Quando l’Italia smise di essere un sogno, il 17 marzo che ci unisce




Da secoli noi siamo calpesti e derisi,
perché non siam popolo, perché siam divisi”

                                                                                                                     

di Gianfranco Blasi

Quando Goffredo Mameli scrisse questi versi, nel 1847, l’Italia non era ancora un nome da pronunciare al singolare. Era un’eco spezzata, una geografia dell’anima frammentata in regni, ducati, domini stranieri. Era una terra bellissima e vulnerabile, attraversata da lingue diverse, da costumi lontani, da confini che cambiavano con il vento della politica e delle armi. Esistevano italiani, sì — nei cuori, nelle memorie, nelle aspirazioni — ma non ancora un popolo capace di riconoscersi nello stesso destino.

E così, nei secoli, ogni esercito straniero aveva trovato porte aperte o resistenze isolate, mai una voce sola. Francesi, spagnoli, austriaci: tutti avevano camminato su quella terra come su un mosaico fragile, dove ogni tessera temeva più la vicina che l’invasore. Non era solo una divisione geografica: era una solitudine collettiva, una mancanza di abbraccio. Eppure la terra dei papi e del più grande fra gli imperi aveva in se un anelito di patria.

Ed infatti arrivò il 17 marzo 1861.                                

A Torino, in un’aula carica di attese e di storia, Vittorio Emanuele II fu proclamato Re d’Italia. In quel momento — solenne e quasi irreale — l’Italia cessò di essere un sogno disperso e divenne un nome, uno Stato, una presenza. Non fu un prodigio improvviso, ma il punto d’arrivo di un lungo cammino fatto di sangue e di ideali, di battaglie e di silenzi, di diplomazia sottile e di slanci generosi. Fu il frutto di uomini diversi, spesso divisi, ma uniti da una stessa febbre: vedere finalmente l’Italia esistere.

Da quel giorno, la penisola smise di essere una somma di fragilità e divenne, all'inizio con più fatica, una sola voce. Una voce ancora giovane, imperfetta, ma finalmente capace di farsi ascoltare.

Eppure, quella nascita non fu accolta da tutti con la stessa gioia.




Per alcuni, fu una conquista; per altri, una rinuncia. I repubblicani, i mazziniani, gli spiriti più ardenti della rivoluzione sentirono che quel sogno si era compiuto a metà. Giuseppe Mazzini, instancabile profeta di una patria libera e repubblicana, vide nell’Unità sotto la monarchia una promessa tradita. L’Italia, per lui, doveva nascere dal popolo e per il popolo, non essere consegnata a una dinastia.

Molti accettarono, con il cuore diviso, che l’unità venisse prima di tutto. Anche sotto una corona, purché l’Italia fosse una. Altri, più inflessibili, scelsero l’esilio, la distanza, la coerenza fino all’ultimo respiro. Così, accanto alla gioia della nascita, si insinuò una sottile malinconia: quella delle occasioni mancate, delle speranze incompiute.

Questa ferita, invisibile ma persistente, attraversò i decenni.

Riemerse, sotto altre forme, nel Novecento. Nella Resistenza, nelle tensioni tra monarchia e repubblica, nelle scelte difficili di un Paese che cercava ancora sé stesso. E quando, il 2 giugno 1946, gli italiani scelsero la Repubblica, quella scelta sembrò chiudere definitivamente il capitolo iniziato nel 1861 — ma non senza lasciare ombre.

Il 17 marzo, lentamente, scivolò ai margini della memoria. Non fu cancellato, ma dimenticato. Come una data scomoda, come un’origine da guardare con diffidenza. Le piazze tacquero, i libri si fecero brevi, il ricordo si affievolì. Sembrava quasi che l’Italia volesse rinascere una seconda volta, dimenticando la prima.

Eppure, la storia non si cancella: si trasforma, si sedimenta, aspetta.

Oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo, quel giorno torna a parlarci con una voce più pacata, più matura. Dal 2011, anno del centocinquantesimo anniversario, il 17 marzo è tornato ad affacciarsi nel calendario civile, non più come simbolo di una parte, ma come memoria condivisa.




Celebrarlo non significa scegliere tra monarchia e repubblica. Significa riconoscere che, prima di ogni forma istituzionale, c’è stato un atto di nascita. Che l’Italia, prima di essere repubblicana, è stata unita. E che quell’unità — fragile, imperfetta, conquistata a caro prezzo — è il filo invisibile che tiene insieme tutto il resto.

Oggi nessuno teme più il ritorno di antiche corone. Nessuno vede in quella data una minaccia. Sindaci, territori, scuole, cittadini: tutti possono guardare al 17 marzo come a un momento fondativo, senza sospetti e senza rancori.

Forse perché, finalmente, abbiamo imparato a riconoscerci.

Non in ciò che ci divide, ma in ciò che ci tiene insieme. Non nelle forme del potere, ma nella sostanza di una storia comune. L’Unità d’Italia non è di destra né di sinistra, non è monarchica né repubblicana. D'altronde siamo inequivocabilmente repubblica

L'unità è un respiro lungo secoli.
È una ferita che si è fatta identità.
È una promessa che continua ogni giorno...

 

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