Venezuela: il fallimento del chavismo tra autoritarismo, crisi economica e narco-Stato
di Gianfranco Blasi
Il Venezuela, paese che per decenni ha beneficiato di una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta, rappresenta oggi uno dei casi più drammatici di collasso politico, economico e sociale dell’America Latina. L’esperienza del chavismo, nata alla fine degli anni Novanta come progetto di emancipazione popolare e di redistribuzione delle ricchezze, si è progressivamente trasformata in un sistema centralizzato, autoritario, corrotto e incapace di produrre benefici diffusi per la popolazione.
L’utopia del potere al popolo e la degenerazione del sistema
Hugo Chávez costruì il proprio consenso su una retorica fortemente ideologica: sovranità nazionale, giustizia sociale, populismo, ovvero: promessa di riscatto delle classi popolari. Gli Stati Uniti descritti non come modello di democrazia liberale ma come stato imperialista. Un progetto che trovò eco anche in settori del cattolicesimo latinoamericano influenzati dalla teologia della liberazione. Tuttavia, dietro l’utopia del “potere al popolo”, il modello chavista ha prodotto centralismo estremo, svuotamento delle istituzioni democratiche e repressione del dissenso.
La gestione del petrolio, vera colonna portante dell’economia venezuelana, non ha generato sviluppo strutturale né un welfare sostenibile. Le rendite energetiche sono state utilizzate come strumento di consenso politico e di controllo sociale, favorendo élite ristrette e alimentando un sistema clientelare che ha lasciato il paese privo di un tessuto produttivo autonomo. Quando, più di un decennio fa, il prezzo del greggio è crollato, sono emerse tutte le fragilità di un modello economico monocorde e dipendente.
Maduro e la fine del sogno chavista
Con la morte di Chávez, Nicolás Maduro ne ha rappresentato la versione al ribasso: meno carisma, meno capacità di mediazione, maggiore ricorso alla forza. Sotto la sua guida il paese ha definitivamente smarrito ogni orizzonte di speranza. Maduro ha sancito il fallimento del comunismo in salsa venezuelana. Le elezioni sono diventate rituali svuotati di reale competizione, il Parlamento è stato marginalizzato, l’opposizione perseguitata o esclusa.
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| Nicolàs Maduro, non è più presidente del Venezuela |
La crisi economica si è trasformata in crisi umanitaria: inflazione fuori controllo, povertà diffusa, carenze croniche di beni essenziali, servizi pubblici al collasso. Milioni di venezuelani hanno lasciato il paese, dando vita a uno degli esodi più significativi del continente.
La droga come economia parallela e contropotere
In questo contesto di disgregazione statale, la droga non è più soltanto un problema criminale, ma è diventata una delle principali economie informali del paese. Il Venezuela si è trasformato in una piattaforma strategica del narcotraffico internazionale, soprattutto come corridoio per la cocaina proveniente dalla Colombia e diretta verso Europa e Stati Uniti.
Cartelli, clan, bande armate e reti mafiose hanno occupato gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, diventando un contropotere capace di influenzare istituzioni, apparati di sicurezza e potere politico. In molte aree del paese il confine tra criminalità organizzata e apparati pubblici è ormai indistinto: la narco-economia garantisce reddito, protezione e controllo del territorio laddove lo Stato non è più in grado di offrire né lavoro né sicurezza.
La violenza, la diffusione delle armi e l’arruolamento di giovani senza prospettive hanno ulteriormente lacerato il tessuto sociale. La droga, più che una devianza, è diventata una strategia di sopravvivenza in un paese in cui l’economia legale è stata distrutta da corruzione, incompetenza e isolamento internazionale. Questo passaggio segna una trasformazione profonda: il Venezuela non è solo uno Stato autoritario, ma uno Stato indebolito e penetrato da interessi criminali.
Ingerenze esterne e isolamento geopolitico
Parallelamente, il chavismo ha trovato sostegno in una rete di alleanze ideologiche e strategiche con paesi come Russia, Cina, Cuba e Iran. Rapporti che hanno garantito ossigeno politico e finanziario al regime, ma che hanno anche inserito il Venezuela in un gioco geopolitico più ampio, riducendone ulteriormente l’autonomia e accentuandone l’isolamento dal mondo occidentale.
Il fattore statunitense sullo sfondo
Le tensioni con gli Stati Uniti, sempre descritti come il male assoluto – acuite negli anni, indipendentemente da chi fosse alla Casa Bianca, culminate nelle recenti iniziative dell’amministrazione Trump – vanno lette come un capitolo finale, non come la causa originaria della crisi. Le pressioni esterne, le sanzioni e le operazioni politiche o militari hanno certamente portato alla ribalta delle prime pagine la situazione, ma il collasso venezuelano affonda le sue radici in decenni di scelte sbagliate, autoritarismo e gestione predatoria delle risorse.
Il Venezuela rappresenta oggi il fallimento di un’utopia politica, già sconfitta in altri continenti e in altri momenti della storia, che, promettendo giustizia sociale e sovranità popolare, ha prodotto povertà diffusa, repressione, corruzione e una pericolosa saldatura tra potere politico e criminalità organizzata. La parabola del chavismo mostra come l’ideologia, quando si sostituisce alle istituzioni e al pluralismo democratico, quando rinuncia ad una interpretazione libera e dinamica dell'economia, quando cancella i corpi sociali, il libero associazionismo, le categorie professionali e gli stessi sindacati, possa trasformarsi in un meccanismo di dominio e distruzione dello Stato.




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