Muovendo dalle considerazioni di
Gerardo Lisco sulla contrapposizione tra democrazia e neoliberismo, propongo
una riflessione complementare sullo stato delle democrazie occidentali. Al
centro dell'analisi vi sono la crisi della rappresentanza, la personalizzazione
della politica e la difficoltà delle istituzioni di trasformare il consenso in
capacità di governo. Con il supporto delle lezioni di Machiavelli, Vico e
Benedetto Croce, senza nessuna sicumera direi che il mio testo invita a ripensare il rapporto tra
libertà, comunità e responsabilità politica nel XXI secolo.
| La crisi della democrazia e il potere delle leaderships |
Oltre il neoliberismo. La questione della democrazia
tra rappresentanza e governo
di Gianfranco Blasi
Ho letto con interesse la riflessione di Gerardo Lisco
sul rapporto tra democrazia e neoliberismo. Pur provenendo da una diversa
tradizione culturale e politica, quella liberale e popolare, condivido gran
parte delle domande che il suo intervento pone da sinistra.
In particolare condivido l'idea che le categorie del
Novecento – fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo – pur
conservando un indubbio valore storico e morale, siano sempre meno efficaci per
comprendere le dinamiche del XXI secolo.
La questione decisiva riguarda oggi la qualità della
democrazia e la sua capacità di governare processi economici, finanziari e
tecnologici che sembrano sfuggire al controllo delle istituzioni
rappresentative.
Tuttavia, accanto al rapporto tra democrazia e
neoliberismo, credo sia necessario aggiungere un'altra questione: la crisi del
rapporto tra rappresentanza, leadership e governo.
| Poteri finanziari e democrazia. Uno dei punti di rottura del sistema |
Le democrazie contemporanee vivono una contraddizione
evidente. Da un lato cresce la domanda di partecipazione, dall'altro aumenta la
sfiducia verso i corpi intermedi, i partiti, i sindacati e le istituzioni
parlamentari. Il risultato è una crescente personalizzazione della politica. I
cittadini faticano a riconoscersi nelle organizzazioni collettive e tendono ad
affidarsi a figure carismatiche chiamate a interpretare direttamente le loro
aspettative.
Il problema è che la leadership può vincere le
elezioni, ma non sempre riesce a governare la complessità. La rappresentanza si
indebolisce e il governo diventa più fragile. È una dinamica che attraversa
molte democrazie occidentali, dagli Stati Uniti all'Europa, fino all'Italia.
| Niccolò Macchiavelli |
Su questo punto può essere utile tornare a
Machiavelli. Troppo spesso ridotto a teorico del potere, Machiavelli fu in
realtà uno dei primi grandi studiosi dei conflitti sociali. Nei Discorsi
sopra la prima deca di Tito Livio osservava come la libertà delle
repubbliche nascesse proprio dal confronto tra interessi diversi. La politica
non elimina il conflitto; lo organizza e lo rende fecondo.
Quando le istituzioni non riescono più a rappresentare
i conflitti reali della società, questi riemergono in forme più radicali,
spesso alimentando rabbia, populismo e sfiducia.
| Gianbattista Vico |
Anche Giambattista Vico offre una chiave di lettura
preziosa. Nella sua Scienza Nuova la storia non procede in linea retta
ma attraverso corsi e ricorsi. Le società attraversano fasi di costruzione e di
crisi, momenti nei quali le élite perdono il contatto con il sentire comune e
si apre una frattura tra governanti e governati. È difficile non vedere, nelle
tensioni del nostro tempo, alcuni tratti di questa dinamica.
Ma è soprattutto Benedetto Croce che continua a
parlare al presente.
Croce diffidava delle ideologie che pretendevano di
spiegare interamente la storia. Considerava la libertà non come un punto di
arrivo definitivo ma come una conquista sempre precaria. La politica, nella sua
visione, non può essere ridotta né all'economia né alla tecnica.
Ed è forse qui che si colloca il limite sia di alcune
interpretazioni neoliberali sia di certe letture tecnocratiche della
democrazia. Ha ragione Gerardo Lisco. Quando la politica viene subordinata ai
vincoli economici, ai mercati o agli automatismi della tecnica, essa perde la
propria funzione essenziale: orientare la vita collettiva attraverso scelte che
non sono mai soltanto economiche.
| Benedetto Croce |
La crisi delle democrazie contemporanee non nasce
soltanto dalla concentrazione della ricchezza, fenomeno reale e preoccupante.
Nasce anche dalla difficoltà delle istituzioni di trasformare il consenso in
governo e il governo in progetto plurale.
Per questa ragione il tema della comunità evocato da
Lisco merita attenzione. Non come nostalgia di forme sociali del passato, ma
come ricerca di nuovi legami civili capaci di tenere insieme libertà
individuale, giustizia sociale e responsabilità collettiva.
La sfida del nostro tempo non consiste nel sostituire
il mercato con lo Stato o viceversa. Consiste nel ricostruire un equilibrio tra
economia, politica e società. Un equilibrio nel quale la democrazia torni a
essere non soltanto una procedura per scegliere i governanti, ma uno strumento
attraverso il quale una comunità decide il proprio futuro.
| Bisogna tornare a costruire comunità, non basta solo votare |
È una questione che interpella socialisti, liberali,
popolari e cattolici democratici. Forse più che cercare antiche appartenenze
ideologiche, dovremmo interrogarci insieme su come restituire forza alla
politica e significato alla cittadinanza democratica.
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