Politica, elettori e rispetto: la questione delle preferenze
Se i candidati sono scelti dalle segreterie e il consenso si costruisce
attraverso relazioni di favore, il rapporto tra cittadini e istituzioni si
svuota.
La crisi della partecipazione elettorale nasce anche da qui
di Gianfranco Blasi
Una delle ragioni più profonde della crisi di
credibilità della politica italiana sta nel modo in cui vengono selezionati i
candidati al Parlamento. Più questi sono espressione diretta di piccole o
grandi lobby, più vengono scelti all’interno di cerchie ristrette di
fedelissimi – amici, collaboratori, yesman di partito – meno la politica riesce
a presentarsi come rappresentanza autentica della società.
Quando il cittadino percepisce che i parlamentari non
sono scelti dagli elettori ma dalle segreterie, la distanza tra istituzioni e
società si allarga inevitabilmente. È una dinamica che alimenta sfiducia e
disaffezione. Non introdurre le preferenze, o non creare strumenti che
restituiscano agli elettori la possibilità di incidere davvero sulla scelta dei
propri rappresentanti, significa accettare implicitamente che sempre meno
italiani si recheranno alle urne.
La partecipazione politica non si difende con appelli
retorici al dovere civico, ma con istituzioni che riconoscano all’elettore un
ruolo reale. Se il voto è percepito come un gesto privo di efficacia,
l’astensionismo non è più soltanto una patologia della democrazia: diventa una
conseguenza prevedibile.
Anni fa, in un contesto tutt’altro che teorico –
durante un passaggio testimoniale in un’aula di tribunale – ebbi occasione di
affermare che il voto clientelare è disdicevole, sia per chi lo pratica sia per
chi lo ricerca come strumento di raccolta del consenso. Oggi aggiungerei una
parola più netta: è disonorevole.
Il clientelismo, infatti, presuppone una concezione
degradante della cittadinanza. L’elettore non è più un soggetto libero che
sceglie sulla base di idee, programmi o valori; diventa piuttosto il
destinatario di uno scambio, implicito o esplicito. In questo modo la politica
smette di essere rappresentanza e si riduce a gestione di relazioni di favore.
Quando questo accade, non si corrompe soltanto il
processo elettorale: si incrina il fondamento stesso della vita democratica,
che è il rispetto per l’elettore.
La politica può sopravvivere a molte crisi –
economiche, sociali, istituzionali – ma difficilmente sopravvive alla perdita
di dignità del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Perché, in fondo,
la questione è semplice: se non c’è rispetto per l’elettore, non c’è
politica.

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