Askatasuna e l’alibi della piazza





Devastazioni, aggressioni e scontri con la polizia a Torino. Poi il silenzio, le giustificazioni e le ambiguità di chi continua a legittimare la violenza come strumento politico

 

di Gianfranco Blasi

La manifestazione indetta a Torino in “solidarietà” con Askatasuna, centro sociale sgomberato nel dicembre 2025 e da anni punto di riferimento dell’area antagonista, è degenerata – come ampiamente previsto – in violenze, devastazioni e scontri con le forze dell’ordine.

Al corteo hanno partecipato alcune migliaia di persone, giunte anche dall’estero, con la presenza di sigle della sinistra radicale, sindacati di base, Rifondazione Comunista e di esponenti politici e culturali noti. Accanto alle bandiere palestinesi, numerosi i simboli della galassia antagonista, legata a un immaginario politico che mescola estremismo ideologico e rifiuto delle regole democratiche.

Secondo uno schema ormai consolidato, dopo il concentramento iniziale le frange più radicali si sono staccate dal corteo principale dando vita a ore di guerriglia urbana. Bombe carta, petardi, pietre e oggetti contundenti lanciati contro le forze dell’ordine; cassonetti e arredi urbani incendiati; negozi e bar devastati; automobili danneggiate. Persino una camionetta della polizia è stata data alle fiamme. Il conto finale parla di ingenti danni e di oltre 80 feriti tra gli agenti.

L’episodio più grave è stato il pestaggio dell’agente Alessandro Calista, 29 anni, del Reparto Mobile di Padova: accerchiato, gettato a terra e colpito ripetutamente con calci, pugni e oggetti contundenti, tra cui un martello. Salvato  dall’intervento dei colleghi, è stato ricoverato in ospedale. Solo per caso non si è consumata una tragedia.




Il bilancio giudiziario appare sproporzionato rispetto alla gravità dei fatti: due arresti in carcere, tre denunce e alcuni fermati poi rilasciati a piede libero. Un dato che alimenta una sensazione diffusa di impunità.

Ma altrettanto inquietante è ciò che è avvenuto dopo. Parte del mondo mediatico e intellettuale ha scelto la strada della minimizzazione: si parla di infiltrati, di carenze nella gestione dell’ordine pubblico, perfino di aggressioni ridotte a “qualche graffio”. C’è chi si attarda su distinzioni grottesche tra martello e martelletto, come se la violenza di un’aggressione di gruppo dipendesse dal vocabolario.

Questo atteggiamento non è neutro. È una forma di legittimazione politica e culturale della violenza. È la riproposizione, aggiornata, di una logica che negli anni Settanta ha prodotto lutti e ferite profonde alla democrazia italiana. E comunque, da metà degli anni 90', dall'avvento di Silvio Berlusconi, quando non si accetta il verdetto delle urne, si cerca lo scontro nelle piazze.

Preoccupa davvero che alcuni esponenti politici presenti alla manifestazione rivendichino ancora oggi la loro partecipazione, ignorando o relativizzando quanto accaduto. Finché chi devasta le città e aggredisce le forze dell’ordine potrà contare su coperture politiche e su una risposta giudiziaria debole, la sicurezza pubblica resterà esposta e il principio di legalità svuotato.




Schierarsi senza ambiguità dalla parte delle forze dell’ordine non è una posizione “di parte”: è una linea di confine democratica. Tutto ciò che la oltrepassa, anche quando si ammanta di giustificazioni ideologiche o morali, contribuisce a normalizzare una violenza che lo Stato non può permettersi di tollerare.

 

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