Catilina siamo noi
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| Cicerone sventa la congiura di Catilina |
La democrazia
fragile e la seduzione permanente dell’uomo contro il sistema
di Gianfranco Blasi
L’esperimento del debate
ha portato l’Accademia Tiberina di Basilicata a diventare laboratorio
politico culturale di assoluto valore e riferimento. Il
debate è un dibattito regolamentato, una metodologia espressiva in cui due esperti o due squadre sostengono e controbattono opinioni opposte su un tema specifico, detto mozione
o claim.
Nato nell'antica Grecia, si svolge seguendo regole rigide e tempi contingentati
per sviluppare il pensiero critico e valorizzare l’eloquenza dei duellanti.
Ed
allora, da una parte un’analista politico del pregio di Gerardo
Lisco a difendere le ragioni di
Catilina, dall’altra il sociologo e psicologo Aldo Noviello, coautore del
volume “Dialoghi con Cicerone” (Ed. IL SEGNO, Potenza, 2025) a perorare la
causa del più famoso degli avvocati romani. Cicerone e la Repubblica, Cicerone
e la Libertà. Cicerone e la Giustizia. Cicerone e la Filosofia greca. Un pubblico interessato, diviso per tifoserie ha
partecipato, lasciandosi coinvolgere emotivamente. Coordinata dal presidente di
Accademia, Nino Pascale e introdotta da Dina Santeramo, la serata ha offerto
spunti di riflessione e attualizzazioni non banali.
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| Gerardo Lisco, per lui Catilina è una figura storica da rivalutare |
Ci sono figure storiche che non smettono mai di
tornare. Anche Catilina è una di queste. Non perché la sua congiura abbia
cambiato il corso della storia romana, ma perché continua a incarnare una
tentazione eterna della politica: quella dell’uomo che, parlando a nome del
popolo, decide che le istituzioni debbano essere abbattute invece che
riformate.
Negli ultimi decenni la storiografia e certa cultura
politica hanno provato a riabilitare Catilina. Lo hanno trasformato in una
sorta di ribelle sociale, in un oppositore delle oligarchie senatorie, quasi in
un anticipatore moderno della rivolta contro le élite. In fondo il personaggio
si presta bene alla narrazione contemporanea: il leader antisistema, il tribuno
arrabbiato, l’uomo che promette di spazzare via i privilegi dei potenti.
Ma il problema è proprio questo: ogni epoca finisce
per specchiarsi nei propri miti politici.
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| Aldo Noviello, strenuo sostenitore di Cicerone |
La Roma di Cicerone era una democrazia malata.
Corruzione, disuguaglianze, concentrazione del potere economico, crisi della
rappresentanza, rabbia popolare: elementi che oggi ci appaiono
sorprendentemente familiari. Catilina seppe cavalcare tutto questo. Parlò ai
frustrati, ai debitori, agli esclusi, a coloro che sentivano la Repubblica
distante e ostile. Eppure il suo progetto non era una riforma dello Stato, ma
la sua conquista attraverso la destabilizzazione.
È qui che Cicerone resta tremendamente moderno.
Perché il grande tema non è Catilina in sé. Il vero
tema è il rapporto fra democrazia e paura. Ogni sistema democratico, quando
perde autorevolezza, produce inevitabilmente i propri Catilina: uomini che si
presentano come interpreti esclusivi della volontà popolare e che trasformano
il malcontento in una legittimazione permanente contro le regole.
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| Le due tifoserie |
Oggi li chiamiamo populisti, sovranisti, uomini forti,
leader anti-establishment. Cambiano le parole, non il meccanismo. Il senato di
Roma era una “oligarchia”. Il nostro parlamento diventa una “casta”. Prima si
delegittimano le istituzioni. Poi si svuota il linguaggio pubblico. Infine si
convince il popolo che ogni mediazione sia un tradimento.
Persino la magistratura viene interpretata e promossa –
non in tutti i casi – come una sorta di strumento di potere per semplificare i
processi politici, per definire provvisorie quanto pericolose liste di buoni e
cattivi. Questo accade anche per una combinazione di fattori mediatico
giudiziari che nulla ha a che vedere con la democrazia.
A quel punto resta soltanto il capo. Vecchi e nuovi “generali”,
oppure: dilapidatori di spesa pubblica con la promessa di un reddito per tutti…
La modernità digitale ha persino amplificato questo sviluppo.
La rabbia è diventata algoritmo. L’indignazione è un mercato. La polarizzazione
produce consenso. E il nemico — il politico, il giornalista, l’intellettuale,
l’immigrato, l’avversario — diventa lo strumento necessario per consolidare
identità sempre più tribali.
Catilina, in fondo, parlava già questa lingua.
Ed è forse per questo che molti oggi diffidano di
Cicerone. Perché Cicerone rappresenta il limite, la legge, la difesa delle
istituzioni persino quando sono imperfette. In un tempo che idolatra la
rottura, chi difende la complessità viene facilmente dipinto come conservatore
del privilegio.
Eppure la domanda che attraversa i secoli resta
drammatica: una democrazia può sopravvivere se rinuncia a difendersi?
Cicerone rispose di no. E pagò quella scelta con la
vita. Ma anche Catilina morì, lasciando dietro di sé soltanto macerie e guerra
civile.
Forse è questa la lezione più attuale della vicenda
romana. Le democrazie non muoiono soltanto per colpa delle élite incapaci.
Muoiono anche quando il popolo, esasperato e deluso, smette di credere nelle
istituzioni e si consegna alla seduzione dell’uomo che promette scorciatoie.
Per questo Catilina continua a tornare. Non come
personaggio storico, ma come possibilità permanente della politica contemporanea
di aprire strade che sembrano precluse, difficili da esplorare. Certo è che le
scorciatoie, come sappiamo, non hanno mai aiutato i popoli e le istituzioni a
consolidare i propri valori.







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