La Trappola di Tucidide e il sonno dell’Occidente




di Gianfranco Blasi

C’è un passaggio della storia in cui le civiltà smettono di capire il linguaggio del tempo che stanno vivendo. Continuano a parlare di mercati mentre il mondo torna a parlare di potenza. Discutono di procedure mentre altri discutono di egemonia. Difendono regole astratte mentre altrove si ridefiniscono confini, rotte commerciali, supremazie tecnologiche e sfere di influenza.

È forse questo il vero nodo del nostro tempo.

Graham Allison, direttore del Belfer Center della Harvard Kennedy School e consigliere di numerosi presidenti americani da Reagan a Obama, ha reso popolare una teoria antica quanto la storia: la “Trappola di Tucidide”. Il riferimento è alla guerra del Peloponneso descritta da Tucidide, lo storico greco che spiegò come il conflitto tra Sparta e Atene fosse stato reso inevitabile dall’ascesa della seconda e dalla paura della prima.

Quando una potenza emergente cresce troppo rapidamente, la potenza dominante entra in una spirale di timore, reazione, sospetto. Ed è lì che il sistema internazionale comincia a scricchiolare.

Allison applica questo schema alla rivalità tra Stati Uniti e Cina. E probabilmente nessuno, oggi, interpreta questa dinamica meglio di Xi Jinping.

Xi parla poco, ma ogni parola pesa. Quando richiama il rischio di una cattiva gestione della questione Taiwan, non sta facendo solo diplomazia. Sta evocando Tucidide. Sta dicendo agli Stati Uniti: attenzione, perché la storia insegna che le grandi guerre nascono quasi sempre da errori di percezione, da sottovalutazioni reciproche, dall’incapacità della potenza dominante di accettare il cambiamento degli equilibri.

La risposta americana, invece, appare spesso sorprendentemente superficiale. Donald Trump, figlio della cultura dell’affare più che di quella strategica, continua a leggere il rapporto con Pechino quasi esclusivamente in termini economici: terre rare, semiconduttori, dazi, energia, mercati, tecnologie.




Come se il problema fosse solo commerciale.

Ma la Cina non sta semplicemente competendo con gli Stati Uniti. Sta proponendo un altro ordine del mondo. Un modello alternativo di capitalismo, di controllo sociale, di rapporto tra Stato e mercato, di organizzazione tecnologica e persino di civiltà.

Qui sta il punto che molti in Occidente faticano a comprendere: Pechino non vuole soltanto diventare più ricca. Vuole diventare centrale.

È il passaggio da Sparta ad Atene. O forse, ormai, da Atene a una nuova forma di impero tecnologico.

La globalizzazione aveva illuso l’Occidente che il commercio avrebbe neutralizzato i conflitti. Che l’interdipendenza economica avrebbe prodotto automaticamente convergenza politica e democratizzazione. È accaduto invece il contrario. La Cina ha usato la globalizzazione per rafforzarsi senza occidentalizzarsi.

Anzi, trasformando il mercato globale in uno strumento di potenza nazionale.

E qui emerge anche il grande paradosso russo.




La Russia possiede enormi risorse energetiche, territoriali, militari, culturali e scientifiche. In teoria, un’Europa intelligente avrebbe potuto costruire con Mosca una gigantesca area euroasiatica capace di competere sia con Washington sia con Pechino. Una piattaforma geopolitica immensa: tecnologia europea, energia russa, manifattura avanzata, spazio geografico, materie prime.

Ma tutto questo è saltato.

Putin ha scelto il vicolo cieco della guerra in Ucraina, trasformando la Russia in una potenza assediata e spingendola progressivamente verso una dipendenza strategica dalla Cina. Un errore storico enorme. Perché nel lungo periodo Mosca rischia di diventare il partner minore di Pechino, perdendo quella autonomia imperiale che aveva cercato di difendere.

Nel frattempo, l’Europa sembra incapace persino di capire la fase storica che attraversa.

Non produce più una visione geopolitica. Produce regolamenti.

Mentre le grandi potenze discutono di controllo delle catene energetiche, intelligenza artificiale, spazio, semiconduttori, rotte artiche e dominio marittimo, Bruxelles continua spesso a rifugiarsi nella burocrazia, nella moltiplicazione normativa e in un linguaggio politico sempre più scollegato dalla realtà storica.

Perfino il tema dei diritti — fondamentale nella tradizione europea — rischia di trasformarsi in un esercizio astratto e pleonastico quando perde il rapporto con la concretezza della storia, con la demografia, con la sicurezza, con la produzione, con la potenza economica e culturale.

Una civiltà che smette di interrogarsi sulla propria forza finisce inevitabilmente per delegare ad altri il proprio destino.

La verità è che il XXI secolo sta tornando ad essere un secolo imperiale. Non nel senso ottocentesco del termine, ma nel significato profondo del controllo delle infrastrutture, delle tecnologie, delle reti finanziarie, delle piattaforme digitali, delle materie prime strategiche e delle vie commerciali.

La politica internazionale non è mai stata morale pura. È sempre stata anche rapporto di forza.

Tucidide lo aveva capito venticinque secoli fa. E forse oggi lo capisce meglio Xi Jinping di gran parte dell’Occidente.

Il rischio è che l’Europa continui a vivere dentro una lunga distrazione storica, mentre altri stanno già scrivendo il nuovo ordine mondiale.




 

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