Il dolore acuto dopo la sconfitta con la Bosnia




Non sono un “passatista”, ma questo calcio non ha più nulla a che vedere con la strada. Non è più popolare. E mi vengono in mente Pier Paolo Pasolini e lo scudetto tricolore di dannunziana memoria

di Gianfranco Blasi

Il calcio italiano non è più quello che nasceva per strada, tra polvere, urla e fantasia. Non lo si vede più nei cortili occupati di nascosto, né nei campetti improvvisati delle periferie: oggi passa quasi esclusivamente attraverso scuole calcio a pagamento, divise ordinate, cognomi sulle spalle e rette mensili. Un’organizzazione perfetta, forse troppo. Perché insieme all’ordine si è perso qualcosa di essenziale: il disordine creativo, il sogno, la libertà.

Una volta esisteva una base immensa, milioni di bambini che giocavano senza schemi, senza allenatori, senza vincoli. Era lì che nasceva il talento, ma anche l’amore per il gioco. Oggi quella base si è assottigliata, sostituita da un sistema selettivo e costoso che rischia di escludere proprio chi avrebbe più fame. E mentre il calcio perde le sue radici popolari, in alto si moltiplicano interessi e contraddizioni: diritti televisivi, procuratori, logiche di mercato sempre più invasive. Le società falliscono, le identità si sgretolano, e il senso di appartenenza si dissolve.


Pier Paolo Pasolini. La periferia, i ragazzi, il calcio


In campo, il segnale è evidente: pochi italiani, poca anima. Squadre sempre più globali, ma sempre meno riconoscibili. Il risultato è un movimento che fatica a rinnovarsi, incapace di costruire un vivaio solido e di trasmettere quell’attaccamento alla maglia che un tempo era naturale. Anche la Nazionale ne paga il prezzo: non è solo una questione tecnica, ma di spirito. Negli occhi degli avversari si legge determinazione, nei nostri troppo spesso rassegnazione.

Chissà cosa direbbe oggi Pier Paolo Pasolini, che vedeva nel calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Lui che amava il gioco vero, quello dei campi di terra, avrebbe probabilmente denunciato senza mezzi termini la perdita di autenticità. Come avrebbe fatto anche Gabriele d’Annunzio, che legava il calcio a un’idea forte di identità e simbolo, a partire da quel tricolore cucito sulla maglia.


E' stato Gabrile D'Annunzio
ad inventare lo scudetto tricolore da apporre alla maglia azzurra


Oggi, invece, si gioca altrove, lontano, in scenari che poco hanno a che fare con la storia e la cultura del nostro calcio. È il prezzo della globalizzazione, certo. Ma è anche il segno di uno smarrimento. La sconfitta contro la Bosnia non è solo un risultato: è una crepa che rivela un malessere profondo. Forse, più che cambiare moduli o allenatori, che pure è necessario, bisognerebbe avere il coraggio di ripensare tutto. Tornare indietro, in parte, per ritrovare ciò che abbiamo perduto: un calcio meno perfetto, ma più vero.

 

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