Francesco, il fuoco sotto la cenere:

 la lettura “politicamente scorretta” di Rondoni



Uno dei pochissimi ritratti
che avrebbe fissato il vero volto del patrono d'Italia


 Dalla mia notte silenziosa della lettura del suo libro all’incontro a Santa Maria del Sepolcro a Potenza, una riflessione sul pensiero di Davide: un San Francesco vivo, poetico e dirompente, lontano dagli stereotipi globalisti e dalle versioni addomesticate del Santo di Assisi.

 

di Gianfranco Blasi

Ho letto il libro su Francesco di Davide Rondoni un paio di mesi fa. Come sempre faccio utilizzando il tempo lento e lungo della notte. Stimo molto Rondoni, lo conosco personalmente e lo apprezzo per le qualità intellettuali, poetiche, umane. Giovedì 26 febbraio abbiamo potuto ascoltarlo nella chiesa di Santa Maria del Sepolcro a Potenza. Proprio sul santo di Assisi.

Ci sono figure che la retorica addomestica. Le rende innocue, rassicuranti, buone per tutte le stagioni. San Francesco d'Assisi è una di queste: icona dell’ecologia “light”, patrono del dialogo, testimonial universale della pace. Ma basta leggere davvero il Cantico delle creature per capire che lì dentro c’è un fuoco, non uno slogan.

È proprio questo fuoco che Davide Rondoni prova a riaccendere.




Un Francesco vivo, non da santino

Nel suo libro La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo, Rondoni rifiuta l’immagine di un Francesco statico, etereo, disincarnato. Ne restituisce invece la fibra umana: un uomo impetuoso, attraversato da tensioni, capace di amicizie “violente”, di scelte radicali, di rotture brucianti.

Non un moralista, ma un innamorato. Non un’icona da calendario, ma un uomo ferito che scopre nella ferita la letizia.

Questa insistenza sulla letizia è decisiva. Per Rondoni, Francesco non è il campione del sacrificio triste, bensì il testimone di una simpatia originaria per la vita. Una simpatia che non nasce dall’ingenuità, ma dall’aver guardato in faccia il dolore, la malattia, il fallimento – e averli attraversati.

 

Il Cantico: prima poesia, non solo preghiera

Il Cantico delle creature viene spesso citato come testo “ecologista” ante litteram. Rondoni compie un’operazione più radicale: lo legge anzitutto come poesia. Anzi, come uno dei testi fondativi della letteratura in volgare italiano.

Non è solo una preghiera: è un atto linguistico rivoluzionario. Francesco sceglie il volgare non per strategia culturale, ma per necessità espressiva. Ha bisogno di lodare il Creatore attraverso il creato, e per farlo deve usare la lingua della carne, del popolo, delle cose.

Qui Francesco non è un teorico dell’ambiente, ma un poeta che scopre la fraternità cosmica come esperienza concreta. “Frate sole”, “sora acqua”, “frate focu”: non metafore decorative, ma nomi che indicano un’appartenenza.


Davide Rondoni


Un uomo “capovolto”

Rondoni definisce Francesco un uomo capovolto rispetto alla logica del mondo. E in effetti tutto, nella sua vicenda, appare rovesciato: la ricchezza diventa povertà, la sicurezza diventa rischio, la marginalità diventa centro. Ma di converso e in maniera stupefacente la morte diventa resurrezione. Francesco crede senza riserve e ci invita, oserei dire, obbliga, a farlo anche noi. Eccola “sorella morte” che non spaventa più. Che compie il ciclo della vita e dell’universo.

Non a caso Rondoni suggerisce al cardinal Zuppi, grazie alla ricchezza di una amicizia conflittuale ma intensa, di proclamare, non solo i nomi dei bambini morti di Gaza e di Israele, ma anche la loro resurrezione a nuova vita.

La  povertà di Francesco non è miseria né pauperismo ideologico: è libertà radicale di amare. È la scelta per esempio di stare con gli “invisibili” del suo tempo – i lebbrosi – non per assistenzialismo, ma per riconoscere in loro un volto.

In questo senso Francesco è scandaloso oggi come allora. Perché non si limita a parlare di fraternità: la pratica fino a incrinare l’ordine sociale.

Attualità senza slogan

Molti vedono in Francesco un precursore dell’ecologia integrale. Rondoni non nega questa dimensione, ma la sottrae alla riduzione ideologica. Francesco non parte da una teoria della sostenibilità: parte da uno sguardo. Uno sguardo che riconosce il mondo come dono, non come oggetto di consumo o di gestione.

In un’epoca segnata da conflitti, polarizzazioni e narrazioni tossiche, questa visione è dirompente: non perché “buonista”, ma perché radicale. La fraternità francescana non è un sentimento vago, è un criterio di giudizio sulla realtà.


La facciata della chieda di Santa Maria del Sepolcro a Potenza


 Rondoni, un lettore politicamente scorretto

E qui emerge un tratto che rende Rondoni interessante – e scomodo. La sua lettura di Francesco è, in un certo senso, politicamente scorretta.

Non si accoda ai modelli culturali globalisti e stereotipati che trasformano i grandi testimoni spirituali in simboli neutri, spendibili in ogni contesto purché privati della loro carica religiosa. Non “traduce” Francesco in un linguaggio puramente sociologico o ambientalista. Non lo separa dalla sua esperienza di Dio per renderlo più accettabile.

Anzi, insiste proprio su quel punto: Francesco è “poeta di Dio”. La sua rivoluzione nasce da un rapporto vivo con il divino, non da un programma politico.

In un panorama culturale che tende a sterilizzare il cristianesimo riducendolo a etica condivisa o a filantropia, questa posizione suona controcorrente. Rondoni non chiede a Francesco di adattarsi al presente; chiede al presente di lasciarsi provocare da Francesco.

Forse è questo il contributo più prezioso della sua rilettura: restituire al Santo la sua forza dirompente. Non un testimonial della pace universale in versione soft, ma un uomo incendiato da un amore che lo rende libero, creativo, imprevedibile.

E, proprio per questo, ancora “pericolosamente”, amabilmente, poeticamente, attuale.


 

Rondoni con il potentino Giampiero Perri,
che ha introdotto la riflessione dell'autore

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