Nel nuovo intervento per Pensieri Meridiani, l’analista politico Gerardo Lisco riflette sulla trasformazione della politica italiana negli ultimi trent’anni. Dalla centralità della “governabilità” alle continue riforme elettorali, fino alla crisi dei partiti e all’aumento dell’astensionismo, il saggio mette in discussione l’idea che basti cambiare le regole del voto per ricostruire il rapporto tra cittadini e democrazia. Ne emerge il ritratto di una politica sempre più personalizzata e ridotta a competizione permanente per quote di consenso, mentre cresce la distanza tra istituzioni e società reale. (Gianfranco Blasi)
La
politica ridotta a mercato elettorale
di
Gerardo Lisco
La riforma elettorale proposta dal governo di
centrodestra guidato da Giorgia Meloni, a poco più di un anno dalle elezioni
politiche, ripropone ancora una volta il tema della governabilità come
obiettivo centrale del sistema politico italiano. Il nuovo progetto,
ribattezzato “Stabilicum”, conferma una tendenza che accompagna tutte le
riforme elettorali susseguitesi dagli anni Novanta in poi: garantire stabilità
agli esecutivi, ridurre la frammentazione politica e assicurare governi in
grado di durare per l’intera legislatura.
Di recente il professor Sabino Cassese ha
sostenuto che non si possa parlare di “Seconda Repubblica” poiché la
Costituzione italiana è formalmente rimasta la stessa. È una posizione
autorevole, ma discutibile. A partire dagli anni Novanta la Costituzione
italiana è cambiata profondamente sia sul piano sostanziale sia nella concreta
interpretazione degli equilibri istituzionali. La modifica dell’Articolo 81
della Costituzione italiana ha introdotto vincoli stringenti in materia di
bilancio e politiche economiche, mentre la riforma del Titolo V ha ridefinito
il rapporto tra Stato e autonomie territoriali. Parallelamente il ruolo del
Presidente della Repubblica si è progressivamente rafforzato, soprattutto nella
funzione di garante degli equilibri istituzionali e degli impegni assunti
dall’Italia nell’ambito dell’Unione Europea.
In questo quadro le riforme elettorali hanno avuto
una funzione precisa: rafforzare la capacità decisionale dei governi, limitando
il peso delle correnti interne ai partiti, delle mediazioni parlamentari e dei
gruppi di pressione presenti nelle coalizioni. Il Parlamento, pur restando
formalmente centrale nel sistema costituzionale, ha progressivamente perso peso
politico, trasformandosi spesso in un luogo di ratifica delle decisioni assunte
dagli esecutivi e dalle leadership di partito.
La proposta avanzata dal governo Meloni si basa su
un sistema prevalentemente proporzionale corretto da un consistente premio di
maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione
capace di raggiungere almeno il 40% dei voti validi. Considerando che, dopo il
taglio dei parlamentari, i deputati sono 400 e i senatori 200, si tratta di un
premio molto rilevante. Alcuni costituzionalisti hanno evidenziato il rischio
di una forte distorsione della rappresentanza, riaprendo il dibattito sul
rapporto tra rappresentatività e governabilità.
Negli ultimi trent’anni, tuttavia, tutte le
riforme elettorali sono state giustificate con la necessità di garantire
stabilità politica. Dal Mattarellum al Porcellum fino al Rosatellum, il
problema della governabilità è diventato il criterio dominante del dibattito
istituzionale italiano. Eppure il risultato più evidente di questa lunga
stagione di riforme è stato l’aumento costante dell’astensionismo.
Alle ultime elezioni politiche ha votato meno del
64% degli aventi diritto. È un dato che segnala uno scollamento sempre più
profondo tra società e politica. Oggi le elezioni vengono vinte soprattutto dalla
coalizione che riesce a mobilitare meglio il proprio elettorato di riferimento,
mentre cresce l’area di cittadini che non si riconosce più nelle offerte
politiche esistenti. Se negli anni Novanta le principali coalizioni
raccoglievano complessivamente decine di milioni di voti, oggi si governa il
Paese con un consenso elettorale molto più ristretto.
La ragione principale di questa disaffezione è la
percezione, diffusa in una parte consistente dell’elettorato, che tra
centrodestra e centrosinistra non esistano più differenze sostanziali sulle
principali questioni economiche e internazionali. I vincoli di bilancio europei
e le compatibilità finanziarie limitano fortemente la possibilità di sviluppare
politiche economiche realmente alternative. Lo stesso governo Meloni, che in
campagna elettorale aveva utilizzato toni fortemente critici verso l’Unione
Europea, una volta giunto al governo si è rapidamente allineato alle
compatibilità politiche ed economiche richieste dal quadro europeo e
internazionale.
Allo stesso tempo, le grandi questioni
geopolitiche — dalla guerra tra Russia e Ucraina fino alle tensioni in Medio
Oriente — incidono pesantemente sulle condizioni economiche delle famiglie e
delle imprese italiane. È questo il tema che preoccupa maggiormente milioni di
cittadini, molto più delle discussioni sulle formule elettorali o sui premi di
maggioranza. Per questa ragione il dibattito sulla riforma della legge
elettorale appare spesso lontano dalla vita concreta delle persone e confinato
agli addetti ai lavori.
In questo contesto torna periodicamente il tema
delle preferenze. L’attuale sistema elettorale prevede infatti liste bloccate
che impediscono agli elettori di scegliere direttamente i candidati. Secondo
alcuni, il ritorno alle preferenze potrebbe rilanciare la partecipazione
democratica. In realtà è difficile sostenere che la semplice reintroduzione
delle preferenze possa risolvere la crisi del rapporto tra cittadini e
politica.
Anche nella Prima Repubblica, quando il voto di
preferenza era pienamente operativo, la formazione delle liste rimaneva il
risultato di equilibri interni ai partiti. Le segreterie politiche continuavano
a esercitare un forte controllo sulla selezione delle candidature e l’essere
capolista rappresentava già allora una precisa indicazione politica. Inoltre,
l’esperienza storica dimostrò come il sistema delle preferenze potesse favorire
dinamiche clientelari e personalistiche.
Dopo le inchieste di Mani pulite emerse con forza
il legame tra preferenze, finanziamento illecito e costruzione di reti di
consenso fondate sullo scambio di favori. Le campagne elettorali richiedevano
risorse economiche sempre maggiori e i candidati tendevano a costruire consenso
personale più che appartenenza politica. Gli eletti finivano così per essere
più legati ai propri finanziatori e alle reti territoriali di consenso che ai
partiti di appartenenza.
Il referendum del 18 aprile 1993 sancì infatti
l’abrogazione del sistema delle preferenze con oltre il 95% dei voti
favorevoli. Da allora il sistema politico italiano ha attraversato diverse
trasformazioni: dal Mattarellum, prevalentemente maggioritario, al Porcellum,
proporzionale con liste bloccate, fino al Rosatellum attualmente in vigore.
Tuttavia nessuna di queste riforme è riuscita a invertire la crisi della
partecipazione democratica.
Il problema centrale, infatti, non riguarda
soltanto il meccanismo elettorale, ma la trasformazione dei partiti politici.
La progressiva scomparsa delle culture politiche organizzate, il venir meno dei
corpi intermedi e la personalizzazione della politica hanno indebolito il
rapporto tra società e istituzioni. I partiti della Prima Repubblica, pur con
tutti i loro limiti, selezionavano la classe dirigente attraverso percorsi di
militanza, formazione politica e partecipazione collettiva. Oggi molte organizzazioni
politiche appaiono sempre più costruite attorno a leadership personali e a
logiche di comunicazione elettorale permanente.
Per questa ragione la questione decisiva resta
quella dell’attuazione dell’Articolo 49 della Costituzione italiana, secondo
cui tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per
concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
L’articolo riconosce ai partiti una funzione costituzionale fondamentale: non
semplici associazioni private, ma strumenti di partecipazione democratica.
La legge n. 96 del 2012 ha introdotto obblighi di
trasparenza, regole statutarie e controlli sui bilanci, ma non ha definito in
modo rigoroso cosa debba intendersi per “metodo democratico”. Il risultato è
che molte formazioni politiche continuano a funzionare come strutture
fortemente centralizzate, prive di reale partecipazione interna.
La reintroduzione delle preferenze potrebbe avere
un senso solo all’interno di una più ampia rifondazione dei partiti politici,
fondata su culture politiche riconoscibili, partecipazione democratica,
formazione della classe dirigente e trasparenza organizzativa. Senza questi
elementi nessuna legge elettorale potrà invertire la crisi della
partecipazione.
La sensazione diffusa è che all’attuale ceto
politico interessi soprattutto consolidare una propria quota di consenso
elettorale sufficiente a garantire rappresentanza parlamentare e potere
negoziale. Più che una competizione tra partiti portatori di visioni politiche
alternative, la politica italiana appare sempre più simile a una concorrenza
tra gruppi organizzati sul mercato elettorale. Ed è proprio questa
trasformazione della politica che contribuisce ad allontanare milioni di
cittadini dal voto e dalla partecipazione democratica.
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