Curare la febbre o curare il malato?

L'inflazione delle guerre e la ricetta sbagliata di Francoforte

 

Christine Lagarde, governatore della Bce

di Gianfranco Blasi

C'è qualcosa di profondamente paradossale nelle decisioni che la Banca Centrale Europea continua ad assumere in questi anni. Ogni volta che l'economia europea mostra segnali di debolezza, ogni volta che imprese e famiglie attendono un allentamento delle condizioni creditizie per tornare a investire e consumare, da Francoforte arriva puntualmente il richiamo all'ortodossia monetaria: tassi alti e costo del denaro elevato.

L'ultimo rialzo deciso dalla BCE guidata da Christine Lagarde rappresenta l'ennesima manifestazione di una strategia che appare sempre più distante dall'economia reale. Le conseguenze sono note. Mutui più costosi, prestiti più difficili da ottenere, investimenti rinviati, consumi frenati. A pagare il conto sono soprattutto le famiglie e le piccole e medie imprese, ossatura produttiva dell'Europa e dell'Italia.

La domanda da porsi è semplice: stiamo davvero combattendo la causa dell'inflazione oppure stiamo semplicemente curandone i sintomi?

Per decenni la teoria economica dominante ha sostenuto che l'inflazione dipendesse principalmente da un eccesso di domanda: troppo denaro in circolazione, troppi consumi, troppa liquidità. In quel contesto l'aumento dei tassi d'interesse rappresentava uno strumento efficace per raffreddare l'economia.

Ma è davvero questa l'inflazione che stiamo vivendo?

Negli ultimi anni i prezzi sono aumentati soprattutto per ragioni che poco hanno a che vedere con i consumi delle famiglie europee. Prima la pandemia ha interrotto le catene globali di approvvigionamento. Poi è arrivata la guerra in Ucraina con l'esplosione dei prezzi del gas e dell'energia. Infine le tensioni in Medio Oriente hanno continuato a generare instabilità sui mercati energetici e delle materie prime.


Più sale il costo del denaro peggio stanno le economie europee


Si tratta di una inflazione importata, geopolitica, energetica. Un'inflazione che nasce fuori dalle fabbriche europee e fuori dai bilanci delle famiglie.

Di fronte a questo scenario, aumentare il costo del denaro rischia di essere una medicina sbagliata. È come se un medico, di fronte a un paziente indebolito da una grave infezione, decidesse di privarlo delle cure necessarie per abbassargli la febbre usando solo il paracetamolo. Forse la temperatura diminuirà, ma il malato starà peggio. 

Peraltro rischia di essere intempestivo e controproducente un aumento annunciato qualche ora prima del possibile accordo per il cessate il fuoco fra Iran e Stati Uniti e della conseguente riapertura dello Stretto di Hormuz.

Quando il credito diventa più costoso, le imprese investono meno in innovazione, ricerca e occupazione. Le famiglie rinviano l'acquisto di una casa o di beni durevoli. L'economia rallenta. La crescita si indebolisce. Ma il prezzo del gas, del petrolio o delle materie prime continua a dipendere da fattori che nulla hanno a che fare con il tasso fissato a Francoforte.


Più costa il denaro, più difficile fare mutui, più costosi i mutui già accesi


È questa la contraddizione che molti osservatori, imprenditori ed economisti evidenziano da tempo. Lo stesso presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha più volte sottolineato come l'industria europea soffra oggi soprattutto per l'alto costo dell'energia e per la difficoltà di accesso al credito. Due fattori che, sommati, comprimono la competitività del sistema produttivo.

L'Europa sembra così prigioniera di una cultura economica che continua a considerare l'inflazione come il nemico assoluto, anche quando il vero rischio è la stagnazione. Mentre Stati Uniti e Cina utilizzano massicci strumenti industriali e fiscali per sostenere investimenti e crescita, l'Unione Europea appare ancorata a una visione nella quale il rigore monetario rappresenta la risposta quasi automatica a ogni problema.

Naturalmente la BCE deve vigilare sulla stabilità dei prezzi. Nessuno mette in discussione questa funzione. Ma la politica monetaria non può ignorare il contesto storico nel quale opera. Un'inflazione causata dalle guerre, dalle crisi energetiche e dalle tensioni geopolitiche richiede risposte diverse da quelle adottate contro un surriscaldamento dell'economia.


La sede della Bce a Francoforte


La vera sfida dell'Europa oggi non è soltanto contenere i prezzi. È tornare a crescere. Perché senza crescita non vi saranno investimenti, salari più alti, innovazione e coesione sociale.

L’aumento del costo del denaro è una medicina che finisce per indebolire il paziente e che rischia di diventare parte della malattia, sfinendo le capacità del paziente e non aiutandolo certo a guarire.

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