Legge elettorale e democrazia svuotata


 


di Gianfranco Blasi

Le leggi elettorali, ormai, non contano più. O meglio: non contano più nel senso originario che dovrebbe appartenere a ogni sistema democratico, cioè tradurre nel modo più fedele possibile la volontà popolare in rappresentanza politica. Da qualche decennio, infatti, alla sovranità popolare si è progressivamente sostituita una sorta di “sovranità elettorale” delle maggioranze di turno: non si costruiscono regole per rappresentare il Paese, ma per favorire chi governa e spera di governare anche nella legislatura successiva.

Ogni nuova riforma nasce così già segnata da un vizio di fondo: l’idea che il sistema debba servire non ai cittadini, ma agli equilibri del potere. Cambiano i nomi — Mattarellum, Porcellum, Rosatellum — ma resta la stessa ossessione: controllare la rappresentanza, sterilizzare il dissenso, ridurre l’imprevedibilità del voto.

Il primo peccato originale di questa lunga stagione è l’espropriazione del diritto di scelta degli elettori. Le liste bloccate, i candidati nominati dall’alto, i collegi costruiti a tavolino hanno trasformato il Parlamento in un’assemblea di cooptati più che di eletti. L’elettore non sceglie quasi mai davvero chi mandare in Parlamento; si limita a ratificare decisioni prese dalle segreterie di partito. Anche il “meno peggio”, spesso, non è votabile.

È qui che si consuma uno dei tradimenti più profondi della democrazia parlamentare immaginata dalla Costituzione. Il Parlamento avrebbe dovuto essere il luogo della rappresentanza viva del Paese reale. È diventato invece, troppo spesso, il rifugio di una nomenclatura mediocre, obbediente e autoreferenziale, selezionata più per fedeltà che per competenza o autonomia.

Ma il secondo peccato è ancora più grave, perché riguarda l’equilibrio stesso delle istituzioni democratiche. Sull’onda dell’antipolitica e del populismo — in particolare della retorica contro la “casta” alimentata negli anni dal Movimento Cinque Stelle — si è arrivati perfino a ridurre drasticamente il numero dei parlamentari, come se la crisi della politica dipendesse dalla quantità degli eletti e non dalla loro qualità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Parlamento ridotto numericamente e politicamente, sempre più debole, marginale, incapace di esercitare una reale funzione di indirizzo e controllo. La centralità della decisione politica si è spostata quasi interamente sugli esecutivi. Conta il governo, non più il Parlamento. I decreti sostituiscono il dibattito, la fiducia sostituisce il confronto, le leadership sostituiscono i partiti.

E paradossalmente, mentre si continua a parlare ossessivamente di governabilità, il sistema produce instabilità permanente. La struttura del Senato — eletto su base regionale e oggi composto da numeri molto ridotti — rende ogni elezione una sorta di lotteria politica. Bastano pochi seggi per cambiare gli equilibri nazionali. Nessuno può sentirsi davvero sicuro della vittoria. Il rischio di pareggi, maggioranze fragili, trasformismi e “inciuci” resta sempre dietro l’angolo.

Così la politica italiana vive in una contraddizione permanente: si sacrificano rappresentanza e pluralismo in nome della stabilità, ma senza ottenere né l’una né l’altra. Si impoverisce la democrazia senza costruire governi più solidi. E nel frattempo cresce la distanza fra cittadini e istituzioni, fra società reale e Palazzo.

Forse il problema, allora, non è trovare l’ennesima formula elettorale “miracolosa”. Il problema è restituire dignità alla rappresentanza, libertà agli elettori e centralità al Parlamento. Perché una democrazia in cui i cittadini non scelgono davvero i propri rappresentanti rischia, lentamente, di smettere di essere una democrazia compiuta.


 


 

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