Davos e il tempo delle scelte europee


Donald Trump a Davos


Tra posture, discorsi e silenzi, il Forum ha messo in risalto la pericolosità russa, l’irrisolutezza europea e l’urgenza di una vera autonomia strategica.

 

di Gianfranco Blasi

A Davos sono accadute cose. Molte. E tutte rilevanti.
Nei discorsi, ma anche nei silenzi. Negli atteggiamenti, nelle posture di politici, imprenditori e banchieri. Negli abbandoni dei tavoli — di gala o meno — nelle rinunce, nelle presenze convinte, negli arrivi all’ultimo minuto. Davos è anche questo: una coreografia del potere che parla quanto e più delle parole.

Non c’è stato solo il discorso memorabile di Mark Carney, forse troppo politicamente corretto, né soltanto la performance di Trump, forse troppo politicamente scorretta. Gli interventi del premier finlandese Alexander Stubb e di Volodymyr Zelensky vanno letti insieme, perché illuminano lo stesso snodo strategico che oggi attraversa soprattutto l’Europa.


il canadese Mark Carney, il suo discorso è stato molto apprezzato


Stubb ha ricordato un punto essenziale: la Russia non sta vincendo la guerra.
Sul piano militare e strategico, Mosca è impantanata in un conflitto che consuma risorse, capitale umano e consenso interno, e che difficilmente può essere sostenuto a lungo ai costi attuali.

Ma proprio qui sta il punto.
La Russia non sta vincendo ed è sempre più fragile. E proprio per questo è sempre più pericolosa.

In altri articoli pubblicati negli ultimi mesi su questo blog ho spiegato perché l’attuale stagnazione non renda la Russia meno minacciosa, ma al contrario più incline all’escalation. Il regime di Putin ha trasformato la guerra in una questione esistenziale. Non può permettersi di perderla. E quindi è pronto a giocare d’azzardo: sul campo e fuori dal campo, intensificando la guerra ibrida contro l’Occidente.

È qui che si innesta il discorso di Zelensky.
A un anno dal “cambiamento” americano, la capacità di difesa europea non è cresciuta in modo sostanziale. Eppure, oggi, l’Ucraina resta il principale argine militare europeo contro l’aggressività russa.


La Von der Leyen, criticata dai media per un sorriso eccessivo,
rispetto alla risolutezza di Trump


Antonio Tajani ha parlato, con sorprendente ingenuità, di “ingenerosità” del premier ucraino. Dimenticando le titubanze europee — anche italiane — le posizioni divergenti tra gli Stati membri, l’incapacità strutturale dell’Europa di reggere il confronto con gli Stati Uniti. Dal punto di vista di Zelensky, è proprio questa difficoltà europea a fare sintesi, a mostrarsi compatta e forte almeno nelle prese di posizione, a irritare profondamente il popolo ucraino.

Se l’Europa non sostiene questo argine e non accelera verso una reale autonomia strategica — anche sul piano militare e della deterrenza — si troverà esposta proprio nel momento in cui la Russia diventa più aggressiva. In questo contesto, l’autonomia dall’ombrello di deterrenza americano, oggi e per i prossimi anni, non è una scelta ideologica: è una necessità esistenziale.

Sarebbe bene che le opposizioni italiane smettessero di fare politica interna passando da Medio Oriente e Ucraina, e chiedessero in Parlamento che l’Italia resti saldamente incardinata in Nato ed Europa, ma che sappia anche parlare e dialogare con Trump, mostrando attenzione agli interessi americani.


Mario Draghi, con alle spalle la Lagarde


Ma questo difficilmente accadrà.
Toccherà a Giorgia Meloni fare quasi tutto da sola, magari con il sostegno di Mattarella, Crosetto e Forza Italia — nonostante le uscite estemporanee di Tajani. E poi c’è Draghi, più defilato, sullo sfondo. Anche perché, se Davos oggi conta più dell’Onu, Draghi conta di conseguenza molto più del nostro ambasciatore a New York, al Palazzo di vetro.


Una foto d'insieme del Meeting di Dovos di quest'anno






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