L’assurdo al
potere. Trump, l’America e il limite della storia

Donald Trump, non si può dire che sia la coerenza storica e politica la sua bussola
Guerre commerciali, psicologia del ricatto e
semplificazione della politica: mentre l’Europa esita, Russia e Cina osservano
e avanzano. Non è solo una crisi diplomatica, ma il sintomo di una più profonda
deriva culturale dell’Occidente.
di Gianfranco
Blasi
Trump sembra muoversi verso il suo errore più grave.
Tragico per le conseguenze che può produrre, comico per la goffaggine con cui
viene rappresentato, drammatico perché si consuma sotto gli occhi di un mondo
che non può permettersi di voltarsi altrove. La guerra dei dazi, la psicologia
del ricatto permanente e, ci auguriamo che resti solo sul piano simbolico, la
tensione aperta con l’Europa sulla Groenlandia costituiscono l’esempio più limpido
di un assurdo elevato a sistema politico.
E’ inutile commentare il tenore della lettera aperta
alla Norvegia: “Non mi avete voluto dare il Nobel per la Pace, ora non vi resta
che accettare la mia risposta aggressiva”. Oppure il diktat del 200 per cento di dazi sullo champagne
francese per punire la presunta insubordinazione di Macron alla sua leadership.
Ma, andiamo per ordine. L’interesse degli Stati Uniti
per la Groenlandia non è una novità. Ha radici lontane, attraversate però da
ripensamenti e discontinuità. Nessuno contesta il valore strategico, economico
e geopolitico di quell’immensa isola ghiacciata. Ciò che segna una rottura è il
modo in cui Trump lo declina: come se lo spazio artico dovesse essere sottratto
alla Nato e all’Europa, ridotto a terreno di competizione brutale fra potenze.
Che Trump non creda né nell’Europa né nell’Alleanza atlantica è evidente. Il
suo sguardo è quello dei blocchi contrapposti, della forza nuda, della
gerarchia. Bruxelles appare ai suoi occhi debole, i singoli Stati europei
irrilevanti, dunque non credibili come interlocutori o come soggetti capaci di
porre limiti e condizioni.
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| I dazi sullo champagne hanno scatenato i social di tutto il mondo |
Siamo così davanti a una messa in scena del potere
insieme rude e patetica. Un presidente privo di visione strategica, convinto in
modo quasi infantile che la forza coincida con l’arroganza e che l’arroganza
basti a produrre verità. Eppure troppo potente per essere ignorato. Trump non è
una parentesi folkloristica: è l’America, o almeno una sua parte rumorosa e
dominante. Per questo va ascoltato, anche quando non si ha alcuna intenzione di
seguirlo. È probabilmente questa la postura obbligata di leader come Giorgia
Meloni: ascoltare, contenere, simulare comprensione, tentare una mediazione
dentro uno spazio sempre più angusto.
Ma il problema non è soltanto Trump. È la
semplificazione violenta che egli opera sulla storia, sulle culture politiche,
sulle relazioni internazionali. Una riduzione sistematica della complessità a
slogan, della diplomazia a ricatto, del conflitto a spettacolo permanente. In
questo senso Trump non è un’anomalia. È il punto di arrivo di una lunga deriva,
nella quale la politica, anche per effetto delle ideologie immanentiste e della
loro pretesa autosufficienza, si è progressivamente ridotta a collisione fra
egoismi, interessi immediati, antropologie inconciliabili.
Non siamo più nello spazio della mediazione, ma in
quello della resistenza. Non del dialogo, ma della contrapposizione
identitaria. Ognuno parla in nome di un “noi” che non riconosce più alcun
“altro” come legittimo. L’Europa stessa fatica a sottrarsi a questa logica, oscillando
tra reazioni istintive e paralisi burocratiche, incapace di elaborare una
risposta che sia culturale prima ancora che economica o militare.
E mentre il vecchio continente esita, Russia e Cina
osservano e avanzano, provando a inserirsi dentro una visione imperiale che
divide il mondo in aree di egemonia strategica, politica e militare. Non
inventano nulla di nuovo, ma sfruttano con lucidità il vuoto lasciato
dall’Occidente.
| Russia, America e Cina. Trump semplifica la globalizzazione ad una prova muscolare |
Da qui la sensazione di trovarsi davanti a un limite
della storia. Non in senso apocalittico, ma in quello più inquietante di una
stasi velenosa. Un DNA politico e culturale che si riproduce senza generare
futuro, che accumula potere senza produrre senso. Il rischio non è soltanto una
crisi commerciale o diplomatica. È l’assuefazione all’assurdo, la
normalizzazione dell’irrazionale come metodo di governo.
Servirebbe una folgorazione. Non quella, tragicamente
nota, di una nuova catastrofe nucleare, ma un processo culturale profondo,
capace di rimettere in discussione le categorie con cui pensiamo il potere, la
sovranità, l’identità. Una trasformazione lenta e faticosa, ma necessaria, che
restituisca alla politica il senso del limite, della responsabilità, della
complessità.
Trump passerà. Ciò che lo ha reso possibile rischia
invece di restare. Ed è su questo, più che sui suoi gesti, che si gioca davvero
il futuro.

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