Il rombo dei
caccia e il silenzio della pace
Tra l’America che si ripiega su sé stessa, le lobby che guardano alle risorse e i cieli di Teheran attraversati da aerei stranieri, una domanda inquieta: quando la libertà manca, anche il suono della guerra può sembrare speranza.
di Gianfranco
Blasi
C’è
nelle guerre di Trump e nelle sue posture qualcosa di eccessivo. Negarlo
significherebbe negare la realtà.
L’uomo è bizzarro, imprevedibile, istintivo. Ma non è solo. Con lui c’è
un’America profonda, viscerale, che sente di essere stata messa ai margini e
che oggi rivendica voce e centralità. È questa energia che lo ha riportato alla
Casa Bianca.
Dentro
quel fronte convivono sensibilità diverse. C’è un’America che vuole ritrarsi,
pensare ad intra più che ad extra, difendere confini materiali e simbolici,
ridurre l’ambizione universalistica che per decenni ha accompagnato la politica
estera statunitense. Non sogna di esportare un modello: vuole proteggerlo.
Accanto
a questa spinta, però, ne esiste un’altra. Più silenziosa, più strutturata. Trasversale.
È l’America delle grandi filiere economiche, finanziarie, industriali e
militari. Quella che legge il mondo come mappa di interessi, corridoi
energetici, terre rare, snodi strategici. Non parla il linguaggio identitario,
ma quello del potere e delle risorse.
È nell’incrocio – talvolta convergente, talvolta
conflittuale – tra queste due anime che si possono comprendere le mosse
militari, le pressioni, le scelte che si riflettono in Medio Oriente come in
altre aree del mondo, a cominciare dal Venezuela. Non è mai una sola America ad
agire. È una tensione interna che si proietta all’esterno.
Ma le
analisi, da sole, non bastano. Restano fredde. Ordinano i fatti, ma non ne
restituiscono il peso umano.
Poi
arrivano le immagini. Immagini che non hanno bisogno di commento, perché
parlano da sé. E proprio per questo mettono a disagio. Non sono oscure: sono
fin troppo chiare.
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| Bombe su Teheran |
E vengo alla
stretta attualità.
Nei
cieli di Teheran volano caccia stranieri.
E c’è chi, a terra, applaude. Non per amore della guerra. Non per fascinazione militare.
Ma perché, quando vivi sotto un regime, anche il rombo di un aereo può suonare
come una fenditura nella gabbia.
È
un paradosso crudele: meglio la morte che promette liberazione della morte che
garantisce repressione. Meglio un rischio che apre, che una certezza che
soffoca. Meglio la speranza – fragile, imperfetta, perfino sanguinosa – dei
sacchi neri che il potere distribuisce nel silenzio.
Non
è un’esaltazione della violenza. È la constatazione di un abisso morale in cui
le categorie comode saltano. Da lontano invochiamo “pace incondizionata”. Ma
esiste una pace nuda, astratta, che non fa i conti con la brutalità concreta
delle prigioni, delle torture, delle libertà negate. Una pace pronunciata nei
convegni, nei talk show, nei post indignati. Una pace che non ha mai sentito
bussare alla porta di notte.
La pace è un bene altissimo. Ma non ogni quiete è
giusta. Non ogni cessate il fuoco è libertà. A volte la pace diventa il nome
elegante della resa imposta ai più deboli.
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| La festa degli iraniani a Milano sperando in un cambio di regime |
E poi ci sono i teatrini. Le indignazioni
selettive. Le compagnie salottiere da star system che trasformano ogni
conflitto in palcoscenico, ogni tragedia in opportunità retorica. Si recita la
parte della coscienza universale senza mai sporcarsi con la complessità. Senza
mai chiedersi cosa significhi davvero vivere sotto un potere che non ammette
dissenso.
Io guardo quei cieli e non vedo uno spettacolo.
Vedo una domanda.
La richiesta di giustizia può intrecciarsi con il rombo dei caccia? Può la
libertà passare, talvolta, attraverso un suono che spaventa?
Non ho risposte facili. So solo che vita e morte,
in certi momenti storici, allargano il compasso della verità. Ci costringono a
uscire dalle formule rassicuranti. Ci obbligano a scegliere tra la pace come
parola e la pace come condizione reale dell’esistenza.
E allora mi chiedo: chi sono io per giudicare chi
applaude?
Chi sono io per dire che avrei fatto diversamente, se la mia libertà fosse
stata confiscata, giorno dopo giorno?
Forse il
compito, da qui, non è distribuire sentenze morali.
È riconoscere la nostra distanza.
È diffidare delle posture eleganti.
È ricordare che la libertà, quando manca, cambia il suono di ogni cosa. Anche
di un aereo che attraversa il cielo.




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