Garlasco: il mondo al contrario

Chi ha paura della verità? E perché?



di Gianfranco Blasi

La parte più sconvolgente del caso di Chiara Poggi non è soltanto il rischio di errori investigativi o giudiziari. Quelli, purtroppo, possono accadere. La storia giudiziaria italiana ne conosce molti, e ogni sistema democratico deve fare i conti con la possibilità dell’errore.

La vera anomalia, qui, è un’altra.

Nel caso Garlasco sembra essersi capovolto l’ordine naturale delle cose: chi prova a riaprire domande viene trattato come un problema, mentre chi invita a non approfondire appare spesso più autorevole di chi indaga. È questo il punto che rende la vicenda qualcosa di più di un processo penale. La trasforma nel simbolo di un Paese in cui, talvolta, la ricerca della verità finisce per disturbare più della possibilità di aver sbagliato.

Da anni assistiamo a una situazione paradossale: la famiglia della vittima che, invece di chiedere che ogni pista venga verificata fino in fondo, si schiera pubblicamente contro nuovi accertamenti e contro l’ipotesi di rileggere elementi rimasti controversi. Una posizione comprensibile sul piano psicologico, certamente, ma che inevitabilmente alimenta interrogativi su quello pubblico e giudiziario.

Secondo quanto emerso in atti investigativi e ricostruzioni giornalistiche, i Carabinieri Milano che hanno indagato in questo anno e mezzo avrebbero segnalato pressioni e tentativi di ostacolare ulteriori approfondimenti su Andrea Sempio. Si è parlato di interventi presso procure, magistrati e ambienti investigativi con l’obiettivo di frenare o delegittimare nuove verifiche.




Se anche solo una parte di tutto questo venisse confermato  ci troveremmo davanti a un fatto gravissimo.

In un mondo non al contrario, una famiglia devastata dal dolore dovrebbe desiderare una sola cosa: la verità completa. Sempre. Anche quando è scomoda. Anche quando rischia di riaprire ferite o di mettere in discussione convinzioni consolidate.

Ed è proprio qui che nasce la domanda più inquietante: perché tanta ostilità verso nuovi approfondimenti? Perché considerare pericolose verifiche che potrebbero, al contrario, chiarire definitivamente ciò che accadde a Garlasco nella loro casa?

Su questa vicenda si è innestato anche un clima culturale e mediatico che da anni attraversa il dibattito pubblico italiano: il conflitto tra garantismo e giustizialismo.

Marco Travaglio, ad esempio, è stato spesso criticato per alcune sue posizioni sul tema della custodia cautelare e della presunzione di innocenza. Una frase pubblicata nel 2020 su Il Fatto Quotidiano — secondo cui “non c’è nulla di scandaloso se un presunto innocente finisce in carcere”, in riferimento alla legittimità della carcerazione preventiva prevista dalla legge — suscitò fortissime polemiche. Tra le voci più dure oggi,  c’è quella di Gaia Tortora, figlia di un martire della giustizia come Enzo Tortora, che contesta apertamente quell’impostazione culturale e lo fa con epiteti irripetibili proprio rispetto al caso Garlasco.

Anche Roberto Saviano è intervenuto recentemente sulla nuova attenzione investigativa che scagiona Alberto Stasi. In un articolo pubblicato su la Repubblica, ha definito la riapertura mediatica del caso una “fiction oscena”, criticando il modo in cui la vicenda viene raccontata e rilanciata nel dibattito pubblico. Insomma, i giustizialisti e alcuni programmi televisivi che si ispirano a modelli non garantisti sono tutti allineati contro Alberto Stasi.

Il punto, però, non è stabilire chi abbia ragione nel dibattito televisivo o giornalistico. Il punto è un altro: possibile che la richiesta di ulteriori verifiche venga vissuta quasi come una minaccia?




Nel caso specifico di Garlasco esistono inoltre elementi che continuano ad alimentare dubbi e discussioni: rapporti molto stretti tra la famiglia Poggi e l’entourage difensivo di Andrea Sempio; perché? Da dove nasce questa complicità? Ci sono anche versioni cambiate nel tempo; dichiarazioni contraddittorie sui rapporti personali e sulle frequentazioni; tensioni emerse negli atti investigativi; consulenti e periti di parte civile che, in più occasioni, hanno assunto posizioni durissime e maldicenti contro la difesa di Alberto Stasi.

Attenzione: nulla di tutto questo costituisce una prova penale. Ed è giusto ribadirlo con chiarezza.

Ma il problema non è questo.

Il problema è che attorno a questa vicenda sembra essersi creata una sorta di zona intoccabile, nella quale perfino fare domande diventa sconveniente. Come se il dubbio fosse diventato un fastidio da silenziare invece che uno strumento essenziale della giustizia.

Eppure in uno Stato maturo una giustizia ricca di punti di controllo e di equilibrio non teme nuove indagini. Non teme verifiche. Non teme il confronto tra ipotesi diverse.

La verità non si protegge impedendo gli approfondimenti. La verità si rafforza attraversandoli.

Perché il rispetto non consiste nel tacere davanti alle anomalie. Il rispetto — in primis verso la memoria di  Chiara Poggi, e poi verso la giustizia e persino verso chi è stato condannato — consiste nell’avere il coraggio di non fermarsi finché ogni dubbio ragionevole non sia stato chiarito.

 



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