Quando l'America smette di essere l'Occidente


Trump - Meloni, siamo ad un punto di non ritorno


Gli attacchi di Trump a Meloni, Zelensky, Macron, al Santo Padre e agli alleati europei non sono semplici provocazioni. Dietro il linguaggio di Trump emerge una visione che trasforma l'America da guida politica dell'Occidente a potenza interessata soltanto al proprio vantaggio.

 

di Gianfranco Blasi

Il presidente Usa si è scagliato di nuovo contro la premier con un post su Truth Social, accusandola di aver voltato le spalle agli Stati Uniti durante la guerra con l'Iran. Meloni costretta a replicare: "L’Italia rimane una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non è affar suo. Gli suggerisco di concentrarsi sulla sua".

Non è più una questione di stile. Non è più una questione di linguaggio. Non è nemmeno una questione di simpatia o antipatia politica.

Donald Trump sta progressivamente mettendo in discussione uno dei pilastri che hanno sorretto l'equilibrio internazionale degli ultimi ottant'anni: l'idea che gli Stati Uniti siano il cuore politico e culturale dell'Occidente.

Le ultime parole rivolte a Giorgia Meloni rappresentano soltanto l'episodio più recente di una lunga sequenza. Prima c'erano stati gli attacchi a Volodymyr Zelensky, accusato quasi di essere il responsabile della guerra subita dal suo Paese. Poi le tensioni continue con Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer. Poi ancora le polemiche sulla NATO, le minacce commerciali contro gli alleati europei, le rivendicazioni sulla Groenlandia, territorio appartenente a una nazione amica come la Danimarca.

Persino il papa ha subito ripetuti e insensati attacchi.

Ogni volta lo schema si ripete.

Trump parla agli alleati e ai capi religiosi come se fossero avversari e agli avversari come se fossero interlocutori da corteggiare.

La sua politica estera assomiglia sempre più a un meteorite impazzito che attraversa il sistema internazionale senza una rotta riconoscibile. Un giorno promette di chiudere una guerra in ventiquattro ore. Il giorno dopo scopre che le guerre non si chiudono con uno slogan. Minaccia interventi militari e subito dopo apre tavoli negoziali. Annuncia accordi storici che si dissolvono nel giro di poche settimane. Invoca il Nobel per la pace mentre alimenta tensioni diplomatiche praticamente con chiunque.


La partita fra Iran e Usa non è finita e Israele
è molto insoddisfatta degli accordi preliminari


La vicenda iraniana è soltanto l'ultimo esempio. Ed è la più grave.

Per mesi Trump ha alternato ultimatum, minacce, aperture e retromarce. Ha alimentato l'illusione di poter ridisegnare il Medio Oriente attraverso annunci mediatici e colpi di teatro. Ad oggi la conferenza di Lucerna si è trasformata nell'ennesimo appuntamento svuotato di significato, simbolo di una diplomazia costruita più sui riflettori che sui risultati.

Con un dato su tutti. Israele non ha condiviso l’accordo con l’Iran. Lo sta subendo. E per gli Stati Uniti Israele è l’alleato storico per eccellenza. Ancor più di Italia, Europa e Nato stesso. Trump lo sa bene. E’ questa è la ragione principale del suo nervosismo fuori controllo.

Insomma, non vi è una strategia coerente. Vi è una concezione della politica internazionale fondata esclusivamente sul rapporto di forza immediato.


Qualcosa si è rotto nei rapporti fra Usa e Europa


Le alleanze non sono più una comunità di destino. Sono contratti temporanei.

I valori condivisi non sono più un patrimonio da assumere. Sono strumenti da utilizzare quando convengono.

L'Occidente non è più una civiltà. È un mercato.

Ed è qui che emerge il punto più preoccupante.

Per decenni l'America ha esercitato la propria leadership non soltanto grazie alla forza economica e militare. L'ha esercitata perché proponeva una visione del mondo. Con tutti i suoi errori, con tutte le sue contraddizioni, Washington rappresentava comunque il punto di riferimento di una comunità politica fondata sulla libertà, sulla democrazia rappresentativa, sul pluralismo e sulla cooperazione tra nazioni alleate.

Trump sembra non credere più a nulla di tutto questo.

La sua America non guida. Contratta.

Non costruisce alleanze. Pretende fedeltà.

Non cerca equilibri. Cerca vantaggi. E vassalli.

Bene fa la Meloni a negargli questo approccio totalmente improponibile per un paese certamente alleato degli Stati Uniti, ma  terzo, libero e democratico come la Repubblica Italiana.

Anche il linguaggio utilizzato nei confronti degli altri leader europei rivela questa trasformazione. Non vi è più il rispetto istituzionale che caratterizzava il rapporto tra le due sponde dell'Atlantico. Vi è l'approccio del negoziatore immobiliare che considera ogni interlocutore un potenziale rivale.

Il paradosso è evidente.


Da questa cartina si coglie bene come la Groenlandia
rappresenti uno dei territori geo politici più importante negli equilibri globali


Mentre Giorgia Meloni continua a richiamarsi all'atlantismo, mentre molti governi europei continuano a considerare fondamentale il rapporto con Washington, è proprio Washington che sembra aver smesso di credere nell'atlantismo.

Non è un caso che le critiche più aspre di Trump siano spesso rivolte agli alleati. La sua insofferenza verso l'Europa appare talvolta maggiore di quella mostrata verso Russia e Cina.

È il capovolgimento della logica che aveva guidato il mondo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Henry Kissinger, maestro del realismo politico, non rinunciò mai all'idea che l'unità occidentale fosse un interesse fondamentale dell'America.

Trump sembra invece considerarla un peso.

Ed è questa la vera novità storica.

L'America non sta cessando di essere una superpotenza. Sta cessando di essere l'Occidente.

Per questo il problema non riguarda una battuta contro Meloni, una polemica con Macron o un insulto a Zelensky.

Riguarda il vuoto che si apre quando il principale pilastro dell'ordine occidentale smette di riconoscersi nella struttura che ha contribuito a costruire.


La Nato dovrà essere ridefinita per compiti e funzioni


L'Europa farebbe un grave errore se liquidasse tutto come l'ennesima provocazione del presidente americano.

Dovrebbe invece comprendere che siamo entrati in una fase nuova.

Quando il faro non illumina più la rotta, le navi non possono continuare a navigare come se nulla fosse cambiato.

Devono imparare a orientarsi da sole.

Perché il rischio non è soltanto l'imprevedibilità di Trump.

Il rischio è che, inseguendo l'America di Trump, l'Occidente finisca per perdere sé stesso.

Per ottant'anni l'Europa abbiamo vissuto all'ombra rassicurante dell'America. Oggi scopriamo che quell'ombra si accorcia. Non perché gli Stati Uniti siano diventati più deboli, ma perché hanno smesso di sentirsi custodi di un futuro condiviso. È questa la sfida del nostro tempo: capire se l'Occidente può sopravvivere alla sua stessa frammentazione e se l'Europa saprà finalmente diventare adulta senza rinnegare le radici che l'hanno resa libera.

L'Europa non deve scegliere tra America e antiamericanismo. Deve scegliere se continuare a credere nell'Occidente anche quando una parte dell'America sembra aver smesso di farlo.

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