitalità intellettuale
che consola e interroga.
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| L'autore al centro con Gennaro Curcio e don Cesare Mariano |
Castellucci, potentino,
formatosi a Napoli, più che un “filosofo” in senso accademico è – come ama
definirsi – un professore di filosofia. Disciplina che ha insegnato nei licei
per oltre trent’anni, concependola non come esercizio retorico o letterario, ma
come «materia scientifica», nel senso più alto e classico del termine:
rigorosa, esigente, orientata alla verità. Del filosofo “puro” ha però
conservato la profondità degli studi, la dimestichezza con la metafisica e,
soprattutto, l’idea che il fine ultimo della filosofia sia l’educazione della
mente all’autonomia della coscienza e alla responsabilità personale. Come ha
ricordato nel corso dell’incontro, «pensare non è accumulare opinioni, ma
imparare a rispondere della verità che si riconosce».
Elemento dirimente, e
mai eludibile, nel pensiero di Castellucci è l’esperienza religiosa. È il punto
in cui psicologia, biologia e filosofia pragmatica mostrano i loro limiti e
devono lasciare spazio alla metafisica e all’esperienza di Dio nella fede.
L’autore parla esplicitamente di una “relazione comunionale”, fondata sulla
simmetria – biblica e teologica – tra la Trinità divina e la struttura
dell’umano. «L’uomo non è immagine di Dio per analogia esteriore, ma per
partecipazione interiore», scrive Castellucci, indicando nella struttura
tripartita spirito-anima-corpo il luogo di questa somiglianza.
In questa prospettiva
si innestano, con notevole equilibrio, la riflessione paolina, la sistemazione
teologica di Tommaso d’Aquino e la spiritualità ascetica di sant’Agostino, che
l’autore riconosce come decisiva nella sua formazione giovanile. Tuttavia, se
si dovesse riassumere l’orizzonte complessivo del libro e dell’esperienza
intellettuale di Castellucci, la categoria che meglio lo illumina è senza
dubbio quella dell’umanesimo integrale di Jacques Maritain. Mi scuserà l’autore
se questa potrà apparire una riduzione giornalistica, ma è una scelta
interpretativa che aiuta a leggere con precisione tanto il testo quanto il suo
autore.
In Castellucci è
evidente una profonda rilettura tommasiana – da lui stesso rivendicata – che
mira a integrare fede cristiana e cultura, ragione e rivelazione, per
restituire alla persona umana la sua unità spirituale e materiale. Come in
Maritain, egli rifiuta con decisione le visioni riduzioniste dell’uomo, siano
esse di matrice economicistica, ideologica o tecnocratica, e difende una
concezione della persona come creatura razionale e spirituale, chiamata a una
perfezione che non è autosufficienza, ma apertura alla grazia. Filosofia,
politica ed educazione vengono così pensate a partire dalla dignità umana e dal
bene comune, non come strumenti di potere, ma come luoghi di servizio alla
verità.
Non a caso
Castellucci critica lo storicismo e manifesta una forte preoccupazione per
quella deriva culturale che tende a giustificare gli errori dell’uomo
riducendoli interamente al contesto sociale. Qui si arriva al cuore più
originale della sua riflessione: la distinzione tra anima e spirito. L’anima,
secondo l’autore, è sede della razionalità discorsiva, delle forme necessarie e
universali del pensare; lo spirito, invece, è il luogo del possesso di sé, di
una intuizione immediata e personale che fonda la libertà e rende possibile il
rapporto con Dio. «Lo spirito non deduce, ma riconosce», afferma Castellucci in
uno dei passaggi più felici del volume, restituendo a questa dimensione una
profondità spesso smarrita nel dibattito contemporaneo.
L’autore non fa
sconti: aborre il politicamente corretto, denuncia le semplificazioni
ideologiche e condanna senza ambiguità anche le tentazioni della Chiesa romana
verso forme di spiritualismo vago o di gnosticismo inconsapevole, che finiscono
per secolarizzare il sacro invece di custodirlo. L’immanentismo viene spiegato
come un limite radicale nella lettura della creazione e dell’umano, incapace di
rendere conto del desiderio di infinito che abita l’uomo. Castellucci ci spinge
così, con coerenza e coraggio, a tornare alla verità metafisica, troppo spesso
sacrificata in un orizzonte culturale che non sa più trascendere né la natura
né la storia.
C’è anche una
riflessione non banale dell’autore sulla corporeità e sul legame fra corpo,
anima e spirito che riconosce l’intuizione paolina che, mi piace ricordarlo
senza nessun desiderio autoreferenziale,
sposa anche i miei studi su san Paolo, studi che ho riferito nel volume La tua vera eredità, Edizioni Universosud, 2018. In Paolo l’essere umano è
pensato come unità vivente, in cui corpo, anima e spirito non sono sostanze
separate, ma dimensioni intrecciate di un’unica esperienza personale. Il corpo
non è un semplice involucro dell’anima, bensì il luogo concreto dell’esistenza,
della responsabilità e della relazione, anche nella sua apertura al
trascendente. In questo senso, la distinzione paolina non frammenta l’uomo, ma
ne esprime la complessità dinamica.
Tale impostazione si pone in dialogo
critico con la tradizione platonica, nella quale il corpo tende a essere
interpretato come sede dell’opacità e del limite, se non come ostacolo alla
piena realizzazione dell’anima. Pur riconoscendo a Platone il merito di aver
colto la dimensione spirituale e razionale dell’umano, l’antropologia paolina
ne rovescia l’esito: non la liberazione dell’anima dal corpo, ma la
valorizzazione del corporeo come dimensione costitutiva della persona. Ne
deriva una concezione in cui la verità dell’uomo non si dà contro il corpo, ma
attraverso di esso, facendo della corporeità non un residuo da superare, bensì
un luogo originario di senso.
Per concludere, un libro, questo di
Castellucci, e un incontro, quello al Polo Bibliotecario di Potenza, che non
cercano consenso facile, ma che chiedono tempo, ascolto e disponibilità a
pensare. Proprio per questo, oggi, più che mai necessari.




L’analisi di Gianfranco Blasi è condivisibile non solo perché riassume in modo efficace la sostanza del lavoro di ricerca e di elaborazione di Angelo Castellucci che prende spunto nel titolo dalla lezione Agostiniana nella parte in cui esamina le tre dimensioni delll’essere umano ma anche quando le ancora al rapporto di gerarchia e relazione pur nell’evidenza dell’unità delle componenti non sottovalutando ma anzi esaltando non in modo preconcetto la valenza superiore e spirituale dell’anima come principio di vita e conoscenza, mentre il corpo si caratterizza per la sua natura materiale ,legata al mondo sensibile.Per quanto poi concerne invece l’osservazione sulla presenza del numeroso pubblico e sull’assenza di figure istituzionali mi sento di condividere quanto ha scritto Blasi ma mi permetto di far presente che non trattandosi di una presentazione tout court ma di una riflessione più ampia sulle complesse tematiche al centro del volume avrei aggiunto alle voci autorevoli del professor Gennaro Curcio segretario generale dell’Istituto Jacques Maritain e di Don Cesare Mariano docente dell’Istituto Teologico di Basilicata,una terza voce anche di diverso orientamento culturale in grado di offrire ulteriori spunti ad un dibattito di notevole interesse e di indiscussa attualità.
RispondiEliminaGrazie Oreste, integri bene la mia riflessione e la arricchisci di nuovi spunti
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