La maschera di Sarachella a Potenza, le maschere, il Carnevale: identità,
crisi e trasformazioni

La maschera di Sarachella: identità e tradizione potentina
Riempire lo spazio della primavera per allungare il tempo della festa e
anticipare quello della Parata dei Turchi
di Gianfranco Blasi
Negli ultimi decenni assistiamo a una trasformazione
profonda del senso della maschera e della festa stessa. Se un tempo la maschera
incarnava una funzione simbolica, comunitaria e rituale ben definita, oggi osserviamo
una pluralizzazione delle forme e un progressivo slittamento di significato:
dalla maschera come identità condivisa alla maschera come esperienza
individuale, spesso legata al consumo, al divertimento e alla trasgressione.
1. La maschera
come dispositivo antropologico
Tradizionalmente, la maschera non è semplicemente un
travestimento. È un dispositivo culturale che permette di sospendere
temporaneamente l’ordine sociale, creando uno spazio liminale — una soglia fra
norma e inversione, tra reale e fantastico.
Nel Carnevale europeo, e in particolare nelle
tradizioni locali dell’Italia meridionale, la maschera svolgeva almeno tre
funzioni fondamentali:
- Rovesciamento sociale: l’ordine gerarchico veniva temporaneamente
invertito; il povero poteva diventare re, il folle parlare con autorità.
- Protezione simbolica: nascondere il volto consentiva di dire e fare
ciò che normalmente era proibito.
- Rafforzamento comunitario: la festa era un’esperienza collettiva; la
maschera rappresentava un ruolo riconosciuto dalla comunità.
In questo senso, la maschera tradizionale non
cancellava l’identità: la trasformava in un linguaggio condiviso.
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| Sarachella e Rusinella, l'idea di due maschere condivise |
2. Il caso di
Sarachella a Potenza: una maschera identitaria
La maschera di Sarachella appartiene a un universo
simbolico locale, legato a rituali stagionali, pratiche popolari e memorie
comunitarie. Si colloca in uno spazio di confine tra mondo rurale e dimensione
urbana, come testimoniano anche i sottani potentini e gli ambienti sociali in
cui queste tradizioni si sono radicate.
Non si tratta semplicemente di un costume folklorico,
ma di un segno identitario che riflette:
- una specifica visione del rapporto tra individuo
e comunità;
- un forte radicamento territoriale;
- una dimensione rituale capace di collegare
passato e presente.
Maschere come Sarachella funzionano come archivi
viventi della cultura locale. Tuttavia, restano pienamente comprensibili solo
all’interno di un contesto sociale preciso, fatto di relazioni, tradizioni
orali e continuità generazionale.
Il declino — non tanto di Sarachella in sé, quanto di
questo tipo di maschere — non è soltanto estetico o folklorico: rappresenta il
segnale di una trasformazione più ampia delle comunità e dei loro modi di
rappresentarsi.
3. La crisi
delle maschere tradizionali
Negli ultimi decenni molti carnevali locali hanno
attraversato un processo di ridefinizione. Alcuni fattori appaiono
particolarmente rilevanti:
- Globalizzazione culturale: modelli più spettacolari e universalizzabili
tendono a sostituire simboli locali complessi.
- Turistificazione della festa: il Carnevale diventa un evento da consumare più
che un rito da vivere.
- Indebolimento delle comunità stabili: spopolamento, mobilità e frammentazione sociale
rendono più fragile la trasmissione delle tradizioni.
Il risultato è spesso un Carnevale che conserva la
forma esterna della festa ma perde parte del suo spessore simbolico.
4. Il modello
veneziano e il cambio di paradigma
L’affermazione di modelli come quello veneziano
rappresenta un passaggio significativo.
La maschera veneziana contemporanea è elegante,
anonima, altamente fotogenica: funziona perfettamente nell’economia
dell’immagine e dei social media. Non richiede appartenenza culturale specifica
e offre un accesso universale alla festa.
Questo cambiamento riflette anche una trasformazione
del modo di divertirsi:
- maggiore enfasi sull’esperienza sensoriale e
sulla trasgressione;
- riduzione della dimensione rituale e simbolica;
- centralità dell’auto-rappresentazione: il Carnevale come performance di sé.
5.
Trasgressione e mutamento del senso del Carnevale
Storicamente, la trasgressione carnevalesca era
regolata e integrata nella struttura sociale: una valvola di sfogo temporanea
che, paradossalmente, contribuiva a rafforzare l’ordine complessivo.
I carnevali antropologici lucani — da Satriano a
Tricarico e ad altri luoghi simbolo — conservano ancora tracce di questa
dimensione: il bosco, il mistero, il richiamo ancestrale, l’elemento rituale
legato alla natura e al ciclo stagionale.
Oggi, invece, la trasgressione tende a diventare:
- permanente, non limitata al tempo rituale;
- individualizzata;
- talvolta svincolata da codici simbolici
condivisi.
Ne deriva un paradosso: il Carnevale continua a
promettere libertà, ma spesso perde la cornice culturale che dava significato a
quella libertà.
6. Dalla
maschera alle maschere: pluralità o perdita?
Il passaggio dalla “maschera” alle “maschere” può
essere interpretato in due modi:
- come impoverimento, se segna la perdita di
identità locali e profondità simbolica;
- come trasformazione inevitabile, se riflette
nuove forme di socialità e nuovi modi di espressione.
La sfida contemporanea consiste forse nell’evitare una
contrapposizione sterile tra tradizione e innovazione, cercando invece un
dialogo fra memoria e cambiamento.
Riflettere su Sarachella e sulle maschere tradizionali
significa interrogarsi su ciò che resta del Carnevale come rito collettivo. Non
si tratta soltanto di salvare una tradizione — anche se molti, oggi, ne sono
testimoni e custodi — ma di capire se sia ancora possibile una festa che non
sia solo spettacolo o consumo, bensì esperienza condivisa di identità,
rovesciamento e comunità.
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| La maschera di Cipollino, il grande turco della Parata del Maggio potentino |
Vorrei infine avanzare una proposta.
Esiste un tempo e uno spazio simbolico che potrebbe
dilatare il Carnevale potentino e prolungarlo fino alla Parata dei Turchi e al
Maggio cittadino. Si potrebbe immaginare un vero e proprio “rinascimento
primaverile” capace di collegare tradizioni diverse in un unico percorso
culturale: da Sarachella al Grande Turco.
Un progetto che coinvolga associazioni, scuole e
realtà locali, capace di diventare anche un attrattore culturale e turistico.
Si potrebbe pensare a un contenitore permanente — un museo o un centro
espositivo — dove simboli, volti, storie, dipinti e fotografie trovino spazio e
visibilità.
Accanto a questo, immagino una festa diffusa: una via
Pretoria animata da maschere e travestimenti, dame e cavalieri, spadaccini e
saraceni. Non solo nelle ore immediatamente precedenti la Parata, ma nelle
settimane che la precedono, magari ogni domenica di maggio.
La maschera e le maschere, dal Carnevale alla Parata:
ognuna una storia, un’allegoria, un luogo, un’identità. Sarebbe bello lavorarci
insieme, ciascuno secondo le proprie competenze.
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| Spadaccini potentini |






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