Tradizione, diplomazia e identità: le tensioni della Santa Sede sul Medio
Oriente
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| Zuppi e Parolin, i cardinali italiani contrari al Bord of peace di Trump |
Dietro il
diniego della Santa Sede al “Board of peace” emergono fratture ecclesiali, nodi
geopolitici e una riflessione profonda da sviluppare sul rapporto tra
tradizione e diplomazia nel Medio Oriente contemporaneo.
di Gianfranco Blasi
Il diniego al “Bord
of peace” e più in generale l’atteggiamento del Vaticano rispetto ai
recenti sviluppi del processo di pace in Medio Oriente può apparire, a prima
vista, incomprensibile. In realtà, se lo si osserva con maggiore attenzione,
esso rivela tensioni profonde e stratificate che attraversano non solo la
diplomazia vaticana, ma anche il dibattito interno alla Chiesa cattolica
contemporanea. Rimane tuttavia un atteggiamento che, pur spiegabile, continua a
suscitare sorpresa e talvolta sconcerto in molti fedeli.
Dietro le prese di posizione della Santa Sede si
intravedono diverse linee di frizione. Da un lato, vi è la relazione complessa
con gli Stati Uniti, in particolare con l’America politica legata a Donald
Trump e con alcune componenti della Chiesa americana, spesso percepite come
portatrici di un’impostazione culturale e geopolitica distinta rispetto alla
sensibilità prevalente in alcune curie europee. Dall’altro lato emergono
tensioni più profonde nel rapporto con Israele, che non riguardano solo la
dimensione diplomatica ma anche questioni teologiche e simboliche legate al
ruolo del popolo ebraico nella storia della salvezza.
È in questo contesto che le critiche espresse da
figure come il cardinale Camillo Ruini assumono un significato particolare.
Ruini ha richiamato la centralità della tradizione come elemento identitario
della Chiesa, sottolineando come una comunità cristiana che si allontani dal
proprio patrimonio storico e dottrinale rischi di perdere il filo conduttore
della sua storia. La sua posizione non è semplicemente una presa di posizione
politica, ma riflette un dibattito più ampio sulla direzione culturale e
pastorale del cattolicesimo contemporaneo.
Secondo questa prospettiva, alcune scelte diplomatiche
recenti apparirebbero influenzate da un’impostazione ideologica che rischia di
mettere in secondo piano la relazione teologica profonda tra l’Antico e il
Nuovo Testamento, cioè il legame spirituale e storico tra il popolo di Israele
e la Chiesa cristiana. È proprio questo punto che suscita la preoccupazione di
quanti ritengono che la Santa Sede debba preservare con maggiore chiarezza la
continuità con la propria tradizione.
Il contributo
del pensiero di Joseph Ratzinger
In questo dibattito, il pensiero di Joseph Ratzinger —
poi papa Benedetto XVI — offre un riferimento prezioso. Ratzinger ha insistito
a lungo sull’idea che la Chiesa non possa reinventarsi continuamente secondo le
esigenze del momento storico, ma debba vivere in una “ermeneutica della
continuità”, ossia in un equilibrio tra rinnovamento e fedeltà alla tradizione.
Secondo questa visione, la tradizione non è un peso del passato, bensì la
memoria viva che garantisce l’identità della comunità cristiana.
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| Papa Benedetto XVI e il Cardinal Ruini in una foto di repertorio |
Particolarmente rilevante è la riflessione
ratzingeriana sul rapporto tra cristianesimo ed ebraismo. Benedetto XVI ha più
volte sottolineato che la fede cristiana non può comprendere se stessa senza
riconoscere le proprie radici nell’Israele biblico. Questo legame non è solo
storico, ma teologico: il Dio dei cristiani è il Dio di Abramo, di Isacco e di
Giacobbe. Da qui deriva l’idea che la relazione con il popolo ebraico non possa
essere trattata unicamente in termini diplomatici o geopolitici, ma richieda
una sensibilità spirituale e culturale profonda.
Allo stesso tempo, Ratzinger ha sempre ribadito che la
diplomazia della Santa Sede deve mantenere una posizione universale e non
schierata, capace di dialogare con tutte le parti in conflitto. Questo equilibrio,
tuttavia, non implica neutralità morale assoluta, ma una capacità di coniugare
verità e carità, identità e dialogo.
Oltre le
polarizzazioni interne
Le discussioni attuali mostrano come all’interno della
Chiesa convivano sensibilità diverse. Alcuni vedono nelle scelte diplomatiche
recenti una continuità con l’approccio pastorale e geopolitico sviluppato
durante il pontificato di papa Francesco; altri, invece, le interpretano come
uno spostamento culturale che rischia di allontanare la Chiesa dalla propria
tradizione teologica e dalla sua identità storica.
È però importante ricordare che il cattolicesimo ha
sempre vissuto di pluralità interna. Si può essere cristiani senza condividere
tutte le scelte di singoli cardinali o orientamenti pastorali, così come si può
criticare un’impostazione senza per questo negare l’unità ecclesiale. La storia
della Chiesa è segnata proprio dalla tensione feconda tra continuità e riforma,
tra prudenza diplomatica e testimonianza profetica.
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| Il Bord of Peace, l'organismo internazionale previsto dal piano di pace in Medio Oriente |
Forse la sfida principale oggi consiste nell’evitare
che il dibattito ecclesiale venga ridotto a categorie puramente politiche o
ideologiche. La questione del Medio Oriente, con il suo intreccio di religione,
storia e geopolitica, richiede una riflessione che sappia tenere insieme tradizione
teologica, responsabilità pastorale e realismo politico.



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