Il referendum che ridisegna la politica:
vittorie, sconfitte e nuove incognite
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| Giuseppe Conte, vincitore politico certo dell'ultimo Referendum |
Trenta milioni di voti confermano la
forza della democrazia diretta e segnano un passaggio decisivo: la magistratura
e l’antipolitica avanzano, mentre i partiti tradizionali – da destra a sinistra
– escono indeboliti, aprendo una fase di profonda incertezza
di Gianfranco
Blasi
Dico
la mia sull’esito del voto referendario, con due brevi annotazioni preliminari.
La
prima. Dai tempi del referendum in cui i nostri padri e nonni scelsero fra
monarchia e repubblica, passando per quello sul divorzio, fino al voto di
domenica e lunedì scorso, è evidente che l’istituto referendario rappresenta il
più potente strumento di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione.
La
seconda. Proprio per questo, è impensabile sottovalutare il peso politico ed
emotivo di trenta milioni di voti. Le ricadute sono inevitabilmente profonde:
riguardano chi vince e chi perde, e finiscono per ridisegnare gli equilibri del
presente e del futuro.
Venendo
al merito, si può affermare senza troppe cautele che nello scontro tra politica
e magistratura ha prevalso la magistratura, mentre la politica esce sconfitta.
Hanno vinto una corporazione, quella dei giudici, e una narrazione populista e,
a mio avviso, fuorviante, incarnata da Marco
Travaglio e dal suo giornale. Ha vinto, soprattutto, l’antipolitica
rappresentata da Giuseppe Conte e dal Movimento
Cinque Stelle. Tutti gli altri hanno perso: a destra, al centro e anche nel
centrosinistra. Non solo i riformisti e i socialisti schierati per il Sì, ma
anche – e forse soprattutto – il Partito Democratico, con la sua storia e la
sua identità originaria.
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| Marco Travaglio, il vincitore mediatico |
Non è un caso che Giuseppe
Conte, pochi minuti dopo lo spoglio, forte dei risultati soprattutto nel
Sud, abbia rilanciato il tema dei gazebo e delle primarie, trovando
inizialmente un’apertura da parte di Elly Schlein,
seguita però da una rapida frenata. Conte è convinto che l’onda lunga di questo
voto possa riportarlo a Palazzo Chigi. E i primi sondaggi sembrano dargli
ragione, mostrando la crescita del suo partito e la fragilità degli altri.
Il Partito Democratico, tuttavia, non ha una
storia radicale né un’anima populista e movimentista. È un partito di governo,
con una cultura politica fondata anche sul primato dell’Europa e su una chiara
collocazione internazionale, come dimostra la sua posizione nel conflitto tra
Russia e Ucraina. L’inseguimento affannoso del “campo largo” rischia però di
trascinarlo su un terreno instabile, dove Maurizio
Landini finisce per pesare più della stessa Schlein. In questo contesto,
Matteo Renzi, mosso anche da una logica di
rivalsa verso Giorgia Meloni, immagina di poter
ricomporre pezzi di area riformista.
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| Landini continua ad avere, con la Cgil,una capacità di mobilitazione che condiziona Elly Schlein |
Dario
Franceschini,
tra i pochi realisti rimasti, coglie invece le difficoltà della segretaria e
prova a riaprire al centro, cercando nuove convergenze. È consapevole di quanto
sia rischioso tentare di trasformare in proposta di governo l’insieme
eterogeneo di movimenti, piazze e mobilitazioni – autentiche o improvvisate –
che hanno animato i fine settimana italiani nell’ultimo anno.
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| Dario Franceschini ha cenato in questi giorni con il sindaco di Genova Salis. Cosa si sanno detti? |
Sul fronte opposto, Giorgia
Meloni si trova davanti a un problema non secondario. Antonio Tajani guida una Forza Italia in fase di
ridefinizione, indebolita anche dall’esito del voto referendario nel Sud, dove
i suoi governatori sono usciti sconfitti. Tajani è una figura rispettabile, ma
non possiede, faccio fatica anche a continuare, il carisma di Silvio Berlusconi. E la famiglia del Cavaliere
potrebbe presto smettere di restare a guardare o dare qualche consiglio come
nel caso della nomina ricca di significati di Stefania Craxi a capogruppo al
senato, valutando, invece, anche scenari alternativi. Del resto, nella storia
italiana i governi tecnici hanno spesso trovato spazio e durata.
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| Giorgia Meloni e Matteo Salvini |
La Lega, dal canto suo, si conferma partito
territoriale, radicato al Nord, attento agli interessi dell’export delle
piccole e medie imprese e alle relazioni con i mercati extraeuropei, non solo gli
Stati Uniti. Sul piano energetico, guarda a Est e spinge per un allentamento
delle tensioni con la Russia.
Meloni è consapevole di guidare una classe
dirigente ancora acerba, quella di FdI, composta da un miscuglio di nostalgie e quadri poco
formati. L’ipotesi del Quirinale è sempre apparsa, più che un obiettivo, una
possibile via d’uscita. Nel frattempo, dovrà cercare competenze nella società
civile, chiedendo anche a professioni e associazioni maggiore responsabilità
nella selezione delle proprie rappresentanze, evitando candidature improvvisate
o discutibili.
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| Tajani e Marina Berlusconi |
In questo quadro si profila un anno complesso,
segnato da scioperi, rinvii e tensioni politiche. Conte incalza, sostenuto
anche da una certa narrativa mediatica; Schlein frena, stretta tra le pressioni
interne al partito e quelle provenienti dalla sinistra sindacale. La riforma
elettorale difficilmente vedrà la luce. La crisi economica potrebbe dare un colpo
definitivo alle certezze della Meloni, servirà una finanziaria molto più
incisiva delle precedenti. E un possibile equilibrio instabile al Senato
potrebbe riaprire la strada dopo le prossime elezioni a un governo di salvezza nazionale – oppure al
caos, come accadde ai tempi dello scontro tra Beppe
Grillo e Pier Luigi Bersani in
diretta televisiva.






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