Il piano di riarmo europeo, noto come ReArm Europe (2025), prevede circa 800 miliardi di euro entro il 2030 per rafforzare l'industria militare e la sicurezza europea. Questa svolta, promossa da NATO e UE per la stabilità geopolitica, genera dibattiti sul controllo democratico, il rischio di militarizzazione e la sottrazione di risorse al welfare e allo sviluppo. Resta cioè una questione: possiamo affidare alla tecnocrazia europea il nostro futuro, senza un processo democratico compiuto. Senza una costituzione europea…

 Di seguito la riflessione di un’analista politico come Gerardo Lisco che  merita di essere presa in forte considerazione.

 Buona Lettura

(gb)

 

Il riarmo europeo: contraddizioni strutturali e trasformazione incompiuta di un progetto politico

 

L’incremento della spesa militare avviene in assenza di una vera unione politica e senza un chiaro controllo democratico sulle sue implicazioni di lungo periodo

 


di Gerardo Lisco

Organizzato dall’Associazione MEDinMezzogiorno, l’incontro-dibattito “L’Europa e il suo futuro nel nuovo ordine globale” ha offerto l’occasione per riflettere su una trasformazione che attraversa oggi l’Unione Europea in modo tanto evidente quanto poco tematizzato. Gli interventi di Giancarlo Bosetti e Gianni Pittella, entrambi espressione di un europeismo convinto, hanno infatti finito per mettere in luce — anche al di là delle intenzioni — un nodo critico che riguarda la natura stessa del progetto europeo: l’Unione sta progressivamente ridefinendo le proprie priorità strategiche senza che questa ridefinizione sia accompagnata da una corrispondente elaborazione politica e democratica.

La questione del riarmo europeo si colloca precisamente dentro questa trasformazione. Parlare di un’Unione “guerrafondaia” può apparire improprio, ma funziona come dispositivo analitico per far emergere una tensione reale: l’Europa nata per neutralizzare la guerra si trova oggi a rafforzare la propria dimensione militare come risposta sistemica alle crisi. Non si tratta di una scelta esplicitamente dichiarata, né di una svolta ideologica compiuta, ma piuttosto di un processo graduale, alimentato dall’accumularsi di vincoli esterni e dall’incapacità di risolvere le contraddizioni interne. Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario tornare alla genesi del processo di integrazione.




 La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non fu semplicemente un accordo economico, ma un dispositivo politico volto a rendere materialmente impossibile il conflitto tra Stati europei, in particolare tra Francia e Germania. L’idea fondativa era che l’interdipendenza economica, unita alla sottrazione delle risorse strategiche al controllo nazionale, avrebbe reso la guerra non solo indesiderabile, ma impraticabile. In questo senso, la pace costituiva non un obiettivo tra gli altri, ma la struttura stessa dell’integrazione. L’evoluzione successiva dell’Unione ha tuttavia progressivamente complicato questo impianto. L’introduzione della moneta unica non è stata accompagnata da una piena integrazione fiscale e politica; l’allargamento verso Est ha ampliato il perimetro dell’Unione senza consolidarne la coesione interna; la governance economica si è strutturata attorno a regole di disciplina fiscale che hanno spesso accentuato le divergenze anziché ridurle. In questo contesto, l’Unione si è trovata priva di strumenti adeguati per affrontare crisi sistemiche — dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia, fino alla guerra in Ucraina — e ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso la dimensione della sicurezza. Il riarmo europeo si inserisce dunque in un vuoto politico. Non rappresenta tanto l’esito di una strategia condivisa, quanto una risposta adattiva a un contesto internazionale percepito come sempre più instabile.

Tuttavia, proprio questa natura adattiva rende il processo problematico: l’incremento della spesa militare avviene in assenza di una vera unione politica e senza un chiaro controllo democratico sulle sue implicazioni di lungo periodo. I dati disponibili rendono evidente la portata del fenomeno. Nel 2024 la spesa per la difesa dei 27 Paesi dell’UE ha raggiunto i 343 miliardi di euro, con un incremento del 19% rispetto all’anno precedente; per il 2025 è prevista una crescita fino a 381 miliardi, pari a circa il 2,1% del PIL europeo, superando la soglia simbolica del 2% fissata in ambito NATO. Su scala globale, la spesa militare ha raggiunto nel 2025 i 2.887 miliardi di dollari, con l’Europa che registra il tasso di crescita più elevato dalla fine della Guerra fredda. L’obiettivo, esplicitato in sede NATO, di portare progressivamente la spesa fino al 5% del PIL entro il 2035 indica chiaramente che non si tratta di una dinamica congiunturale, ma di una trasformazione strutturale destinata a incidere in profondità sulle priorità economiche e politiche degli Stati membri.




Questa dinamica entra però in contraddizione diretta con un altro pilastro dell’Unione: il regime di disciplina fiscale. Le regole europee continuano a imporre limiti stringenti alla spesa pubblica, in particolare per i Paesi ad alto debito, restringendo lo spazio per politiche redistributive e investimenti sociali. L’aumento della spesa militare si inserisce quindi in un contesto di risorse scarse, producendo un effetto di sostituzione: più risorse per la difesa implicano, inevitabilmente, meno risorse per altri ambiti. Ne deriva una tensione strutturale tra sicurezza e coesione sociale che l’Unione non ha ancora affrontato in modo esplicito. Questa contraddizione si riflette anche nei rapporti tra gli Stati membri. Il confronto tra Paesi mediterranei e Paesi “frugali” non è semplicemente una divergenza tecnica sulle politiche di bilancio, ma esprime modelli differenti di integrazione europea. I primi tendono a privilegiare una maggiore flessibilità per sostenere la crescita e la coesione sociale; i secondi insistono sulla necessità di preservare la stabilità finanziaria attraverso regole rigorose. L’aumento della spesa militare, imposto come priorità comune, si innesta su questa frattura senza risolverla, rischiando anzi di accentuarla.

La questione di fondo resta irrisolta: come finanziare il riarmo in assenza di un bilancio europeo adeguato e senza una revisione delle regole fiscali? Un ulteriore elemento critico riguarda la distribuzione asimmetrica dei costi. Non tutti gli Stati membri dispongono della stessa capacità fiscale per sostenere l’aumento della spesa militare. Paesi con basso debito pubblico, come la Germania, possono assorbire più facilmente questo incremento; al contrario, i Paesi dell’Europa meridionale si trovano di fronte a vincoli molto più stringenti. Il rischio è la formazione di una difesa europea a più velocità, in cui le differenze di capacità si traducono in differenze di potere, rafforzando le gerarchie interne all’Unione. Anche sul piano del consenso democratico emergono elementi di ambivalenza. I dati dell’Eurobarometro indicano un sostegno relativamente elevato all’Unione e alle politiche di sostegno all’Ucraina, ma evidenziano al contempo una crescente preoccupazione per le condizioni economiche e sociali. Questo suggerisce che il consenso attuale è in larga misura contingente e legato alla percezione dell’emergenza, piuttosto che a un’adesione consapevole a una trasformazione strutturale dell’Unione in senso securitario. In assenza di un dibattito pubblico esplicito, il rischio è quello di uno scollamento tra decisioni politiche e legittimazione democratica. La guerra in Ucraina rappresenta il catalizzatore di queste dinamiche, ma non ne esaurisce il significato. L’Unione Europea sostiene politicamente ed economicamente Kiev, ma non dispone di un controllo effettivo sull’evoluzione del conflitto né di una strategia autonoma chiaramente definita. In un contesto segnato dalla presenza di una potenza nucleare come la Russia, questa ambiguità strategica aumenta il rischio di un coinvolgimento progressivo non pianificato, più che di una scelta deliberata di escalation. In questo quadro, le proposte di rafforzamento dell’integrazione — come quelle avanzate da Mario Draghi, che puntano su un aumento degli investimenti comuni e su una maggiore capacità fiscale europea — appaiono allo stesso tempo necessarie e difficilmente realizzabili.




Senza un salto politico che ridefinisca i rapporti tra Stati membri e rafforzi la legittimazione democratica delle decisioni comuni, tali proposte rischiano di rimanere sulla carta. Il riarmo europeo, dunque, non può essere letto semplicemente come una risposta razionale a un contesto internazionale più instabile. Esso rappresenta piuttosto il sintomo di una trasformazione incompiuta: un’Unione che, incapace di completare la propria integrazione politica ed economica, sposta il proprio asse sulla sicurezza senza disporre degli strumenti istituzionali e della legittimazione necessari per governare questa scelta. Il risultato è una configurazione intrinsecamente instabile, caratterizzata da una molteplicità di tensioni: tra origine pacifista e crescente centralità della dimensione militare; tra disciplina fiscale e necessità di nuovi investimenti; tra consenso emergenziale e assenza di un mandato strutturale; tra integrazione formale e persistente frammentazione politica. In ultima analisi, il problema non è stabilire se l’Unione Europea stia diventando un attore “guerrafondaio”, ma riconoscere che sta entrando in una nuova fase storica senza averne piena consapevolezza. Ed è proprio questa mancanza di direzione politica — più ancora delle singole scelte — a rappresentare il rischio principale: perché espone l’Unione a una trasformazione guidata dagli eventi, piuttosto che da una visione condivisa del proprio futuro.

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