La parola che rivela il clima
Quando si smette di raccontare e si
comincia a marchiare un popolo, il giornalismo rischia di trasformarsi in
propaganda emotiva.
Il caso della “israelizzazione” del
linguaggio pubblico racconta molto più di una polemica: racconta il cambiamento
culturale del nostro tempo.
C’è un filo rosso che attraversa pezzi molto diversi
del dibattito pubblico italiano.
Tiene insieme il mondo culturale e mediatico vicino a Marco Travaglio, alcune
narrazioni dei movimenti propalestinesi, certe piazze militanti, le polemiche
mediatiche degli ultimi mesi, parte dell’attivismo sindacale e perfino alcuni
segnali emersi dalle urne domenica scorsa.
Non si tratta di un’adesione organizzata, né di una
regia comune. Sarebbe troppo semplice.
Si tratta piuttosto di un clima culturale. Di una sensibilità diffusa. Di un
riflesso quasi automatico che ormai orienta il linguaggio pubblico.
È il riflesso che porta a trasformare Israele non più
in uno Stato da criticare — come ogni democrazia può e deve essere criticata —
ma nel simbolo universale del male contemporaneo.
La ribellione intellettuale di Massimo Cacciari a
questa semplificazione, così come quella più radicale e divisiva di Erri De
Luca sul tema di Israele, meriterebbero una riflessione seria, non ideologica,
libera sia dall’adesione automatica sia dalla demonizzazione reciproca.
Perché il punto non è impedire la critica.
Il punto è capire quando il linguaggio smette di essere analisi e diventa
militanza emotiva travestita da informazione.
In questi mesi abbiamo letto parole che fino a poco
tempo fa sarebbero sembrate impensabili nel lessico giornalistico mainstream.
Tra queste, una colpisce più delle altre: “israelizzazione”.
Usata per descrivere episodi di violenza urbana,
tensioni sociali o derive securitarie, quella parola non rappresenta
semplicemente una critica politica.
Produce qualcosa di più profondo e più pericoloso: associa automaticamente
Israele alla brutalità, alla repressione, alla violenza strutturale.
È qui che il linguaggio smette di descrivere e
comincia a deformare.
Perché nessuno parlerebbe di “russificazione” della
società per spiegare una rissa.
Nessuno userebbe “cinesizzazione” come sinonimo automatico di autoritarismo
quotidiano.
Nessuno parlerebbe di “americanizzazione” per evocare un massacro.
“Israelizzazione”, invece, è diventata improvvisamente
accettabile in certi ambienti culturali e mediatici.
Ed è questo il vero problema.
Non la critica a Benjamin Netanyahu.
Non il dissenso verso le operazioni militari israeliane.
Non la denuncia delle sofferenze palestinesi, che esistono e meritano ascolto.
Il problema nasce quando si cancella il confine tra un
governo e un popolo, tra una strategia militare e un’identità nazionale, tra
l’analisi politica e la costruzione simbolica del nemico.
A quel punto il giornalismo smette di interrogare la
realtà e comincia a produrre una narrazione morale unidirezionale.
Ed è singolare osservare come molti di coloro che
chiedono continuamente “complessità” quando si parla di fondamentalismo
islamico, di Hamas o delle derive antisemite nelle piazze europee, diventino
improvvisamente rigidissimi e schematici quando il tema è Israele.
Così tutto finisce dentro una stessa equivalenza:
la sicurezza diventa militarismo,
la difesa diventa oppressione,
la reazione diventa genocidio,
la paura diventa paranoia.
Nel frattempo il 7 ottobre arretra sullo sfondo.
Gli ostaggi diventano dettagli.
Le vittime israeliane evaporano lentamente dal racconto pubblico.
Gli stupri, i rapimenti, i civili massacrati nei kibbutz vengono
progressivamente assorbiti dentro una narrazione dove Israele deve comunque
apparire il colpevole finale.
| Massimo Cacciari ed Erri De Luca, nessuno dei due rinuncia al proprio diritto di critica |
Ed è comprensibile che molti cittadini comincino a
sentirsi stanchi.
Stanchi di un conflitto raccontato quasi sempre
attraverso lo stesso filtro ideologico.
Stanchi di un giornalismo che troppo spesso sostituisce la verifica con il tifo
morale.
Stanchi di un linguaggio che alimenta ostilità culturale invece di aiutare la
comprensione.
Perché le parole non sono mai neutre.
E quando una categoria professionale perde il senso della misura nel
linguaggio, prima o poi perde anche la propria credibilità.
Forse è proprio questo il punto più serio della
questione: non il diritto ad avere opinioni, ma il rischio di trasformare
l’informazione in una macchina di equivalenze simboliche velenose.
Quando accade, il giornalismo non illumina più la realtà.
La piega.
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