Tra
autodeterminazione e responsabilità:
cosa
ci chiede davvero l’Iran
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| Iran, capelli al vento e hijab per terra. Eccole le donne iraniane |
Quando un regime reprime la vita in nome dell’ordine, il dilemma non è solo se intervenire o meno, ma come difendere la libertà senza imporre modelli e senza restare indifferenti.
di Gianfranco Blasi
Molti si interrogano
se sia davvero indispensabile intervenire militarmente per ribaltare gli
equilibri interni di una nazione. È una domanda che ritorna ciclicamente nella
storia recente: dal Venezuela all’Iran, ogni crisi riapre il dilemma tra
intervento e autodeterminazione.
Il principio
dell’autodeterminazione dei popoli resta infatti essenziale. Allo stesso tempo,
appare sempre più evidente quanto sia illusoria — e talvolta pericolosa —
l’idea di poter esportare modelli culturali, politici o persino la democrazia
come fossero prodotti trasferibili a piacimento da una parte all’altra del
mondo. Ogni società è attraversata da condizioni etniche, religiose, culturali
e storiche che richiedono uno sguardo prudente, capace di comprendere prima di
giudicare.
Eppure esistono
regimi che non si limitano a essere autoritari: essi si configurano come
minacce concrete alla vita stessa dei propri cittadini e, in alcuni casi, alla
stabilità internazionale. Cosa fare, allora, quando il rispetto della sovranità
sembra entrare in conflitto con la difesa dei diritti fondamentali?
Il nodo centrale
riguarda il rapporto fra potere e diritti: potere e libertà personali, potere e
politiche di genere, potere e dignità umana. Il conflitto che attraversa oggi
l’Iran, ad esempio, non è soltanto uno scontro tra il potere teocratico e una
parte crescente della popolazione che reclama libertà; esso assume i contorni
di una lotta simbolica tra una visione della vita fondata sul controllo e una
che rivendica pluralità, autonomia e futuro.
| La ragazza che brucia la foto del capo supremo, divenuta simbolo della rivolta |
Quando un sistema
politico si regge sulla sorveglianza permanente, sulla polizia morale e sulla
punizione esemplare, la repressione non rappresenta una deviazione patologica
ma diventa la modalità ordinaria di governo. In questi contesti, la pena
capitale e la violenza istituzionale assumono una funzione pedagogica: non solo
eliminare il dissenso, ma ricordare costantemente che la vita è concessa a
condizione dell’obbedienza. Le recenti repressioni in Iran — con arresti e
omicidi di massa, blackout informativi e violenze sistematiche denunciati da
organizzazioni internazionali — sembrano confermare questa dinamica.
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| Le donne persiane, simbolo della lotta di liberazione dal regime islamico |
Come ha scritto
Massimo Recalcati su Repubblica: "Il
potere teocratico-totalitario teme tutto ciò che vibra e si muove: la
giovinezza, il desiderio, la musica, i corpi, soprattutto quelli delle
donne". La disciplina dei corpi diventa allora il terreno principale
di una battaglia simbolica: mortificare il desiderio per preservare un ordine
che percepisce la libertà come minaccia esistenziale.
Di fronte a tutto
questo, la coscienza contemporanea resta sospesa tra due rischi opposti: da un
lato l’indifferenza che giustifica ogni abuso in nome della non-ingerenza;
dall’altro l’illusione salvifica dell’intervento esterno, che troppo spesso ignora
la complessità delle società e finisce per produrre nuove forme di dominio.
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| Iran, probabilmente siamo al punto di rottura del sistema |
Forse la domanda
decisiva non è soltanto se intervenire o meno, ma come sostenere concretamente
i processi di liberazione senza sostituirsi ai popoli che li vivono. Come accompagnare
senza colonizzare, come difendere i diritti senza trasformarli in strumenti di
potenza.
È qui che la
coscienza è chiamata a scegliere: non tra azione e inattività, ma tra diverse
forme di responsabilità verso la vita, la libertà e la dignità umana.
Il tema resta aperto ad una
discussione matura ...
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| Ali Khamenei, è anche il leader supremo del clero sciita iraniano |




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