Quando i morti tornano a interrogare i vivi


Il nero della notte. l'Accettura di Loscalzo fra mito e storia


 

di Gianfranco Blasi

Il rintocco mancato (Transumandi, 2025) è un racconto di Donato Antonio Loscalzo, con un protèsto di Enzo Spera, che affonda le radici nella sua Accettura e le fa vibrare nella Basilicata di metà Ottocento, quando l’Unità d’Italia era più un’eco lontana che una promessa mantenuta. In quelle terre interne, scabre e verticali, la storia nazionale arrivava attutita, filtrata da consuetudini antiche, da un cattolicesimo popolare denso di simboli e da una miseria che rendeva il sacro e il profano inseparabili.

La vicenda prende corpo nella notte del solstizio d’inverno, durante una messa per i morti: un tempo sospeso, in cui il calendario agricolo, il ritmo liturgico e l’immaginazione collettiva si sovrappongono. Accettura, paese del Maggio, diventa un labirinto di strettole e di ombre, un teatro minimo dove i vivi e i morti sembrano condividere lo stesso respiro. Non è soltanto una messa di defunti, ma un rito di passaggio che interroga un’intera comunità, segnata dalle contraddizioni del periodo postunitario: l’autorità dello Stato appena nato, la persistenza delle gerarchie ecclesiastiche, l’antico mondo contadino che resiste al cambiamento.


Loscalzo intreccia con finezza il magico-religioso e la vita quotidiana. La morte non è un tabù muto, ma una presenza che parla, che torna a farsi sentire per offrire ai viventi una chiave di lettura di un presente incerto e diseguale. Nella Basilicata ottocentesca, terra di marginalità e di lentezza storica, il confine tra visibile e invisibile è sottile: i morti circolano tra le case, animano la chiesa madre, come memorie incarnate, mentre la Chiesa istituzione, nelle sue figure più prossime al popolo, ostenta un distacco prudente. E tuttavia, nel silenzio, anche il vescovo si interroga: segno di una crisi che non è solo religiosa, ma morale e politica. La morte diventa catarsi di un umanesimo che rifiuta la modernità, che ha paura del nuovo e si rifugia nel rito, nell'utopia della morte. Le montagne imprigionano la storia, provano a impedirle di respirare. Mentre il tempo continua a passare, continuerà a passare, ma sembra filtrato dal mito.

 


"Nella Basilicata postunitaria,

Donato  Loscalzo intreccia rito,

memoria e marginalità in una notte d’inverno

sospesa tra sacro e profano”

 

Il fascino del racconto nasce proprio da questa contaminazione: i luoghi dell’abbandono e della povertà diventano spazi simbolici, in cui la storia grande – l’Unità, le rivoluzioni mancate, le promesse liberali – resta sullo sfondo, troppo lontana dalle montagne impervie della collina materana. Qui sopravvivono lazzaroni e contadini, più che cittadini; fedeli più che sudditi consapevoli. Eppure, in questa apparente immobilità, si avverte una tensione sotterranea, una domanda di senso che attraversa i riti e le credenze.

Il protèsto di Enzo Spera, fra i punti di vista che offre nella sua post fazione, segnala una possibile similitudine di alcuni personaggi del racconto di Loscalzo con i ben noti attori del Cristo si è fermato ad Eboli di Levi. Spera riflette sulla disillusione del Mezzogiorno rispetto a "dinamiche e tensioni che si erano ipotizzate e sognate dopo l'occupazione dei Piemontesi". Certo, le atmosfere sono innegabilmente le stesse, ma il prof. accetturese non ha nulla di così tremendamente razionale come Carlo Levi. L'analisi storiografica di Levi e quella mitica di Loscalzo rappresentano due approcci fondamentali e distinti per interpretare il passato e la realtà. Mentre la prima si basa sul metodo critico, sulle fonti e sulla ricerca della verità fattuale, la seconda si fonda su narrazioni simboliche, archetipiche e fantastiche per dare significato all'esistenza. 

Donato Antonio Loscalzo, docente di letteratura greca all’Università di Perugia, porta nel racconto la sua profonda familiarità con il mito, il rito e la parola poetica. Studioso della lirica greca arcaica, di Pindaro e di Saffo, del teatro classico e della funzione civile della commedia aristofanea, Loscalzo è anche poeta raffinato. La sua lucanità non è un semplice dato biografico, ma una postura dell’anima: aderisce corporalmente e spiritualmente alla scrittura. Carne e spirito si intrecciano per cantare la terra, i luoghi, la giocosità della memoria e il dramma dell’abbandono, insieme al rito sempre rinnovato del ritorno.


Il Prof. Donato Antonio Loscalzo


I tempi sono cambiati. La Litània, quando la luna piena – non a caso detta “luna della litania” – illuminava i passi notturni, oggi ha un’altra prospettiva. Eppure, nei cuori degli accetturesi, le anime dei morti continuano talvolta a camminare per il paese. Non spaventano più né grandi né piccoli: restano come un interrogativo aperto, un fascino che non si dissolve, la traccia viva di un mondo che non è poi così lontano.

Nell’ultima settimana di febbraio, dopo la presentazione ad Accettura, di questi giorni, il prof. Loscalzo sarà ospite della Fondazione Emilio Colombo, presso la Biblioteca Maurizio Leggeri di Potenza, per dare voce e forma al mistero del suo libro: un ritorno consapevole a quel tempo di confine, in cui la storia passava altrove, mentre tra le pietre dei paesi lucani continuavano a risuonare – talvolta mancati – i rintocchi di una memoria collettiva.

 

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