Ci sono parole che, con il tempo, rischiano di
perdere il loro significato. "Riformismo" è una di queste.
Nell'analisi di Gerardo Lisco c'è un invito a riflettere oltre gli slogan e le
appartenenze, interrogandosi su cosa significhi davvero cambiare una società.
Un contributo ricco di riferimenti storici e politici che, al di là delle
condivisioni o delle divergenze, offre spunti di discussione difficili da
eludere.
Gianfranco
Blasi
Il
campo largo e l'illusione del riformismo
di Gerardo Lisco
Da qualche mese il termine riformista è tornato
improvvisamente di moda. Esponenti del Partito Democratico, a partire dalla
Pina Picierno che ha giustificato la sua
fuori uscita dal PD perché non sufficientemente riformista , ne fanno largo
uso, quasi che bastasse richiamarsi a quella tradizione per qualificare una
proposta politica. Ma è davvero così? O il riformismo è diventato una parola
svuotata di significato?
Storicamente il riformismo nasce alla fine
dell'Ottocento all'interno del movimento socialista. Turati, Kuliscioff,
Bissolati in Italia, Bernstein in Germania, contrappongono all'idea della
rivoluzione una strategia di trasformazione graduale della società. L'obiettivo
era chiaro: migliorare le condizioni materiali delle classi lavoratrici,
estendere i diritti sociali, democratizzare lo Stato e governare lo sviluppo
economico.
Per oltre un secolo il termine riforma ha
significato proprio questo: dare una forma nuova alla società, correggendo gli
squilibri prodotti dal capitalismo attraverso un forte intervento pubblico.
Con la svolta neoliberale degli anni Ottanta tutto
cambia.
Da Thatcher e Reagan in poi il concetto di riforma
viene progressivamente capovolto. Non indica più l'estensione dei diritti
sociali, ma la riduzione dell'intervento dello Stato, le privatizzazioni, la
flessibilizzazione del lavoro, la compressione della spesa pubblica e
l'espansione del mercato in ambiti che fino ad allora erano considerati diritti
universali.
Anche in Italia, soprattutto dagli anni Novanta,
quasi tutte le cosiddette riforme si sono mosse in questa direzione. Il
risultato è un Paese più diseguale, con un welfare indebolito, salari
stagnanti, servizi pubblici impoveriti e una crescente distanza tra territori e
classi sociali.
Se questa è stata l'evoluzione del concetto di
riforma, viene spontanea una domanda: cosa significa oggi definirsi riformisti?
È qui che emerge tutta l'ambiguità del dibattito
politico.
Il termine viene utilizzato soprattutto per
distinguersi dal cosiddetto campo largo, dipinto come un'alleanza massimalista
o radicale. Ma basta osservare le posizioni concrete delle diverse forze
politiche per accorgersi che questa contrapposizione è in larga misura
artificiale.
Sulla guerra in Ucraina le differenze tra Schlein,
Picierno, Calenda, Renzi e il centrodestra sono assai più sfumate di quanto si
voglia far credere. Lo stesso vale per il riarmo europeo, per il rapporto con
la NATO e per la politica estera.
Anche sulle principali questioni economiche e
sociali — sanità, scuola, università, salari, fisco, ricerca, trasporti,
regionalismo differenziato, rapporti con l'Unione Europea — non emerge alcuna
proposta che metta realmente in discussione il paradigma costruito negli ultimi
trent'anni.
Le differenze tra gli schieramenti sembrano
concentrarsi soprattutto sui temi identitari: immigrazione, sicurezza, diritti
civili, memoria dell'antifascismo. Questioni importanti, ma che finiscono per
occupare il centro della scena mentre rimane sostanzialmente intatto il modello
economico e sociale.
Eppure una riforma, per definizione, dovrebbe
modificare gli equilibri esistenti. Dovrebbe redistribuire ricchezza e potere,
ridefinire il ruolo dello Stato, cambiare il rapporto tra pubblico e privato,
affrontare il problema della crescente concentrazione della ricchezza e del
declino della partecipazione democratica.
Di tutto questo, però, nel dibattito politico
italiano si vede ben poco.
Anche sul piano internazionale manca una proposta
alternativa. Gli Stati Uniti continuano a perseguire il proprio interesse
nazionale, chiedendo agli alleati europei di sostenerne le strategie
geopolitiche. Dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente fino alle tensioni nell'Indo-Pacifico,
non emerge una visione capace di ridefinire il ruolo dell'Europa in un mondo
ormai multipolare.
Lo stesso vale sul piano interno. La cosiddetta
sanità territoriale rischia di tradursi in un'ulteriore riduzione della spesa
pubblica; le politiche salariali restano ancorate all'impostazione inaugurata
con il Protocollo Ciampi; il regionalismo differenziato rappresenta il punto di
arrivo di un processo aperto con la riforma del Titolo V della Costituzione.
Se è così, il termine riformista non descrive più
un progetto politico. È diventato un'etichetta identitaria, utile a delimitare
appartenenze ma incapace di indicare una direzione di cambiamento.
Per cultura politica continuo a riconoscermi nella
tradizione democratica e sociale, cioè in un riformismo che mira a trasformare
la società attraverso l'estensione dei diritti, l'uguaglianza sostanziale e il
governo democratico dell'economia.
Proprio per questo fatico a riconoscere il
riformismo nelle attuali proposte politiche.
Più che di riformismo, oggi si discute di alleanze
elettorali, di formule organizzative, delle "quattro gambe" del campo
largo o della "pastasciutta antifascista". Si moltiplicano le
strategie per costruire coalizioni, ma manca un progetto capace di indicare
quale Paese si voglia costruire.
Senza una nuova idea di Stato, di sviluppo, di
lavoro e di democrazia, il riformismo resta soltanto una parola. E le parole,
quando perdono il loro contenuto, finiscono inevitabilmente per diventare
propaganda.
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