Allenatori, leadership e crisi dello spogliatoio: perché il calcio moderno richiede un’altra cultura

 

Storie tese fra Conte e Fabregas

 

di Gianfranco Blasi

Al di là delle narrazioni mediatiche e delle difese d’ufficio della stampa sportiva – dalla Gazzetta dello Sport ai principali opinionisti televisivi – è sempre più difficile negare che Antonio Conte e Luciano Spalletti abbiano mostrato, nel corso delle loro carriere, problemi strutturali nella gestione dello spogliatoio. Non si tratta di singoli episodi isolati, ma di una lunga sequenza di frizioni: calciatori scontenti, dirigenti insoddisfatti, tifoserie che passano rapidamente dall’idolatria all’abiura, risultati persi per strada e “divorzi” professionali spesso traumatici

Le loro traiettorie raccontano una carriera fatta di strappi, di separazioni improvvise, di abbandoni che non sono mai neutri ma carichi di tensione emotiva: da San Pietroburgo a Londra, passando per Roma, Napoli, Milano e Torino. Per non parlare della Nazionale. Giravolte che non sembrano solo scelte professionali, ma segnali di un disagio più profondo, che potremmo definire psicologico e culturale prima ancora che tecnico.

Il limite non è tattico, è culturale

Il punto non è la competenza calcistica: Conte e Spalletti conoscono il calcio, i sistemi di gioco, la preparazione atletica, la lettura delle partite. Il problema nasce altrove. In una struttura culturale troppo basica, in un tentativo continuo – spesso rabbioso – di colmare un gap formativo che non si risolve con il lavoro ossessivo o con il controllo totale.


Lo Spalletti furioso. Passione, guerra, follia

 

Nel calcio contemporaneo, le competenze richieste a un allenatore non sono più solo tecniche:

  • capacità relazionale,
  • empatia,
  • intelligenza emotiva,
  • leadership collaborativa,
  • cultura organizzativa,
  • gestione dei conflitti,
  • conoscenza dei processi, non solo delle tattiche.

Fare tutto da soli, controllare tutto, decidere tutto, significa progressivamente isolarsi. L’allenatore-guru, figura carismatica e centralizzante, è un modello sempre meno sostenibile. Qualche risultato può ancora arrivare, ma sempre più spesso sarà frutto del caso, di congiunture favorevoli, non di un sistema stabile.

Il calcio come la pallacanestro: dati, staff, specializzazione

Il calcio moderno somiglia sempre di più alla pallacanestro:
un sistema complesso di dati fisici, atletici, tecnici, cognitivi e relazionali, integrati tra loro e legati alle fasi di gioco. Non esiste più una sola “idea” di calcio, ma una pluralità di micro-competenze coordinate.

Questo significa una cosa semplice:

non servono profeti, servono organizzazioni.

Staff ampi, differenziati, iper-specializzati:

  • analisti dei dati,
  • preparatori atletici settoriali,
  • psicologi sportivi,
  • match analyst,
  • specialisti delle transizioni,
  • coach relazionali,
  • figure di mediazione tra squadra, società e allenatore.

Chi tenta di fare tutto da solo, inevitabilmente, si chiude. E l’isolamento produce rigidità, conflitto, logoramento.

 

Pep Guardiola con alle spalle Simone Inzaghi

 

I modelli virtuosi: Guardiola, Arteta, Fabregas

Il contrasto con figure come Pep Guardiola, Mikel Arteta e lo stesso Cesc Fàbregas è evidente.

Guardiola non è solo un grande allenatore, è un costruttore di sistemi:
centralità dello staff, valorizzazione delle competenze altrui, cultura della condivisione, dialogo continuo con giocatori e dirigenti. La sua forza non è il controllo totale, ma la struttura.

Arteta rappresenta una nuova generazione:
formazione, metodo, organizzazione, leadership calma, comunicazione interna ed esterna, attenzione alla dimensione umana dei calciatori. Non impone solo un gioco, costruisce un ambiente.

Fabregas, ancora all’inizio del suo percorso, incarna una figura interessante:
ex calciatore colto calcisticamente, internazionale, abituato a contesti culturali diversi, con una visione già orientata alla complessità, alla gestione delle persone prima ancora dei moduli.

Due modelli a confronto

Da una parte:

  • leadership verticale,
  • centralizzazione,
  • conflitto come strumento di governo,
  • cultura del controllo,
  • solitudine decisionale.

Dall’altra:

  • leadership orizzontale,
  • cooperazione,
  • struttura,
  • staff come sistema,
  • condivisione delle responsabilità.

Il primo modello può ancora vincere. Ma non regge nel lungo periodo.
Il secondo costruisce continuità, stabilità, identità, resilienza.

 

 

Arteta, allenatore dell'Arsenal rivelazione degli ultimi anni

Il disagio di figure come Conte e Spalletti non è solo caratteriale: è il prodotto di un modello culturale superato. Un calcio in cui l’allenatore era tutto: capo, tecnico, psicologo, manager, stratega, leader morale. Quel mondo non esiste più.

Nel calcio moderno non vince chi urla di più, chi controlla di più o chi si isola di più.
Vince chi costruisce sistemi, chi sa stare dentro la complessità, chi trasforma il potere in organizzazione e l’autorità in relazione.

Non servono guru.
Servono strutture.
Non servono uomini soli.
Servono comunità professionali.

Perché oggi il vero allenatore non è più quello che “sa tutto”, ma quello che sa far funzionare tutto

  

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