Il prezzo della libertà:

la resistenza è un lavoro lungo, sporco e faticoso


La solitudine di Zelensky

A quattro anni dall’invasione russa, la “metamorfosi” di Zelensky diventa lo specchio delle democrazie occidentali: il diritto internazionale non si proclama, si sostiene e costruisce nel tempo, accettando il costo politico e morale anche di una lunga guerra

 

di Gianfranco Blasi

Quando, nel febbraio 2022, la Ucraina fu invasa dalle truppe della Federazione Russa, la storia sembrò tornare indietro di decenni. Le colonne di carri armati, i bombardamenti sulle città, l’assedio della capitale riportarono l’Europa dentro un lessico che credeva archiviato: invasione, trincea, resistenza.

In quelle ore, al presidente ucraino Volodymyr Zelensky venne offerta un’esfiltrazione dagli Stati Uniti. La risposta è ormai consegnata alla memoria collettiva: “Mi servono munizioni, non un passaggio”. Non fu solo una battuta efficace. Fu un atto politico fondativo. In quel rifiuto c’era la scelta di restare, di condividere il destino del proprio Paese, di trasformare una presidenza nata sotto il segno dell’ironia e della comunicazione in una leadership di guerra.

È su questa trasformazione che la giornalista e scrittrice Francesca Mannocchi, nel suo esemplare reportage dall’Ucraina a quattro anni dall’inizio della guerra, insiste parlando di “metamorfosi”. Ma la metamorfosi di Zelensky non riguarda soltanto un uomo. Riguarda le democrazie occidentali sottoposte a stress.


Francesca Mannocchi,
si è interrogata sulla guerra in Ucraina e sul cambio d'umore della società europea


All’inizio della guerra, l’Occidente si è emozionato. Ha visto le immagini dei civili in fuga, dei teatri bombardati, delle fosse comuni. Ha reagito con indignazione morale, con sanzioni economiche, con l’invio di armi. L’ingiustizia appariva netta, la linea di confine chiara. Ma le guerre lunghe logorano non solo i popoli che le combattono: logorano anche le opinioni pubbliche che le osservano.

La resistenza, infatti, non è un atto eroico istantaneo. È un lavoro lungo, sporco e faticoso. È fatta di compromessi, errori, perdite, decisioni opache. È fatta di uomini che invecchiano in pochi mesi. Zelensky ha attraversato questa fatica. Da simbolo pop è diventato capo militare, mediatore internazionale, volto quotidiano della sopravvivenza nazionale. Ha dovuto chiedere armi a chi temeva l’escalation, insistere con chi chiedeva negoziati immediati, rassicurare un popolo stremato.

E mentre lui cambiava, cambiava anche lo sguardo occidentale. Le società democratiche – scrive Mannocchi – si emozionano davanti all’ingiustizia e poi cercano un modo per archiviarla. Chiedono virtù a chi combatte e pragmatismo a chi invade. È una tensione morale che rivela una fragilità: la difficoltà di sostenere nel tempo il costo politico, economico ed emotivo della solidarietà.




Perché sostenere l’Ucraina non è mai stato solo un atto di generosità geopolitica. È stato – ed è – un investimento sulla propria idea di ordine internazionale. Se un confine può essere modificato con la forza senza conseguenze, se l’aggressione può essere normalizzata per stanchezza, allora la sicurezza europea diventa una finzione retorica.

Zelensky, in questi anni, ha costretto l’Occidente a guardare la guerra ogni giorno. I suoi discorsi ai parlamenti, le richieste incessanti, la presenza costante nei vertici internazionali hanno impedito che il conflitto scivolasse ai margini dell’attenzione. Ma oggi la sua funzione sembra ancora più scomoda: costringere l’Occidente a guardare sé stesso.

Guardare la propria coerenza. La propria capacità di reggere una scelta. La propria disponibilità a pagare un prezzo per la libertà che proclama di difendere.

La metamorfosi di un leader in tempo di guerra non è mai lineare. È fatta di durezza crescente, di centralizzazione del potere, di decisioni controverse. Anche questo interroga le democrazie che sostengono Kiev: fino a che punto si può chiedere purezza istituzionale a un Paese che combatte per la sopravvivenza? E quanto si è disposti a comprendere che la guerra altera, comprime, deforma?




La tentazione dell’archiviazione è forte. Le emergenze si accumulano: crisi economiche, tensioni sociali, nuove guerre. L’attenzione è una risorsa scarsa. Ma la storia insegna che le aggressioni non archiviate tornano, spesso in forme più radicali.

Il prezzo della libertà non è solo quello pagato dai soldati al fronte. È anche quello pagato dalle società che decidono di non voltarsi dall’altra parte. È il prezzo della coerenza, della memoria, della pazienza.

Quattro anni fa, un presidente rifiutò un passaggio e chiese munizioni. Oggi la domanda, rivolta all’Europa e all’Occidente, è diversa ma altrettanto esigente: siete disposti a resistere alla stanchezza? Perché la libertà, come la resistenza, non è un gesto. È un lavoro.

 

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