Napoli, il rossetto e il disturbo delle élite


Stefano De Martino con Sal Da Vinci,
vincitore dell'ultimo Festival di Sanremo


Da De Martino a Sal Da Vinci: il solito fastidio perbenista quando Napoli non chiede il permesso per esistere

di Gianfranco Blasi                            

C’è sempre un momento in cui la borghesia culturale italiana sente il bisogno di rimettere le cose “al loro posto”. Di solito succede quando Napoli si diverte, quando canta, quando vince. E infatti eccoci qui: Aldo Grasso che attacca Stefano De Martino, Cazzullo che si abbatte come un rapace radical chic su Sal Da Vinci e sulla sua musica, e il Corriere della Sera che scopre improvvisamente di avere un problema con la canzone Rossetto e caffè.

Ora, sia chiaro: a me non dispiace neppure Rossetto e cioccolato della milanese Ornella Vanoni. Ma questa è un’altra storia.

Il punto è un altro.
Napoli — con il suo eterno “andamento lento” — non piace quando vince.


La punizione più famosa d'Italia.
Quando la "Mano de Dios" fece gol alla Juventus in un fazzoletto di campo


È successo con Diego Armando Maradona, quando la città osò spezzare la liturgia calcistica del Nord e mettere in crisi l’ordine stabilito. Ed è lo stesso fastidio che riaffiora ogni volta che Napoli produce qualcosa che piace alla gente: una canzone, uno spettacolo, un volto televisivo, un tormentone popolare.


"La borghesia culturale contro la felicità semplice:

una vecchia storia che ricomincia sempre dal Sud"


Quando Napoli perde, va benissimo. Diventa folklore. Colore locale. Cartolina turistica.
Quando invece funziona, quando conquista pubblico e mercato, allora improvvisamente diventa un problema culturale.

Non piace alla borghesia padrona.
Non piace al politicamente corretto.
Non piace a quel ceto intellettuale che vive di decostruzioni permanenti ma va in crisi davanti alle cose più semplici.

Perché — diciamolo — il vero scandalo è questo: la normalità.

Una canzone che parla d’amore.
Un matrimonio.
Un bacio.

Attenzione, c'è fastidio anche, e qui allargo il ragionamento, per:
una madre che chiede giustizia;
una famiglia che vive in un bosco.

Questioni elementari della vita reale che, misteriosamente, irritano questo potere culturale sempre più nervoso. Un potere che sembra avere una sola missione: Dire sempre No. Destrutturare tutto. Smontare i sentimenti. Sospettare della felicità. Ridicolizzare la semplicità.

E invece c’è ancora chi resta attaccato — ostinatamente — al treno della realtà.
Quello fatto di emozioni semplici, di melodie popolari, di parole che arrivano alla gente senza chiedere il permesso agli editorialisti.


Aldo Cazzullo,  che per commentare la vittoria di Sal Da Vinci al Festival
ha tirato in ballo nientemeno che la camorra


Forse è proprio questo che dà fastidio.
Napoli non chiede l’autorizzazione per essere felice. Penso  a De Filippo, a Massimo Troisi, a Pino Daniele e mi interrogo sul perché giornalisti di nome debbano perdere una occasione per stare zitti. 


 

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