Non chiamatelo incidente




Il dramma oltre la fatalità: responsabilità, scelte mancate e il vuoto spirituale del nostro tempo.


di Gianfranco Blasi


La tragedia di Crans-Montana non può essere derubricata a semplice incidente, anche se assume i contorni di una fatalità il cui senso fatica a entrare nelle nostre coscienze. È qualcosa di più: sembra un mezzo di contrasto iniettato nella risonanza magnetica dell’anima, che costringe a vedere ciò che normalmente rimuoviamo.

Perché i ragazzi di quell’età sono, genuinamente, il sogno della vita che scala le generazioni e si ripete. Sono il futuro che prende forma, la promessa che non chiede ancora nulla. Morire così — inceneriti, bruciati vivi — richiama immagini arcaiche e terribili: la brutalità dell’Olocausto, la dannazione medievale dei roghi dell’Inquisizione. Il fuoco, che nelle tradizioni spirituali è elemento di purificazione insieme all’acqua, qui si rovescia nel suo contrario: non purifica i viventi, ma consuma chi era destinato a vivere nel tempo, non a morire prima ancora di aver vissuto.




È vero: le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma questa vicenda produce un ossimoro insopportabile. Il male non è di tutti, non è una nube indistinta che assolve ciascuno. Leggerla come una colpa sociale generica inquieta ancora di più chi, come me, continua a credere — con Dostoevskij — che “ognuno è responsabile di tutto davanti a tutti”, ma proprio per questo esiste sempre una possibilità di scelta. Scegliere, ad esempio, se ospitare trecento ragazzi in un semiinterrato privo dei minimi supporti di sicurezza, oppure accoglierne cento e proteggerli davvero. Scegliere non è un atto astratto: è una pratica quotidiana, spesso banale, ma carica di conseguenze irrevocabili.

E poi le istituzioni. Quelle svizzere e quelle di qualsiasi altro luogo. Non possono non esercitare controlli rigorosi sull’idoneità di ogni spazio che svolga funzioni di accoglienza: da un bar a un teatro, da una discoteca a una struttura di divertimento. Qui non c’è ideologia, ma amministrazione della vita. E la vita, quando viene meno, chiede conto.




Resta, persistente, un senso di vuoto e di sconforto. E qualcosa di più profondo sembra mancare: gli elementi esistenziali che un tempo aiutavano a reggere l’urto della morte. Per esempio la possibilità del perdono reciproco, dentro un orizzonte di fede e di preghiera. Penso alla la capacità di trovare consolazione e risposte anche alle domande più difficili. Siamo tutti, di fatto, atei: privi di un rapporto consistente con l’alterità radicale, con Dio. Lo abbiamo abbandonato — o forse è Lui che non sappiamo più riconoscere — e stentiamo a ritrovarlo.

Così la morte la nascondiamo, la sterilizziamo nel linguaggio e nelle immagini. Ma quando irrompe nella sua brutalità, come qui, ci terrorizza. Ci lascia attoniti e soli. Come scriveva Camus, “il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza”, ma oggi l’ignoranza più grave è forse quella che riguarda il senso ultimo del vivere e del morire. E senza quel senso, ogni tragedia diventa un abisso privo di parole.




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