La casa nel bosco e lo smarrimento dello Stato


Mamma, papà e figli prima dell'intervento del tribunale


Tra procedure cieche e pedagogia coercitiva, la tutela dei minori si trasforma in un esercizio di potere che spezza legami, ignora la diversità culturale e perde ogni fondamento umanista

di Gianfranco Blasi

La vicenda della cosiddetta casa nel bosco sta assumendo contorni che non sono più soltanto preoccupanti: sono, ormai, profondamente incomprensibili. Senza ripercorrere nel dettaglio tappe giudiziarie ampiamente note, ciò che colpisce è il progressivo slittamento da una tutela dichiarata a una gestione che sembra aver smarrito ogni bussola umana, giuridica e culturale.

Si è arrivati al paradosso: gli assistenti sociali e gli operatori della struttura che detiene i bambini – il verbo non è scelto a caso – paventano una presunta “eccessiva ingerenza” della madre nella vita quotidiana dei figli. La madre. Colei che, ricordiamolo, può incontrarli solo per un paio d’ore al giorno e che vive fisicamente separata da loro, al piano superiore. Il padre, poi, è ridotto a una presenza marginale: poche ore a settimana, quasi una concessione amministrativa più che un diritto naturale.

In questo clima di crescente tensione emotiva, di ansia legittima per il futuro, ogni tentativo di mediazione è stato sistematicamente respinto. Eppure gli avvocati della famiglia hanno più volte avanzato proposte ragionevoli, ispirate a una de-escalation del conflitto e a una ricomposizione minima del tessuto relazionale. Nulla. Il dialogo, che dovrebbe essere l’architrave di ogni intervento educativo, viene sostituito da una gestione rigida, verticale, tecnocratica.




Ancora più inquietante è quanto accade sul piano dell’istruzione. Il principio della formazione parentale – una scelta legittima, praticata da migliaia di famiglie in Italia – è stato semplicemente ignorato. Al suo posto, sono stati imposti modelli coercitivi di insegnamento che non trovano giustificazione né nella pedagogia moderna né nella storia della scuola italiana. Neppure il tanto vituperato codice Gentile, che pure aveva creato una scuola elitaria  e gerarchica,  si era spinto ad  immaginare una simile torsione autoritaria del processo educativo.

A questo punto occorre chiamare le cose con il loro nome. Lo Stato ha sottratto tre bambini alla loro famiglia, li ha resi di fatto prigionieri, pretende una perizia psichiatrica sui genitori e continua a dilatare i tempi di questa detenzione in una struttura che, per modalità e clima, assomiglia sempre più a un lager per minori. Hannah Arendt ci ha avvertiti: “Il problema del male non è la sua mostruosità, ma la sua normalità quando diventa procedura”. Qui la procedura ha divorato l’umano.




Manca il senso ultimo dell’educazione sentimentale. Manca un approccio autenticamente umanista. Non c’è traccia di compassione, di ascolto, di quella cura che dovrebbe essere il fondamento di ogni intervento sui minori. Si assiste invece a un esercizio tecnico, freddo, astratto, che viene applicato sulla pelle e sulla coscienza di una famiglia-unita, colpevole soltanto di manifestare una diversità culturale rispetto ai modelli dominanti.

Don Milani scriveva che “non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali”. Qui si è andati oltre: si è preteso di normalizzare ciò che non rientra nello schema, di correggere ciò che non chiede di essere corretto, di spezzare legami invece di custodirli.

E quando il diritto smette di interrogarsi sul bene e si limita a esercitare il proprio potere, resta solo il silenzio ferito dei più fragili. O, come ha scritto il poeta Davide Rondoni:

“Mi oppongo a tutto ciò che separa le parole dall'avventura della ricerca del significato profondo dell'universo”.

Ed ha ragione. Perché il poeta vede la famiglia non solo come nucleo di sangue, ma come una "tribù" che si costruisce nella comunità, un luogo di amore, rischio e autenticità dove adulti e ragazzi si incontrano realmente, lontano dalla retorica borghese e consumistica, sottolineando la necessità di riscoprire il legame profondo e l'avventura esistenziale, anche attraverso la poesia della natura che ne cattura l'essenza.
In questa vicenda, allo Stato le parole mancano drammaticamente. E il bosco, più che un rifugio, è diventato lo specchio di uno smarrimento collettivo.




 

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