Davide Rondoni e il san Francesco che parla ancora al nostro tempo




“L’orizzonte della vita non è solo il consenso”.
Con questa frase il poeta Davide Rondoni ha riportato al centro una delle intuizioni più profonde di San Francesco d'Assisi: la vita umana non può essere ridotta alla ricerca dell’approvazione, del successo o del potere. Esiste qualcosa di più radicale, più essenziale, che riguarda il senso stesso dello stare al mondo.

Durante la seconda giornata della Milano Civil Week, Rondoni – presidente del Comitato Nazionale per gli 800 anni dalla morte di San Francesco – ha offerto una lettura del santo di Assisi lontana dagli stereotipi più diffusi. Non il santo addolcito delle immagini devozionali, né il semplice “filosofo della natura” trasformato in icona ecologista ante litteram, ma un uomo vivo, inquieto, attraversato da contraddizioni e da una forza spirituale capace ancora oggi di interrogare il presente.

Per Rondoni, Francesco non fu mai “un superuomo solitario”. Al contrario, la sua esperienza nasce e cresce dentro una fraternità. “Senza l’insieme non c’è l’esperienza della fede”, ha ricordato il poeta. È una sottolineatura decisiva, soprattutto in un’epoca segnata dall’individualismo e dalla frammentazione sociale. Francesco non costruisce un percorso spirituale separato dagli altri: fonda una comunità, chiama amici, condivide strada, povertà, dubbi e speranza. La sua mistica non è fuga dal mondo, ma intensificazione dei legami umani.

In questa prospettiva, anche il perdono assume un valore centrale. Rondoni lo definisce “l’acqua per cui si può stare insieme”. In natura, osserva, il perdono non esiste: è un atto libero, profondamente umano, senza il quale nessuna società può durare davvero. È forse questa una delle eredità più attuali di Francesco: aver intuito che la fraternità non si fonda sull’assenza dei conflitti, ma sulla capacità di attraversarli senza distruggersi.




Questa visione attraversa anche il nuovo libro di Rondoni, La ferita, la letizia, pubblicato nel 2025 da Fazi Editore. Qui il poeta restituisce un Francesco sorprendentemente umano: figlio inquieto, delusione del padre, giovane impetuoso e persino estremo, attraversato da ferite profonde e da una continua tensione interiore. Rondoni ne traccia il ritratto senza immobilizzarlo nella perfezione agiografica. Il suo Francesco è un uomo “capovolto”, più che un semplice rivoluzionario: uno che cambia direzione alla propria esistenza fino alle estreme conseguenze.

È proprio questa umanità tormentata a rendere credibile la sua letizia. Non una felicità ingenua o superficiale, ma una gioia conquistata dentro il dolore, dentro il dubbio, dentro l’esperienza concreta della fragilità. Francesco riesce a parlare ai potenti, fino al papa e al sultano, non perché eserciti un’autorità politica, ma perché testimonia una libertà interiore rara.

Rondoni insiste molto anche sulla dimensione poetica di Francesco. Il santo di Assisi non è soltanto il fondatore di un ordine religioso: è una delle grandi voci della cultura europea. Il Cantico delle creature rappresenta infatti uno dei primi testi della letteratura italiana in volgare e contiene un’intuizione straordinaria: l’unità profonda del cosmo. Non una natura idolatrata o romantica, ma un creato percepito come fraternità universale.

Per questo Francesco continua a essere attuale anche nel dibattito contemporaneo sull’ecologia. La sua idea non coincide con una semplice sensibilità ambientalista. È qualcosa di più ampio e radicale: una “ecologia integrale” nella quale il rapporto con la terra, con gli uomini e con Dio resta inseparabile. Una visione che avrebbe influenzato anche Papa Francesco, il quale ha scelto proprio il nome del santo di Assisi per indicare un pontificato fondato sulla fraternità, sulla pace e sulla cura del creato.

Nelle parole di Davide Rondoni, dunque, san Francesco torna ad apparire non come una figura distante e rassicurante, ma come una presenza inquieta e necessaria. Un uomo che ricorda ai governanti – come scrisse nella sua celebre lettera – che anche loro devono morire. E che proprio per questo il potere, il consenso e il prestigio non bastano a dare senso alla vita.

A ottocento anni dalla sua morte, Francesco continua così a parlare al nostro tempo con una sorprendente forza contemporanea: ricordandoci che nessuna convivenza è possibile senza perdono, che nessuna fede vive senza fraternità e che nessun uomo può salvarsi da solo.


L'Eremo delle Carceri ad Assisi

 

“L’orizzonte della vita non è solo il consenso”.
Con questa frase il poeta Davide Rondoni ha riportato al centro una delle intuizioni più profonde di San Francesco d'Assisi: la vita umana non può essere ridotta alla ricerca dell’approvazione, del successo o del potere. Esiste qualcosa di più radicale, più essenziale, che riguarda il senso stesso dello stare al mondo.

Durante la seconda giornata della Milano Civil Week, Rondoni – presidente del Comitato Nazionale per gli 800 anni dalla morte di San Francesco – ha offerto una lettura del santo di Assisi lontana dagli stereotipi più diffusi. Non il santo addolcito delle immagini devozionali, né il semplice “filosofo della natura” trasformato in icona ecologista ante litteram, ma un uomo vivo, inquieto, attraversato da contraddizioni e da una forza spirituale capace ancora oggi di interrogare il presente.

Per Rondoni, Francesco non fu mai “un superuomo solitario”. Al contrario, la sua esperienza nasce e cresce dentro una fraternità. “Senza l’insieme non c’è l’esperienza della fede”, ha ricordato il poeta. È una sottolineatura decisiva, soprattutto in un’epoca segnata dall’individualismo e dalla frammentazione sociale. Francesco non costruisce un percorso spirituale separato dagli altri: fonda una comunità, chiama amici, condivide strada, povertà, dubbi e speranza. La sua mistica non è fuga dal mondo, ma intensificazione dei legami umani.

In questa prospettiva, anche il perdono assume un valore centrale. Rondoni lo definisce “l’acqua per cui si può stare insieme”. In natura, osserva, il perdono non esiste: è un atto libero, profondamente umano, senza il quale nessuna società può durare davvero. È forse questa una delle eredità più attuali di Francesco: aver intuito che la fraternità non si fonda sull’assenza dei conflitti, ma sulla capacità di attraversarli senza distruggersi.

Questa visione attraversa anche il nuovo libro di Rondoni, La ferita, la letizia, pubblicato nel 2025 da Fazi Editore. Qui il poeta restituisce un Francesco sorprendentemente umano: figlio inquieto, delusione del padre, giovane impetuoso e persino estremo, attraversato da ferite profonde e da una continua tensione interiore. Rondoni ne traccia il ritratto senza immobilizzarlo nella perfezione agiografica. Il suo Francesco è un uomo “capovolto”, più che un semplice rivoluzionario: uno che cambia direzione alla propria esistenza fino alle estreme conseguenze.


Davide Rondoni


È proprio questa umanità tormentata a rendere credibile la sua letizia. Non una felicità ingenua o superficiale, ma una gioia conquistata dentro il dolore, dentro il dubbio, dentro l’esperienza concreta della fragilità. Francesco riesce a parlare ai potenti, fino al papa e al sultano, non perché eserciti un’autorità politica, ma perché testimonia una libertà interiore rara.

Rondoni insiste molto anche sulla dimensione poetica di Francesco. Il santo di Assisi non è soltanto il fondatore di un ordine religioso: è una delle grandi voci della cultura europea. Il Cantico delle creature rappresenta infatti uno dei primi testi della letteratura italiana in volgare e contiene un’intuizione straordinaria: l’unità profonda del cosmo. Non una natura idolatrata o romantica, ma un creato percepito come fraternità universale.

Per questo Francesco continua a essere attuale anche nel dibattito contemporaneo sull’ecologia. La sua idea non coincide con una semplice sensibilità ambientalista. È qualcosa di più ampio e radicale: una “ecologia integrale” nella quale il rapporto con la terra, con gli uomini e con Dio resta inseparabile. Una visione che avrebbe influenzato anche Papa Francesco, il quale ha scelto proprio il nome del santo di Assisi per indicare un pontificato fondato sulla fraternità, sulla pace e sulla cura del creato.

Nelle parole di Davide Rondoni, dunque, san Francesco torna ad apparire non come una figura distante e rassicurante, ma come una presenza inquieta e necessaria. Un uomo che ricorda ai governanti – come scrisse nella sua celebre lettera – che anche loro devono morire. E che proprio per questo il potere, il consenso e il prestigio non bastano a dare senso alla vita.

A ottocento anni dalla sua morte, Francesco continua così a parlare al nostro tempo con una sorprendente forza contemporanea: ricordandoci che nessuna convivenza è possibile senza perdono, che nessuna fede vive senza fraternità e che nessun uomo può salvarsi da solo.

 

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