PICIERNO E VANNACCI, FIGLI DELLO STESSO PROBLEMA

Quando la politica cerca nuove strade e la legge elettorale

continua a restringerle

 

Bruno Vespa, uno dei primi a cogliere cosa sta accadendo

di Gianfranco Blasi

Se li si mette sullo stesso piano, si offendono entrambi.

Da una parte Pina Picierno, europeista convinta, ex esponente di punta dell'ala riformista del Partito Democratico. Dall'altra il generale Roberto Vannacci (ex Lega), simbolo di una destra identitaria e nazionalista che spesso polemizza proprio con quel mondo politico che la vicepresidente del Parlamento europeo rappresenta.

Eppure, osservando con attenzione ciò che si muove attorno a loro, emerge una verità meno scontata di quanto appaia.

Spazio Pubblico della Picierno e Futuro Nazionale di Vannacci sono figli dello stesso problema: l'insufficienza degli attuali contenitori politici a rappresentare tutte le sensibilità presenti nel Paese.

Naturalmente le differenze restano enormi. Gli obiettivi, il linguaggio, i riferimenti culturali e i valori sono distanti. Ma il segnale che entrambi lanciano è analogo: dentro le grandi coalizioni c'è chi avverte il bisogno di uno spazio ulteriore, di una voce più riconoscibile, di una rappresentanza meno appiattita sulle logiche degli schieramenti.

È un fenomeno che riguarda tanto il centrodestra quanto il centrosinistra.




La Meloni governa una coalizione nella quale convivono anime diverse. Lo stesso accade nel campo progressista, dove la leadership di Schlein non ha cancellato culture politiche differenti, spesso in tensione tra loro. E se il Movimento Cinque Stelle continua a occupare una posizione autonoma, è perché intercetta anch'esso una domanda di rappresentanza che i tradizionali partiti faticano a soddisfare.

La questione, allora, non è capire se Picierno finirà con Schlein o contro Schlein, se Vannacci correrà con Meloni o in autonomia. La questione è più profonda e riguarda le regole del gioco.

Da anni la politica italiana vive dentro una contraddizione irrisolta. La società diventa sempre più articolata, mentre il sistema tende a ridurre tutto a due blocchi contrapposti. Le culture politiche si moltiplicano, ma gli spazi di rappresentanza si restringono. Gli elettori chiedono di poter scegliere, ma spesso possono soltanto ratificare decisioni prese altrove.

È qui che torna centrale il tema della legge elettorale.

Una democrazia moderna dovrebbe consentire alle differenze di emergere e di essere rappresentate. Dovrebbe garantire cittadinanza politica alle minoranze culturali e ai filoni di pensiero che non coincidono perfettamente con le leadership dominanti. Dovrebbe restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti e non soltanto il simbolo di una coalizione.


La Camera dei Deputati.
Chissà come sarà distribuito il prossimo parlamento italiano


Un sistema proporzionale accompagnato dalle preferenze andrebbe esattamente in questa direzione. Non frammentazione, come sostengono i suoi critici, ma riconoscimento della pluralità reale del Paese.

È difficile che accada. Tutto lascia pensare che la prossima partita elettorale si giocherà ancora dentro una logica maggioritaria, con coalizioni sempre più larghe e partiti sempre più costretti a sacrificare identità e sfumature sull'altare della governabilità.

Ma è proprio qui che si annida il rischio.

Quando una democrazia restringe eccessivamente gli spazi della rappresentanza, non elimina le differenze. Le nasconde. E ciò che non trova cittadinanza nelle istituzioni finisce per cercarla altrove, spesso alimentando disaffezione, astensionismo e protesta.

Per questo Picierno e Vannacci, pur essendo agli antipodi, raccontano la stessa storia. La storia di un sistema politico che fatica a dare voce a tutte le sue componenti.

E forse il problema più serio della democrazia italiana non è l'eccesso di pluralismo. È esattamente il contrario: la difficoltà di rappresentarlo.

 

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