Garlasco, il giallo perfetto


I protagonisti, nel bene e nel male, del dramma di Garlasco


Tra sentenze senza movente, piste che ritornano e un circo mediatico permanente, la cronaca giudiziaria diventa un teatro dell’assurdo.


di Gianfranco Blasi                                                      

Provo a mettere in fila due o tre riflessioni sul caso Garlasco. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione, con rito abbreviato, dopo due assoluzioni. Una sentenza complessa, arrivata in assenza di un movente chiaro e senza che sia mai stata rinvenuta l’arma del delitto. L’esito è stato comunque una quindicina d’anni di carcere per l’omicidio della sua fidanzata, Chiara Poggi. Oggi Stasi gode del regime di semilibertà: rientra in cella la sera, nel frattempo si è laureato e ha trovato un lavoro. Per lo Stato, resta lui il colpevole.

Da circa dieci anni, però, quasi ciclicamente, la Procura di Pavia indaga per lo stesso omicidio un’altra persona: Andrea Sempio, amico del fratello della vittima e frequentatore abituale della villa dei Poggi. Nell’ennesima riapertura dell’inchiesta, dopo una precedente archiviazione, un perito incaricato dalla Procura ha individuato una traccia sul muro della scena del crimine che risulterebbe compatibile con il Dna – in linea maschile paterna – di Sempio. Vengono inoltre sollevati dubbi sul suo alibi documentale: uno scontrino di un parcheggio a Vigevano, riferibile a un orario che lo collocherebbe lontano dal luogo del delitto. Si analizza la sua personalità, ritenuta per certi versi eccentrica, e si valuta una possibile compatibilità fisica con la dinamica del crimine all’interno della casa dei Poggi. Si contesta anche il suo modello difensivo e il comportamento giudicato eccessivamente frenetico e protettivo dei genitori. Il padre risulta indagato per presunti comportamenti illeciti, in concorso con un ex procuratore di Pavia, finalizzati a indirizzare verso l’archiviazione un’indagine del 2017. Sullo sfondo, alcuni avvocati orbitanti attorno alla famiglia appaiono come famelici faccendieri, specialisti mondiali di “cash a nero” ed evasione fiscale.


I diversi volti di Andrea Sempio


Ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è l’enormità dell’esposizione mediatica. Trasmissioni televisive quotidiane, paginate interminabili sui giornali, centinaia di siti dedicati al caso. Un’attenzione ossessiva dell’opinione pubblica italiana. Un giallo perfetto, capace di dividere e creare tifoserie: chi crede nell’innocenza di Stasi, chi ne ribadisce la colpevolezza in ossequio al giudicato, chi apre all’ipotesi di un nuovo assassino. C’è persino chi immagina più persone sulla scena del crimine, coinvolgendo nuovi e vecchi protagonisti, riesumando testimonianze e sospetti che lambiscono le cugine di Chiara Poggi, le sorelle Cappa: amiche e confidenti, ma anche rivali, invadenti, pettegole attrici non protagoniste nella vita della vittima. Eppure le Cappa e la loro famiglia si mostrano capaci di intimidire, querelare chiunque, costruendo nel tempo un sistema diventato via via sempre più omertoso.


La criminologa Roberta Bruzzone, volto notissimo dei talk show televisivi,
da un po' di tempo anche in teatro


Nel circo mediatico non mancano le criminologhe da salotto, come Roberta Bruzzone, pronta a cambiare bandiera televisiva ogni volta che venga lesa la sua “maestà” professionale. E poi gli ex Ris, carabinieri in pensione trasformati in consulenti di parte per poche migliaia di euro, che occupano stabilmente i talk show come  fossero i protagonisti di una serie crime americana.

Sullo sfondo restano indagini condotte male e sviluppatesi peggio. Errori, omissioni, disattenzioni. Interrogatori brutali alternati ad altri incredibilmente superficiali. Presunti testimoni, falsi testimoni, improbabili testimoni. Senza contare le decine di perizie di parte, la sfida fra studi legali attrezzati e anche una sottile guerra fra vecchie e nuove procure.

E infine Garlasco: un paese che sembra non essere un paese. Urbanisticamente simile a un dormitorio di periferia, privo di anima comunitaria e di qualunque collante sociale. Un luogo attraversato da chiese e monasteri su cui si proiettano fantasmi di pratiche esoteriche, dove il sesso diventa la chiave di lettura di ogni deviazione. Non il sesso come esperienza amorosa e vitale, ma il sesso come pratica del male. Un teatro dell’assurdo, morboso e indigesto, in cui il racconto ha finito per divorare la verità.


Alcuni altri protagonisti del processo vero e di quello mediatico

 

Commenti

Post popolari in questo blog