L’articolo
di Gerardo Lisco, che pubblico volentieri su “Pensieri Meridiani”, propone una
lettura critica dell’evoluzione dell’Unione Europea, interpretata non soltanto
come progetto economico e politico, ma come costruzione geopolitica
progressivamente centrata sulla leadership tedesca. Attraverso un percorso che
va dalla Guerra fredda alla nascita dell’euro, fino al conflitto russo-ucraino
e al riarmo europeo, il testo ricostruisce il ruolo assunto dalla Germania come
perno economico, finanziario e oggi anche strategico del continente. Lisco
analizza il rapporto tra integrazione europea, sovranità nazionale e
trasformazioni dell’ordine internazionale, soffermandosi sulle conseguenze per
i paesi mediterranei e sulle nuove dinamiche di potere dentro l’UE. Ne emerge
una riflessione intensa e provocatoria sul futuro dell’Europa, tra federalismo
incompiuto, vincoli economici e ridefinizione degli equilibri geopolitici
globali. (Gianfranco Blasi)
L’Europa
tedesca: dalla moneta unica al riarmo continentale
| La centralità della Germania è geopolitica |
di Gerardo Lisco
L’Unione Europea nasce ufficialmente come progetto
di pace e cooperazione economica tra Stati che, per secoli, si erano
combattuti. Ma sotto questa rappresentazione idealistica ha sempre agito
un’altra dimensione: quella geopolitica. La costruzione europea, infatti, non
può essere compresa senza collocarla dentro gli equilibri strategici emersi
dopo la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, all’interno del sistema di
potenza costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda. Oggi, con la
crisi dell’ordine internazionale uscito dal 1989, con il progressivo disimpegno
americano dall’Europa e con il conflitto russo-ucraino, riemerge una questione
che sembrava archiviata dalla storia: il ruolo della Germania nel continente
europeo. Le recenti dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz sulla
necessità di una maggiore assunzione di responsabilità tedesca nella NATO e
nella difesa europea rappresentano soltanto l’ultimo passaggio di un processo
molto più lungo e profondo, che porta inevitabilmente a interrogarsi sul
destino dell’Unione Europea e sulla sua possibile “germanizzazione”.
Per comprendere l’attuale fase storica bisogna
tornare agli anni Cinquanta del Novecento. La nascita della Repubblica Federale
Tedesca fu favorita dagli Stati Uniti non soltanto per ragioni economiche ma
soprattutto strategico-militari. Nel cuore dell’Europa divisa dalla Guerra
fredda, la Germania occidentale rappresentava il principale bastione avanzato
del blocco atlantico contro l’URSS. Il riarmo della Germania federale, il suo ingresso
nella NATO e la costruzione di un poderoso apparato militare rispondevano alla
necessità americana di contenere la pressione sovietica sul fronte
centro-europeo. Sul territorio della DDR erano schierate imponenti forze
corazzate dell’Armata Rossa, mentre lungo il confine tra le due Germanie si
concentrava il principale punto di frizione tra i due blocchi. L’altro fronte
sensibile era quello italiano-jugoslavo, la cosiddetta “soglia di Gorizia”, ma
dopo la rottura tra Tito e Stalin quel confine perse gran parte della
centralità strategica che invece rimase saldamente in Germania.
La Guerra fredda trasformò così la Germania
occidentale nel perno della sicurezza europea. Ma il vero passaggio storico si
verificò con il crollo dell’URSS e la riunificazione tedesca. Contrariamente a
una certa narrazione successiva, l’unificazione non fu accolta con entusiasmo
da tutte le potenze europee. Francia e Regno Unito guardavano con forte
preoccupazione alla nascita di una Germania nuovamente unita e potenzialmente dominante
nel continente. François Mitterrand tentò persino di rallentare il processo
appoggiando una possibile evoluzione graduale della DDR, mentre Margaret
Thatcher espresse apertamente il timore di un ritorno della potenza tedesca.
Celebre rimane la battuta di Giulio Andreotti: “Amo talmente la Germania da
preferirne due”. Gli Stati Uniti, al contrario, sostennero con decisione la
riunificazione. La ragione fondamentale non risiedeva soltanto nel trionfo
politico sull’URSS, ma in una trasformazione geopolitica molto più ampia: lo
spostamento progressivo del baricentro mondiale dall’Atlantico al Pacifico.
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| Anche nella postura i tedeschi sembrano aver cambiato passo rispetto agli americani sempre più lontani dall'Europa |
Già negli anni Novanta gli Stati Uniti avevano
compreso che la vera sfida strategica del XXI secolo non sarebbe più arrivata
dall’Europa ma dall’Asia e, in particolare, dalla Cina. Il Pacifico diventava
il centro dell’economia mondiale, dell’innovazione tecnologica e della
competizione geopolitica. Per Washington diventava quindi necessario
alleggerire progressivamente il proprio impegno diretto nel continente europeo.
Ma un disimpegno americano dall’Europa richiedeva l’esistenza di una potenza
regionale affidabile, in grado di garantire stabilità economica e controllo
politico sul continente. La Germania riunificata appariva perfetta per questo
ruolo: forte economicamente, stabile politicamente, priva almeno formalmente di
ambizioni militari autonome e profondamente integrata nel sistema atlantico.
È dentro questa cornice che va interpretata anche
l’accelerazione del processo di integrazione europea culminata nel Trattato di
Maastricht e nella nascita della moneta unica. Francia e Italia immaginarono
che l’approfondimento dell’integrazione economica e monetaria avrebbe
“imbrigliato” la nuova Germania dentro un sistema europeo condiviso. In realtà
avvenne il contrario. L’euro e il mercato unico finirono con il rafforzare
enormemente il modello economico tedesco. La moneta unica impediva agli altri
Stati di ricorrere alla svalutazione competitiva, mentre l’impostazione
ordoliberale dei trattati europei — stabilità monetaria, contenimento del
debito pubblico, rigidità fiscale, indipendenza della banca centrale —
rifletteva direttamente la cultura economica tedesca. La Germania riuscì così a
trasformare la propria superiorità industriale e finanziaria in uno strumento
di egemonia continentale molto più efficace di quanto non fossero mai state le
tradizionali forme di potenza militare. La moneta unica si rivelò, per molti
aspetti, più efficace delle divisioni corazzate della Wehrmacht.
L’ordoliberalismo, nato nella Germania del
dopoguerra con autori come Walter Eucken e Wilhelm Röpke, prevedeva
originariamente un equilibrio tra mercato, regolazione pubblica e coesione
sociale. Tuttavia, nel corso degli anni, il modello europeo è stato
progressivamente contaminato dall’influenza del monetarismo e della finanza
angloamericana, mantenendo però gli elementi più rigidi della disciplina
fiscale e monetaria. Il risultato è stato un sistema che ha accentuato gli
squilibri tra economie forti ed economie deboli dell’eurozona. L’Italia è
probabilmente il paese che ha pagato il prezzo maggiore di questo processo.
Rinunciando alla sovranità monetaria e agli strumenti tradizionali di politica
industriale, fiscale e valutaria, si è progressivamente trovata subordinata a
un modello economico costruito attorno alle esigenze della manifattura tedesca.
Il dualismo franco-tedesco, soprattutto durante gli anni Merkel-Sarkozy, non ha limitato la centralità tedesca ma l’ha consolidata. La Francia ha tentato di mantenere una leadership politica europea, ma sul piano economico e finanziario il peso della Germania è diventato progressivamente dominante. L’allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est ha ulteriormente rafforzato Berlino, che ha integrato le economie ex comuniste dentro la propria filiera industriale, trasformando l’Europa centro-orientale in uno spazio produttivo complementare all’industria tedesca.
Questo sistema entra però in crisi con il
conflitto russo-ucraino. La guerra segna la rottura dell’equilibrio sul quale
la Germania aveva costruito la propria potenza: esportazioni globali, energia
russa a basso costo, protezione militare americana. Il sabotaggio del Nord
Stream rappresenta simbolicamente la fine di quel modello. La Germania perde il
vantaggio energetico che alimentava la propria competitività industriale e
l’intera struttura economica europea ne viene travolta. Gli Stati Uniti e il
Regno Unito vedono nel conflitto non soltanto l’occasione per indebolire la
Russia ma anche per ridimensionare l’autonomia economica e geopolitica
dell’Europa continentale, in particolare della Germania. Lo spostamento di
truppe americane dalla Germania alla Polonia evidenzia chiaramente il nuovo
asse strategico dell’Europa orientale.
In questo contesto assume un significato preciso
anche la trasformazione politica delle istituzioni europee. La conferma di
Ursula von der Leyen e la crescente centralità politica dei paesi baltici e
dell’Europa orientale riflettono il nuovo equilibrio geopolitico: un’Unione
Europea sempre più orientata verso Est, sempre più definita dalla dimensione
securitaria e militare e sempre meno fondata sull’originaria logica
economico-commerciale.
La rielezione di Donald Trump e la prospettiva di
un ulteriore disimpegno americano dall’Europa hanno aperto una nuova fase. Se
gli Stati Uniti riducono la loro presenza strategica nel continente, la
questione della leadership europea diventa inevitabile. Romano Prodi,
intervenendo al Festival dell’Economia di Trento, ha parlato della necessità di
un’Europa autonoma tanto dagli Stati Uniti quanto dalla Cina. Ma il problema
fondamentale è che l’autonomia geopolitica presuppone l’esistenza di uno Stato
politico europeo: una politica estera comune, una difesa comune, una fiscalità
comune, un debito comune e, soprattutto, un demos europeo. Tutti elementi che
oggi non esistono.
| La sede della Banca Centrale Europea è in Germania, a Francoforte |
L’Unione politica europea rimane dunque una
costruzione incompiuta, sostenuta principalmente da una logica funzionalista:
si trasferiscono quote di sovranità agli organismi europei attraverso emergenze
successive. Prima il mercato unico, poi la moneta unica, successivamente il
Patto di stabilità, oggi il riarmo e la difesa comune. Ogni crisi diventa il
motore per ulteriori cessioni di sovranità nazionale. In questa prospettiva il
conflitto con la Russia diventa il collante necessario per mantenere unita
l’Unione Europea. Il riarmo europeo e l’obiettivo di portare la spesa militare
al 5% del PIL rappresentano il nuovo strumento di integrazione continentale,
così come in passato lo furono l’euro e i vincoli di bilancio.
Ma anche in questo caso emerge un problema
evidente: quale Stato europeo possiede realmente le capacità industriali,
finanziarie e tecnologiche per sostenere una politica di riarmo su larga scala?
Ancora una volta la risposta è la Germania. Ed è per questo che le aperture di
Merz verso una NATO “europeizzata” non possono essere considerate semplici
dichiarazioni contingenti. Dietro vi è la possibilità concreta che la Germania
trasformi la propria centralità economica in leadership politico-militare continentale.
Per i paesi mediterranei — Francia, Italia e
Spagna — la questione assume un carattere esistenziale. Si ripropone
storicamente la frattura tra Europa nordica e Mitteleuropa da una parte ed
Europa mediterranea dall’altra. I paesi dell’Est Europa, privi di reale
autonomia strategica e fortemente dipendenti dalla protezione americana,
appaiono naturalmente orientati verso una saldatura con la leadership tedesca e
atlantica. Più complessa è invece la posizione delle grandi nazioni dell’Europa
occidentale, che rischiano di trovarsi subordinate a un assetto continentale
costruito attorno agli interessi economici e geopolitici tedeschi.
Gli “Stati Uniti d’Europa”, evocati retoricamente
da molti europeisti, sembrano dunque avere ben poco a che vedere con il
federalismo democratico di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.
Assomigliano piuttosto a una costruzione tecnocratica fondata su vincoli
economici, emergenze permanenti e centralizzazione progressiva del potere. In
questo quadro la Germania rappresenta inevitabilmente il centro di gravità del
continente europeo, estendendo la propria influenza dal Baltico lungo tutta
l’area danubiana fino al Mediterraneo.
La celebre vignetta di Giorgio Forattini
sintetizzava efficacemente questo processo: “1945: l’Europa conquista la
Germania. 1992: la Germania conquista l’Europa”. Una provocazione certamente,
ma che oggi, alla luce delle trasformazioni geopolitiche in corso, appare meno
paradossale di quanto sembrasse allora.
Riferimenti essenziali
•
Eurosuicidio — Gabriele Guzzi.
• Sovranismi. Stato, popolo e conflitto
sociale — Alessandro Somma.
• I padroni del mondo — Alessandro Volpi.
• La Democrazia sospesa. 2012–2014 —
Gerardo Lisco.
• Dal Governo giallo-verde al Governo Meloni.
Il momento populista — Gerardo Lisco.
• Spazi politici — Carlo Galli.
• Tempo guadagnato — Wolfgang Streeck.
• Oltre il capitalismo senile — Giulio
Sapelli.
• Chi comanda in Italia — Giulio Sapelli.
• Se la Merkel è Carlo V — Giulio Sapelli.
• La grande trasformazione — Karl Polanyi.
• Principi di politica economica — Walter
Eucken.
• Il Manifesto di Ventotene — Altiero
Spinelli, Ernesto Rossi.
• L’Europa orientale dal 1970 a oggi —
Bülent Gökay.
• Regioni d’Europa — Mario Caciagli.
• Capitalismi a confronto — Luigi Burroni.
• Il risveglio del Minotauro — Vincenzo
Prati.
• Misteri dell’Euro, misfatti della finanza
— Nino Galloni.
• Monetizzazione del debito pubblico e
vincolo di bilancio — Gianluca Campo.

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