Giustizia e potere: il Sì per spezzare un
connubio di interessi dentro il “Sistema”
L’ordine giudiziario deve
essere arbitro.
I magistrati non
possono essere giocatori
di Gianfranco Blasi
Su Pensieri Meridiani torniamo spesso sul tema
della giustizia. Non per mania polemica, ma perché da essa dipende la qualità
della nostra democrazia. In queste ore anche il presidente del Consiglio Giorgia
Meloni sta intervenendo con decisione sul tema delle riforme.
Per capire cosa accade davvero dentro la macchina
giudiziaria italiana resta illuminante il libro-denuncia Il Sistema di Luca
Palamara, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Un
racconto dall’interno che descrive senza troppi giri di parole come funzionano
equilibri, correnti e nomine.
Da oltre trent’anni lo schema sembra ripetersi: quando
governa chi non piace, ancor di più il centrodestra, se pur eletto dagli
italiani, una parte organizzata e politicizzata della magistratura avvia
indagini su esponenti di primo piano del governo. Processi che spesso finiscono
con assoluzioni, ma che nel frattempo producono effetti politici devastanti. È
accaduto con Giulio Andreotti, Bettino
Craxi, con Silvio Berlusconi, con Matteo Renzi, con Matteo
Salvini. E oggi, inevitabilmente, a rischiare è anche la stessa Giorgia Meloni.

La presidente Meloni si è decisa a fare campagna elettorale per il Sì
Chi decide davvero
Formalmente il sistema è assai rodato.
L’Associazione Nazionale Magistrati rappresenta oltre il 90% dei
magistrati italiani.
Il Consiglio Superiore della Magistratura governa carriere,
trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari.
Ma nella pratica il potere reale passa dalle correnti
della magistratura.
Le principali sono quattro:
- Magistratura Democratica (oggi Area), storicamente collocata a sinistra
- Unicost, area
centrista
- Magistratura Indipendente, la corrente più conservatrice
- Autonomia e Indipendenza, formazione più recente
Sono loro a controllare gran parte delle dinamiche
interne: dall’ANM alle nomine nel CSM.
In teoria competono tra loro. In pratica, quando serve, trovano sempre un punto
di equilibrio. Il risultato è un sistema dove l’appartenenza pesa spesso più
del merito.
Il vivaio delle
correnti
Il meccanismo parte presto. Il giovane magistrato
viene avvicinato, orientato, talvolta “adottato” da una corrente. Un tutor più
anziano lo accompagna nei primi anni di carriera. Non è solo formazione: è
anche costruzione di appartenenza. È il vivaio del sistema. Da lì passano poi
incarichi, promozioni e nomine nei posti chiave delle procure.
La Regola del
Tre
Nel suo libro Palamara descrive una formula semplice
quanto inquietante: la Regola del Tre.
Servono tre elementi:
1.
una procura determinata
2.
un giornale amico
3.
un partito che amplifichi politicamente l’inchiesta
Se questo triangolo si forma, spiega Palamara, quel
gruppo può avere più potere di un governo. Il motivo è evidente: la
politica teme le indagini, i giornali vivono di notizie giudiziarie, le procure
hanno bisogno della risonanza mediatica. Un circuito perfetto. Non a caso, tra
i magistrati circola una battuta amara:
la vera separazione delle carriere non
dovrebbe essere tra giudici e pm, ma tra magistrati e giornalisti.
Il fascicolo
nel cassetto
Il passaggio più inquietante del racconto di Palamara
riguarda però un altro meccanismo. Negli uffici delle procure esistono centinaia
di fascicoli minori: indagini su fatture sospette, piccoli reati fiscali,
questioni apparentemente marginali.
Di solito restano lì.
Ma basta scoprire che uno di quei fascicoli riguarda il
parente di un politico, un imprenditore influente o un personaggio pubblico
perché improvvisamente diventi interessante.
Si riapre l’indagine.
Si approfondiscono le carte.
Parte la fuga di notizie.
Arriva il titolo sui giornali.
E la macchina del fango si mette in moto.
Un potere senza
voto
Il punto non è negare che i magistrati debbano indagare. È il loro dovere. Il problema nasce quando una parte della magistratura si concepisce come soggetto politico, convinta di dover “correggere” la volontà degli elettori attraverso le inchieste.
![]() |
| Alessandro Sallusti, Giorgio Palamara, autori del best seller "IL SISTEMA" |
Quando accade, il rischio è evidente: il potere
giudiziario smette di essere un arbitro e diventa un giocatore. Ed è per questo
che la riforma della giustizia e il referendum assumono un valore decisivo. Non
per indebolire la magistratura, ma per riportarla dentro il suo ruolo costituzionale.
Noi non votiamo per procuratori e giudici, votiamo per eleggere sindaci, presidenti
di regioni e parlamento. I magistrati fanno un concorso, come i medici e i
professori. Si chiama pubblica amministrazione. Più o meno alta…



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