Papa Leone e la
frontiera etica del nostro tempo
Le tensioni con Trump, la testimonianza del
Vangelo in Africa, la catechesi sui temi della vita e le questioni di genere
di Gianfranco Blasi
Nel tempo delle guerre diffuse e delle parole armate,
la figura di Papa Leone si è imposta come una delle poche voci capaci di
sottrarsi alla logica degli schieramenti senza per questo rifugiarsi
nell’ambiguità.
La sua è una postura etica prima ancora che politica.
Non equidistante, ma esigente.
Da qui nasce anche la frizione, sempre più evidente,
con figure come Donald Trump, interpreti di una visione del mondo fondata sulla
forza, sull’interesse nazionale e su una retorica identitaria spesso incline
allo scontro. Il Papa non risponde sullo stesso piano. Non contrappone
ideologia a ideologia, ma richiama costantemente a un criterio più alto, quello
della dignità umana e della responsabilità morale.
In questo quadro si colloca il viaggio in Africa, che
assume un valore ben più ampio di una visita pastorale. È, piuttosto, un gesto
simbolico e concreto insieme. Una testimonianza. Un attraversamento dei luoghi
dove il potere si esercita senza volto e senza regole, dove i “signori della
guerra” prosperano sull’odio e sulla disperazione. Andare lì è significato
sottrarre per qualche settimana (e non solo) quelle terre all’invisibilità e
restituirle a una narrazione che non sia semplicemente quella del conflitto.
Allo stesso modo, la difesa ostinata dell’Ucraina non
si esaurisce in una presa di posizione geopolitica. È una scelta morale: stare
dalla parte di chi subisce un’aggressione, senza cedimenti al cinismo
dell’equilibrio tra potenze. In questo senso, la sua voce appare talvolta più
netta e incisiva di quella che emerge nelle piazze italiane della Festa della
Liberazione, dove la memoria rischia di trasformarsi in rito strumentale, in
odio politico, più che in responsabilità viva.
E tuttavia, ciò che rende particolarmente interessante
la figura di questo pontificato è la sua coerenza interna. Sul terreno dei temi
della vita e delle questioni di genere, Papa Leone mantiene una linea che si
colloca pienamente dentro la tradizione della Chiesa. Lo fa però con un
linguaggio diverso: meno assertivo, meno conflittuale, ma non per questo meno
chiaro.
La sua contrarietà, ad esempio, alla benedizione dei
matrimoni tra persone dello stesso sesso non è formulata come una chiusura
identitaria, ma come una posizione radicata in una lettura esegetica e biblica
che potremmo definire “catechistica” nel senso più alto del termine: attenta
alla trasmissione, alla coerenza, alla gradualità. Non c’è durezza, ma neppure
cedimento.
È qui che si misura la cifra del suo pontificato:
nella capacità di tenere insieme misericordia e verità, accoglienza e limite,
apertura e fedeltà. In un tempo che chiede spesso semplificazioni, Papa Leone
sembra invece indicare una strada più difficile: quella della complessità
abitata con responsabilità.
E forse è proprio questa, oggi, la sua funzione più
autentica.
Non tanto offrire soluzioni immediate, quanto aiutarci a comprendere fino in
fondo le tensioni del nostro tempo, senza ridurle a slogan o semplificazioni.

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