Fede, coscienza e politica: una
distinzione necessaria

Il cardinale Matteo Zuppi, capo dei vescovi italiani
Quando
l’intervento ecclesiale supera il confine pastorale e rischia di orientare
implicitamente scelte che spettano alla responsabilità del cittadino.
di Gianfranco Blasi
Una parte del cattolicesimo italiano,
anche ai più alti livelli istituzionali, sembra oggi aver smarrito la propria
funzione originaria, sovrapponendo al compito pastorale modelli interpretativi
e indicazioni che appartengono piuttosto alla sfera politico-istituzionale. È
come se una certa “tentazione etica”, tipica di altre tradizioni religiose che
tendono a sacralizzare l’ordine civile, stesse progressivamente influenzando
anche il linguaggio e le prassi di alcune diocesi italiane.
Da credente, ascolto la parola dei
pastori con rispetto e spirito di obbedienza. Proprio per questo ritengo che il
loro intervento pubblico debba essere segnato da una particolare misura quando
entra nel merito di scelte politiche contingenti. L’autorevolezza spirituale
non si rafforza occupando spazi che competono alla responsabilità del
cittadino, ma custodendo con rigore il proprio ambito specifico.
In questa prospettiva, l’invito del
cardinale Zuppi a partecipare al referendum e a informarsi appare
sorprendentemente disallineato rispetto al suo ruolo. Non si tratta di
un’esortazione morale generale, ma di un intervento che tocca una decisione
politica individuale, affidata al libero discernimento del cittadino. Andare o
non andare a votare, in un referendum come in un’elezione, non riguarda la
coscienza morale in senso stretto, bensì una valutazione storica, sociale e
politica che ogni persona compie in autonomia.
Ancora più problematico è il richiamo
all’attuale assetto della magistratura come a una “preziosa eredità dei padri
costituenti” da preservare, presentato come oggetto di una particolare
attenzione pastorale. Non perché il tema non sia serio o degno di discussione,
ma perché esso non rientra né nell’ambito delle verità morali non negoziabili,
né in quello proprio del Magistero.
La Dottrina sociale della Chiesa è, su
questo punto, molto chiara: riconosce l’autonomia delle realtà temporali,
valorizza la coscienza personale e rifiuta ogni identificazione tra fede
cristiana e modelli istituzionali storicamente determinati. La Chiesa
cattolica, a differenza dell’Islam, non sacralizza le forme dello Stato; ne
valuta piuttosto il funzionamento alla luce del bene comune, della prudenza e
di un realistico sguardo antropologico.
È proprio questo realismo, così
centrale nella visione cristiana dell’uomo, a suggerire che il potere, per
restare giusto, abbia bisogno di distinzioni, limiti e contrappesi.
L’indipendenza della magistratura è un valore essenziale, ma non coincide
necessariamente con l’unità delle carriere. Immaginarla come tale è una
forzatura. Del resto, se la grande maggioranza dei paesi liberali mantiene un
regime di separazione delle funzioni, una ragione profonda deve pur esserci.
Senza ricorrere a formule enfatiche come “civiltà giuridica”, potremmo
semplicemente definirla un sistema compiuto e bilanciato di garanzie
democratiche davanti alla legge.
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Ritenere che la separazione delle
funzioni possa rafforzare equilibrio e imparzialità non è una posizione
anticristiana: è una valutazione politica legittima, opinabile come tutte le
scelte di questo tipo.
Quando l’autorità ecclesiale sembra
indicare ciò che va “preservato” nel campo delle architetture istituzionali,
anche senza fornire indicazioni di voto esplicite, si corre il rischio di
orientare implicitamente le coscienze invece di accompagnarle. È un rischio
che, da credente, con tutti i miei limiti, non posso ignorare.
Si può essere pienamente fedeli al
Vangelo senza difendere un assetto giuridico specifico. La fede chiede
buonsenso, non facile consenso.


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