Tra Teheran e
Washington: l’illusione dell’esportazione della democrazia e il silenzio
dell’Europa
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| Le bombe su Teheran |
Tra strategie di potenza e illusioni occidentali, il confronto con l’Iran rivela i limiti dell’ordine internazionale
di Gianfranco Blasi
Dopo la guerra di giugno, tra Washington e Teheran non
è cambiato solo il tono: è cambiata la posta in gioco. Non si tratta più di
contenere l’Iran, ma di piegarlo. O, se necessario, rovesciarlo.
A sostenere questa linea c’è una convinzione tanto
diffusa quanto fragile: che le crepe interne al regime possano trasformarsi in
un crollo. È la solita scommessa occidentale sulla fragilità degli altri.
Il problema è che questa scommessa si muove nel buio.
Da settimane, la Casa Bianca oscilla: frena nei
messaggi, accelera nei fatti. Ritira parole, ma accumula uomini e mezzi. Una
doppia linea che non rafforza la deterrenza, ma segnala incertezza. E
l’incertezza, in geopolitica, è un invito all’errore.
Perché l’Iran non è un bersaglio passivo. Può
assorbire l’urto, allungare i tempi, allargare il conflitto. Può trasformare
una pressione esterna in un fattore di ricompattamento interno. E può colpire
dove fa più male: nello stretto di Hormuz, nei mercati energetici, nella
sicurezza regionale.
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| La Casa Bianca vive un momento di particolare complessità |
A Washington, la strategia nasce da una miscela
prevedibile: ostilità verso il programma nucleare iraniano, pressione degli
alleati – Israele e Arabia Saudita – e una persistente sopravvalutazione della
propria capacità di indirizzare gli esiti politici altrui. Sullo sfondo,
l’illusione più resistente: che la società iraniana sia pronta a diventare
qualcos’altro, purché qualcuno dall’esterno le apra la strada.
È un copione già visto.
L’idea di imporre condizioni drastiche –
smantellamento nucleare, resa strategica, riduzione dell’arsenale – non è una
trattativa. È una richiesta di capitolazione. E le capitolazioni, di norma,
arrivano alla fine delle guerre. Non all’inizio.
Intanto, Israele e Arabia Saudita spingono. Vedono un
Iran più esposto, una rete regionale indebolita, una finestra di opportunità.
Ma le finestre, in Medio Oriente, si richiudono spesso con violenza.
E mentre Teheran rilancia – missili, pressione su
Hormuz, tensione costante – Cina e Russia osservano. Senza esporsi troppo.
Aspettano. Perché ogni logoramento occidentale è, per loro, un guadagno
strategico.
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| I persiani sembrano divisi fra lo spirito sciita e il desiderio di cambiamento |
Il rischio è evidente: un “trappolone”. Non una guerra
lampo, ma un conflitto che si allunga, consuma risorse, moltiplica gli attori e
sfugge al controllo.
A questo punto, la domanda è inevitabile: si può
davvero esportare la democrazia?
Dopo la Guerra fredda, Fukuyama aveva immaginato un
mondo destinato a convergere verso il modello liberale. Huntington ha risposto
che il mondo non converge: collide. Zakaria ha aggiunto che si possono
esportare elezioni, non necessariamente libertà.
L’Iran sembra dare ragione a tutti e tre. Ma soprattutto smentisce l’idea più semplice: che basti intervenire per trasformare.
Le società non sono software da aggiornare. Sono
strutture dense, storiche, resistenti. E reagiscono.
Anche per questo, molte scelte della politica estera
americana appaiono più punitive che strategiche. L’inasprimento verso Cuba ne è
un esempio: colpisce la popolazione, non cambia il sistema. È forza senza
efficacia.
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| Fareed Zakaria, Esquire lo ha descritto come «il più influente consigliere di politica estera della sua generazione» |
E poi c’è l’Europa.
Non neutrale. Non autonoma. Non decisiva.
L’Unione Europea resta schiacciata tra dipendenza
militare dalla NATO e incapacità politica di definire una propria linea. Non
segue davvero Washington, ma non la contraddice. Non legittima Teheran, ma non
incide contro di essa. È presente, ma irrilevante.
Il punto non è solo diplomatico. È culturale. L’Europa
sembra aver perso l’abitudine alla complessità: preferisce l’allineamento o il
silenzio. Evita il conflitto, ma così rinuncia anche al ruolo.
E invece sarebbe proprio lì il suo spazio: nella mediazione,
nella proposta, persino nel dissenso.
In un sistema internazionale sempre più instabile,
l’assenza europea non è un dettaglio. È un vuoto.
E i vuoti, in geopolitica, non restano tali: vengono
riempiti. Spesso nel modo peggiore.





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