La politica del "contro". E il Paese resta
in sala d'attesa
In Italia non manca il dissenso. Manca il progetto. Perché essere contro
qualcuno è facile; essere all'altezza di qualcosa è infinitamente più difficile
di Gianfranco Blasi
Grillo è contro Conte.
Forza Italia è contro le preferenze.
Bonelli è contro Ursula von der Leyen.
La Lega è contro il SAFE europeo.
Pina Picierno è contro Elly Schlein.
I No Tav sono contro tutto e tutti, perfino quando
rischiano di restare senza avversari.
Manca soltanto qualcuno che si dichiari contro il
calendario, così da abolire il lunedì e completare l'opera.
La politica italiana è diventata una gigantesca
riunione di condominio. Nessuno propone di rifare il tetto, ma tutti sono
pronti a denunciare il vicino per il vaso di gerani fuori posto. L'importante
non è risolvere il problema. È avere qualcuno con cui litigare.
In fondo, governare è faticoso. Essere contro, invece,
costa poco. Non richiede fantasia, non impone responsabilità e, soprattutto,
garantisce una discreta visibilità sui social. Basta una dichiarazione
indignata, un hashtag ben confezionato, un'intervista al momento giusto, e il
gioco è fatto.
Ennio Flaiano scriveva che «la situazione politica
in Italia è grave ma non è seria.» Sono passati decenni, ma quella battuta
continua ad avere una sorprendente attualità. Forse oggi andrebbe aggiornata:
la situazione è seria, eccome. È la politica che spesso sembra aver smesso di
esserlo.
Il paradosso è evidente. Viviamo l'epoca delle trasformazioni
più profonde dal secondo dopoguerra: guerre ai confini dell'Europa, rivoluzione
dell'intelligenza artificiale, crisi demografica, debito pubblico, cambiamenti
climatici, transizione energetica, nuovi equilibri geopolitici. Eppure il
dibattito pubblico continua ad assomigliare a una perenne puntata di un talk
show del mercoledì sera, dove tutti parlano, nessuno ascolta e, alla fine,
ognuno torna a casa convinto di aver vinto.
Si è perso perfino il gusto della sorpresa.
Le idee sembrano uscite da un magazzino di seconda
mano. Gli slogan vengono riciclati con la stessa puntualità con cui cambiano le
stagioni. Le polemiche si susseguono come le repliche televisive di Ferragosto:
sai già come finiranno prima ancora che comincino.
Una volta i partiti erano accusati di essere
ideologici. Oggi rischiano qualcosa di peggio: essere prevedibili.
Non c'è quasi più una visione del futuro. C'è soltanto
la gestione del presente. E nemmeno troppo bene. Si vive rincorrendo l'ultimo
sondaggio, l'ultima dichiarazione, l'ultimo post virale. La politica è
diventata ostaggio dell'algoritmo: conta più una tendenza su X che una riforma
destinata a produrre effetti tra dieci anni.
Nel frattempo il Paese aspetta.
Aspettano i giovani che cercano un lavoro degno senza
dover prendere un aereo.
Aspettano le famiglie che fanno i conti con salari che
rincorrono prezzi sempre più veloci.
Aspettano le imprese soffocate dalla burocrazia.
Aspettano il Mezzogiorno, che continua a perdere
abitanti come un secchio bucato perde acqua.
Aspettano perfino gli elettori, sempre meno numerosi,
che ormai votano più per sfiducia verso gli altri che per fiducia in qualcuno.
E forse è proprio questa la malattia della politica
italiana: non essere più per qualcosa.
Si è contro il governo, contro l'opposizione, contro
Bruxelles, contro Washington, contro i magistrati, contro i giornalisti, contro
gli industriali, contro i sindacati, contro il passato e persino contro il
futuro quando rischia di cambiare le proprie certezze.
Essere "contro" è diventato un programma
politico.
Ma un Paese non cresce opponendosi. Cresce costruendo.
Le appartenenze sono diventate fortezze. I distinguo,
una professione. Il compromesso — che nelle democrazie mature è una virtù —
viene raccontato come un tradimento. Così ciascuno rimane chiuso nel proprio
recinto, applaudito dai propri tifosi e ignorato da tutti gli altri.
Albert Einstein osservava che «non possiamo
risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che li ha creati.»
Eppure continuiamo a cambiare gli attori lasciando intatto il copione.
Forse il problema non è nemmeno chi governa.
Il problema è che nessuno sembra più voler dirigere
l'orchestra. Ognuno preferisce fare il primo violino, purché il concerto non
inizi davvero.
E così il Paese resta lì, in sala d'attesa, con il
numerino in mano, mentre sul display compare sempre la stessa scritta:
«Sportello momentaneamente occupato. Si sta discutendo
su chi sia contro chi.»
Magari un giorno qualcuno cambierà spartito.
Quel giorno, probabilmente, sarà anche una buona
notizia per l'Italia.
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