Stellantis tra crisi industriale e transizione elettrica: errori strategici, illusioni e impatto sul lavoro. Il caso Italia con Melfi sullo sfondo. Il nodo della sfida geopolitica all’industria europea


I numeri di Stellantis denunciano una crisi strutturale del modello industriale 


di Gianfranco Blasi 

Negli ultimi mesi Stellantis è entrata in una fase critica che non riguarda solo l’andamento finanziario, ma l’intero modello industriale della transizione verso l’elettrico. La svalutazione straordinaria da oltre 22 miliardi di euro annunciata nel 2026, legata alla revisione della strategia EV, rappresenta un punto di svolta simbolico: la fine della fase di espansione ottimistica e l’inizio di una fase più prudente e complessa.

La crisi del gruppo non è isolata, ma riflette tensioni più profonde che attraversano tutta l’industria automobilistica europea, a cominciare da quella tedesca.

 

1. Una strategia costruita su previsioni di domanda troppo ottimistiche

Il primo elemento riguarda la previsione di crescita dell’elettrico.

Molti costruttori — Stellantis inclusa — hanno pianificato investimenti massicci sulla base di:

  • crescita rapida delle vendite EV,
  • incentivi pubblici stabili,
  • accelerazione normativa europea.

La realtà è stata diversa:

  • rallentamento della domanda,
  • sensibilità al prezzo dei consumatori,
  • infrastrutture di ricarica ancora insufficienti.
  • Modifica della programmazione europea e crisi del green deal

 

Il risultato è stato un eccesso di fiducia nelle dinamiche elettriche e la necessità di ridimensionare programmi industriali.


 

Stellantis, la crisi del vecchio modello industriale

2. Strategia guidata dalla regolazione più che dal mercato

Un secondo nodo è l’approccio “compliance-driven”.

Le case europee hanno progettato la transizione elettrica principalmente per rispettare regole, processi di conformità:

  • target CO₂,
  • obiettivi ESG,
  • stop al termico nel 2035.

Questo ha creato un paradosso:

- la strategia industriale è stata spesso modellata dalle norme più che dal comportamento reale dei consumatori.

Ne deriva una gamma elettrica che in alcuni casi:

  • non è competitiva sul prezzo,
  • arriva prima della domanda. E’ questo è un paradosso!

 

3. Posizionamento competitivo fragile tra Tesla e Cina

Stellantis si trova in una posizione difficile:

  • Tesla domina sul piano software e dell’immagine tecnologica.
  • I costruttori cinesi (BYD, MG, ecc.) competono con prezzi molto più aggressivi grazie a integrazione verticale e costi industriali inferiori.

Il gruppo europeo rischia quindi di rimanere nel “mezzo”:

  • senza leadership tecnologica,
  • con struttura costi elevata.

 

4. Complessità organizzativa eccessiva

La fusione FCA–PSA ha creato un conglomerato con numerosi marchi e identità, davvero troppi perché tutti siano competitivi.

Se nell’era del termico la diversificazione era un vantaggio, nell’elettrico può diventare un limite:

  • piattaforme software da sviluppare,
  • architetture elettroniche da standardizzare,
  • investimenti enormi concentrati in tempi brevi.

La dispersione strategica rallenta l’esecuzione.


 

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5. La doppia transizione che comprime i margini

Il problema centrale è finanziario:

Stellantis deve contemporaneamente:

  • mantenere e aggiornare i motori termici,
  • finanziare lo sviluppo EV.

Questo crea una pressione strutturale sui margini:

  • l’elettrico non è ancora redditizio quanto l’ICE,
  • gli investimenti sono stati e restano anticipati rispetto ai ritorni.

 

Le tre illusioni strategiche sull’elettrico

Dietro la crisi attuale emergono tre illusioni diffuse nell’industria europea.

1.    L’illusione della crescita lineare

Si è immaginata una crescita continua e veloce dell’EV.

In realtà le transizioni tecnologiche sono sempre:

  • irregolari,
  • influenzate dal ciclo economico,
  • dipendenti dai prezzi.


Lo stabilimento di San Nicola di Melfi


        2.    L’illusione che il vecchio powertrain (motore, trasmissione, albero di trasmissione, differenziale e assi) fosse il vero campo di battaglia

Molti costruttori hanno pensato anche che la sfida fosse solo:

  • motore elettrico,
  • batterie.

Ma oggi il vantaggio competitivo è:

  • software,
  • ecosistema digitale,
  • supply chain.

Per intenderci, la supply chain (catena di approvvigionamento) è l'insieme complesso di organizzazioni, persone, attività, informazioni e risorse che trasferisce un prodotto o servizio dai fornitori ai clienti finali. Include pianificazione, approvvigionamento, produzione, logistica e distribuzione, mirando a minimizzare i costi e massimizzare il valore e la resilienza.

Va detto con forza che non basta produrre macchine e affidarle ai vecchi concessionari, senza la costruzione di figure intermedie moderne e di processi ci comunicazione evoluti.

 

3.    L’illusione che la regolazione europea garantisse automaticamente il successo industriale

Le norme possono accelerare la transizione, ma non sostituiscono:

  • la competitività dei prodotti,
  • il prezzo finale,
  • la percezione del consumatore.

 

La crisi occupazionale: l’Italia come epicentro

La trasformazione industriale ha effetti diretti sul lavoro, e l’Italia appare uno dei paesi più esposti.

Riduzione dell’occupazione

Secondo dati sindacali:

  • gli occupati Stellantis in Italia sono passati da circa 37.000 nel 2020 a circa 27.600 nel 2024,
  • quasi 10.000 posti persi in quattro anni.

La produzione nazionale è crollata:

  • meno di 380.000 veicoli nel 2025,
  • circa la metà rispetto a pochi anni prima.

Questo ridimensionamento riflette:

  • calo dei volumi,
  • incertezza sui nuovi modelli,
  • transizione industriale verso l’elettrico.

 

Il caso Melfi: laboratorio della transizione

Lo stabilimento di Melfi rappresenta un esempio emblematico.

L’area automotive locale coinvolge circa:

  • 9.400 lavoratori complessivi,
  • con qualche migliaia (sempre meno) nell’indotto.
  • Inutile parlare dei numeri di un decennio fa che erano quasi il doppio di ora.

Le criticità principali:

  • riduzione delle commesse,
  • cassa integrazione,
  • incertezza sui volumi futuri.

Paradossalmente Melfi (era) è destinata a diventare hub per modelli elettrici, ma la transizione crea una incerta fase intermedia:

- meno produzione nel breve periodo mentre si prepara il nuovo ciclo industriale, i cui tempi non sono però ancora certi.

Questo genera una tensione tipica della transizione EV:

  • l’elettrico richiede meno manodopera,
  • l’indotto tradizionale rischia una contrazione strutturale.

 

Jhon Elkann, famoso per scorporazioni,
fusioni e vendita di pezzi di aziende dell'ex galassia degli Agnelli

Conclusione: una crisi di transizione, non solo aziendale

La crisi di Stellantis non può essere letta semplicemente  come fallimento manageriale anche se chi gestisce e opera facendo scelte ha sempre il compito di sbagliare il meno possibile.

È piuttosto il segnale di:

  • una transizione tecnologica non lineare,
  • un’industria europea sotto pressione geopolitica,
  • un cambio di paradigma industriale in cui software, costi e scala globale diventano decisivi.

La vera domanda non è se l’elettrico vincerà — probabilmente sì — ma:

- quali costruttori europei riusciranno a sopravvivere alla fase intermedia.

 

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