Non disunirsi: da Venditti a Sorrentino,

il filo fragile che tiene insieme la vita

 

Fabietto, il personaggio dello struggente film di Sorrentino "La mano di dios"

di Gianfranco Blasi

Ci sono parole che attraversano il tempo e cambiano forma, ma non sostanza. “Non disunirsi” è una di queste. Non è uno slogan, non è un principio astratto: è un invito sommesso, quasi fragile, che emerge in due opere lontane tra loro per linguaggio e contesto, ma profondamente vicine nel significato. Da una parte una canzone della fine degli anni Settanta, dall’altra un film contemporaneo. In mezzo, la stessa domanda: come si resta interi, mentre tutto tende a dividerci?

A pensarci bene, mai come oggi, con le crisi che stiamo attraversando e che forse ci stanno investendo, il richiamo: “non ti disunire”  è davvero essenziale per tentare una forma di difesa. Non pura e semplice sopravvivenza, però, ma consapevolezza dei propri mezzi, del proprio essere.

Nella canzone Sotto il segno dei pesci, quel “non disunirsi” è implicito, ma potentissimo. È il controcanto di una generazione che si ritrova dispersa dopo aver creduto di poter cambiare il mondo insieme. Gli amici si perdono, gli ideali si sfilacciano, le vite prendono direzioni divergenti. Non c’è retorica, non c’è giudizio: c’è piuttosto un dolore trattenuto, la consapevolezza che la vera sconfitta non è aver fallito un progetto politico, ma essersi separati, interiormente prima ancora che nella realtà. Disunirsi, qui, significa smettere di riconoscersi.




Molti anni dopo, in La mano di Dio, quella stessa idea riemerge in una forma diversa, più intima e quasi pedagogica. Quando il regista invita Fabietto a non disunirsi, non sta parlando di gruppi o di movimenti, ma di qualcosa di ancora più radicale: l’unità interiore. Dopo il trauma, dopo la perdita, il rischio più grande è frantumarsi, lasciare che il dolore spezzi il filo che tiene insieme ciò che siamo. “Non disunirti” diventa allora un consiglio di sopravvivenza esistenziale: resta fedele a te stesso, anche quando tutto sembra spingerti a disperderti.

In entrambi i casi, il punto non è l’unità come uniformità, ma come fedeltà. Fedeltà agli altri, certo, ma soprattutto a ciò che si è stati e a ciò che si è. Perché disunirsi non significa solo separarsi dagli altri: significa perdere coerenza, smarrire il senso, diventare irriconoscibili a se stessi.

Viviamo in un tempo che rende il “disunirsi” quasi inevitabile. Le relazioni sono più fragili, le identità più fluide, le convinzioni più esposte al cambiamento continuo. Eppure, proprio per questo, quell’invito risuona ancora più urgente. Non come nostalgia di un’unità perduta, ma come esercizio quotidiano: tenere insieme i pezzi, non lasciarsi disperdere, custodire ciò che conta davvero.

Forse non si tratta di restare sempre gli stessi, ma di non tradire il nucleo profondo di ciò che siamo stati. Di portare con sé le proprie relazioni, le proprie esperienze, persino le proprie ferite, senza permettere che ci dividano dall’interno.

Non disunirsi, allora, è un atto di resistenza. Silenzioso, personale, ma decisivo. Perché alla fine, ciò che resta non è l’unità perfetta, ma la capacità di non perdersi del tutto.


Paolo Sorrentino


  

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