La discussione sulla nuova legge elettorale è
tornata ad occupare il centro del confronto politico, riaprendo questioni che
accompagnano la vita della Repubblica ormai da decenni: il rapporto tra
governabilità e rappresentanza, il ruolo delle preferenze, la selezione della
classe dirigente e, più recentemente, il tema della parità di genere. Sullo
sfondo resta una domanda fondamentale: quale Parlamento vogliamo e quale idea
di democrazia intendiamo costruire? Il contributo del politologo Gerardo Lisco affronta questi
interrogativi con un taglio che va oltre la cronaca parlamentare, proponendo
una riflessione critica sul significato della rappresentanza politica e sui
cambiamenti culturali che stanno attraversando le democrazie occidentali.
Un'analisi destinata a suscitare confronto, anche tra chi non ne condivide
tutte le conclusioni.
(Gianfranco Blasi)
Legge
elettorale, preferenze e parità di genere: quando la rappresentanza politica
cede il passo alla rappresentanza delle categorie
di Gerardo Lisco
Il Governo è andato sotto di un voto durante
l'esame della nuova legge elettorale, nello specifico sull'emendamento relativo
all'introduzione delle preferenze. Il disegno di legge nel suo complesso non
rappresenta certamente il migliore dei sistemi possibili, ma il dibattito
sviluppatosi nelle ultime ore ripropone un copione che si ripete ormai da oltre
trent'anni.
Dagli anni Novanta il ceto politico, di destra, di
sinistra e di centro, tenta sistematicamente di risolvere i problemi della
democrazia italiana modificando la legge elettorale. Ogni riforma viene
presentata come la soluzione definitiva in nome della governabilità e della
stabilità istituzionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ogni nuova
legge elettorale si è rivelata, nei fatti, peggiore della precedente.
Tra le critiche rivolte alla proposta del Governo
Meloni vi è persino quella di chi ha richiamato la Legge Acerbo del 1923,
fortemente voluta da Mussolini. Il semplice confronto tra i due sistemi
dimostra quanto questo parallelo sia improprio. La proposta oggi in discussione
può essere criticata sotto molti aspetti, ma non presenta alcuna analogia
sostanziale con la legge che aprì la strada alla dittatura fascista.
Molte delle osservazioni formulate anche da
autorevoli costituzionalisti sembrano inoltre trascurare un elemento decisivo:
la riduzione del numero dei parlamentari. Una riforma approvata sull'onda
dell'antipolitica che considero, nella sostanza, una riduzione della qualità
della rappresentanza democratica. Così come la revisione del Titolo V della
Costituzione, anche la diminuzione del numero dei parlamentari avrebbe
richiesto una revisione complessiva dell'assetto costituzionale, salvaguardando
naturalmente i Principi fondamentali.
Nel frattempo, però, anche quei principi sono
stati progressivamente reinterpretati. L'evoluzione della legislazione
ordinaria, della giurisprudenza costituzionale e soprattutto il peso assunto
dai Trattati dell'Unione europea hanno modificato quella che i
costituzionalisti definiscono la Costituzione materiale. Da tempo
l'interpretazione della Carta si sviluppa entro una cornice profondamente
influenzata dall'impostazione neoliberale e dai vincoli esterni derivanti
dall'integrazione europea.
Venendo all'emendamento respinto, la proposta
prevedeva una scheda con il capolista della coalizione e candidato premier,
affiancato da sei candidati tra i quali l'elettore avrebbe potuto esprimere
fino a tre preferenze. Qualora fossero state espresse due o tre preferenze,
sarebbe entrato in funzione il meccanismo già previsto per le elezioni europee,
imponendo l'alternanza di genere. Lo stesso candidato avrebbe inoltre potuto
presentarsi in non più di cinque collegi plurinominali.
Ciò che mi ha colpito maggiormente non è stato
tanto il contenuto tecnico dell'emendamento, quanto la reazione trasversale di
numerose parlamentari, che già nei giorni precedenti avevano denunciato
l'insufficiente tutela della parità di genere. Emblematico è stato l'intervento
dell'onorevole Luana Zanella, che ha individuato nella mancata
rappresentatività il principale limite della proposta.
È difficile non rilevare come quella convergenza
abbia contribuito in modo decisivo alla bocciatura dell'emendamento. Si è
assistito ad una mobilitazione parlamentare costruita non tanto attorno ad una
diversa idea di sistema elettorale, quanto alla difesa di una specifica
modalità di rappresentanza.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, emerge il nodo
politico più interessante.
Da molti anni la democrazia rappresentativa sta
progressivamente cedendo il passo ad una rappresentanza di tipo identitario e
corporativo. Non si rappresentano più i cittadini in quanto appartenenti ad una
comunità politica nazionale, ma gruppi sociali definiti dal genere, dall'età,
dall'origine etnica, dall'orientamento sessuale o da altre appartenenze
particolari. La cittadinanza tende così a dissolversi in una somma di
categorie, ciascuna delle quali rivendica una propria quota di rappresentanza.
È un cambiamento profondo della cultura politica
occidentale.
La tradizione costituzionale liberale e
democratica si fondava sull'idea che il parlamentare rappresentasse l'intera
Nazione. L'articolo 67 della Costituzione italiana afferma infatti che ogni
membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le proprie funzioni
senza vincolo di mandato. Oggi, invece, la rappresentanza tende sempre più ad
essere concepita come rappresentanza di interessi particolari, di categorie e
di identità specifiche.
Personalmente ho sempre guardato con una certa
diffidenza all'introduzione delle preferenze. Ritengo infatti che il
parlamentare debba rappresentare innanzitutto l'interesse nazionale. Anche
quando tutela le esigenze del territorio nel quale è stato eletto, la sua
azione non può mai perdere di vista una visione unitaria del Paese.
Il problema, tuttavia, è ancora più profondo.
L'attuale Parlamento è composto in larga misura da
parlamentari scelti dalle segreterie dei partiti. Le candidature sono il
risultato di decisioni verticistiche, spesso riconducibili agli apparati o, in
alcuni casi, alla volontà del leader. Molte delle forze politiche contemporanee
hanno assunto la forma di cartelli elettorali costruiti attorno alla figura del
capo politico e sostenuti da precisi interessi economici e finanziari.
In un simile contesto, discutere esclusivamente di
quote di genere significa affrontare un problema secondario ignorando quello
principale. La questione decisiva non è il sesso dei candidati, ma il modo in
cui vengono selezionati.
Una democrazia non migliora automaticamente perché
aumenta la presenza femminile nelle istituzioni, così come non peggiora perché
aumenta quella maschile. Migliora quando gli eletti sono liberi, competenti,
autonomi e realmente responsabili nei confronti degli elettori.
L'Europa offre, da questo punto di vista, un esempio
significativo. Le principali istituzioni europee sono oggi guidate da donne:
Ursula von der Leyen alla Commissione europea, Roberta Metsola al Parlamento
europeo, Kaja Kallas quale Alto rappresentante per la politica estera e
Christine Lagarde alla Banca centrale europea. La loro presenza dimostra che
l'accesso delle donne ai massimi livelli delle istituzioni è ormai una realtà
consolidata. Ciò non significa, però, che le politiche adottate siano
automaticamente più attente alla pace, alla riduzione delle disuguaglianze
sociali, alla difesa del welfare o al contrasto della povertà. Le scelte
politiche dipendono dalle culture politiche, dagli interessi rappresentati e
dagli assetti di potere, non dal genere di chi ricopre una determinata carica.
Per questa ragione considero discutibile qualsiasi
meccanismo che imponga all'elettore di distribuire obbligatoriamente le proprie
preferenze in funzione del genere dei candidati. Da cittadino vorrei poter
votare liberamente la persona che considero più preparata, più autorevole e più
capace, indipendentemente dal fatto che sia un uomo o una donna. Allo stesso
modo vorrei poter esprimere tre preferenze tutte a favore di candidate donne,
qualora le ritenessi le migliori.
La rappresentanza democratica dovrebbe fondarsi
esclusivamente sul consenso libero dell'elettore e sul merito dei candidati.
Comprendo, pertanto, il riferimento di Giorgia
Meloni alla "palude", pur senza condividere integralmente la proposta
di riforma del Governo. Le quote di genere finiscono infatti per rappresentare
una risposta di carattere prevalentemente corporativo ad un problema che è,
prima di tutto, politico e democratico.
Il rischio è che la politica continui ad essere
interpretata come amministrazione di interessi organizzati e che il corpo
elettorale venga ridotto ad un semplice mercato di consenso da segmentare
attraverso quote, appartenenze e categorie. È la stessa logica che trasforma il
cittadino in consumatore e la politica in marketing elettorale.
La vera questione, dunque, non è la parità di
genere, ma la crisi della rappresentanza politica. Se il Parlamento continua ad
essere composto da nominati, se la selezione della classe dirigente rimane
nelle mani delle oligarchie partitiche e se la rappresentanza viene
progressivamente sostituita dalla rappresentanza delle categorie, nessuna legge
elettorale riuscirà a restituire ai cittadini la sovranità che la Costituzione
attribuisce loro.
Il mio auspicio è che il Parlamento non produca
l'ennesima legge elettorale costruita per risolvere gli equilibri tra le forze
politiche e, in prospettiva, per favorire nuove stagioni di governi tecnici. Il
rischio è che anche il dibattito sulla parità di genere, così come molte altre
questioni, venga utilizzato come elemento di una strategia più ampia che, da
tempo, tende a comprimere gli spazi della democrazia rappresentativa e della
sovranità popolare.
Vi è, tuttavia, un ulteriore aspetto sul quale
vale la pena soffermarsi. La progressiva affermazione delle quote, non solo di
genere ma anche di altre forme di rappresentanza identitaria, è il sintomo di
una trasformazione molto più profonda della democrazia occidentale.
Nella tradizione dello Stato moderno il Parlamento
non è mai stato concepito come il luogo nel quale vengono riprodotte in modo
proporzionale tutte le categorie sociali esistenti. Il parlamentare, una volta
eletto, rappresenta l'intera Nazione e non il gruppo sociale, economico o
culturale dal quale proviene. È questo il significato profondo dell'articolo 67
della Costituzione, che esclude espressamente il vincolo di mandato.
Negli ultimi decenni questa concezione è stata
progressivamente sostituita da un'altra idea di rappresentanza. Il cittadino
non viene più considerato come parte di una comunità politica unitaria, ma come
appartenente ad una molteplicità di gruppi: uomini e donne, giovani e anziani,
lavoratori dipendenti e autonomi, minoranze linguistiche, etniche, religiose o
sessuali. La politica non è più chiamata a comporre tali differenze in un
interesse generale, ma a garantire ad ogni gruppo una propria quota di potere.
È una trasformazione culturale prima ancora che
istituzionale. La società viene interpretata come un insieme di interessi
particolari in competizione tra loro e la funzione della politica si riduce
progressivamente alla loro mediazione. L'interesse nazionale tende così a
dissolversi in una sommatoria di rivendicazioni settoriali.
Da questo punto di vista le quote rappresentano il
punto di approdo di una concezione della democrazia che sostituisce il
principio della cittadinanza con quello dell'appartenenza. Non conta più ciò
che un individuo pensa, propone o realizza, ma la categoria alla quale
appartiene. Il rischio è quello di passare dalla rappresentanza politica alla
rappresentanza sociologica, nella quale il valore del rappresentante non viene
più misurato sulla qualità delle sue idee o sulla capacità di perseguire il
bene comune, bensì sulla sua appartenenza ad una determinata identità.
Non è questa, a mio avviso, la strada indicata
dalla Costituzione repubblicana. L'eguaglianza non consiste nell'attribuire
quote predeterminate di potere ai diversi gruppi sociali, ma nel garantire a
ciascun cittadino le stesse opportunità di partecipazione politica, lasciando
poi che siano gli elettori, attraverso il voto libero, a scegliere chi
ritengono più competente e più autorevole.
La democrazia rappresentativa vive di libertà di
scelta, non di vincoli imposti all'elettore. Ogni limitazione preventiva della
libertà di voto, anche quando nasce da finalità condivisibili, rischia di
alterare quel rapporto diretto tra cittadino e rappresentante che costituisce
il fondamento stesso della sovranità popolare.
Il vero obiettivo dovrebbe essere un altro: ricostruire
partiti democratici, trasparenti e aperti, capaci di selezionare la classe
dirigente sulla base del merito, della competenza e della credibilità. Se la
selezione continua invece ad avvenire attraverso cooptazioni, fedeltà personali
o appartenenze organizzate, nessuna quota, di genere o di qualsiasi altra
natura, potrà restituire qualità alla nostra democrazia.
Gera’ una giusta e puntuale riflessione. Quello che capisco è che vie di uscite non si intravedono. Gruppi sottogruppi affiancatori e “managers di quartiere” prendono uno strisciante e mutato sopravvento rispetto al VECCHIO e logoro potete che ci ha dato la storia ( come tu in alcuni passaggi sottolinei) . Aspettarsi un rigurgito di dignità mi sembra ittopia. La fina dell utopia (Marcuse) ce lo insegna.
RispondiElimina