L'Odissea e il ritorno di Omero

Il capolavoro di Christopher Nolan non riporta soltanto sul grande schermo il viaggio di Ulisse. Restituisce ai giovani il racconto fondativo dell'Occidente, ricordandoci che la vera avventura è diventare uomini

 

Matt Damon, nei panni di uno straordinario Ulisse

di Gianfranco Blasi

Siamo usciti dalla sala con un'immagine che ci è rimasta dentro più del film stesso. La platea era piena di giovani. Non solo il successo di un grande regista. Ma il segno che Omero continua ad avere qualcosa da dire al nostro tempo. E questa, in un'epoca in cui si proclama continuamente la fine dei classici, è forse la notizia più bella.

Simone Weil, nelle sue straordinarie pagine dedicate all'Iliade, definiva il carme "il poema della forza". La forza come energia vitale, certo, ma anche come principio che rischia di trasformare l'uomo in una cosa, di trascinarlo verso la morte e l'annientamento. La forza è grandezza e tragedia insieme. E’ la vertigine dell'onnipotenza che può condurre all'estinzione dell'umano, se non viene temperata dall'amore, dalla compassione e dal riconoscimento dell'altro.

La nostra amica Erika ha saputo raccontarci con grande sensibilità questo nucleo profondo del pensiero della Weil: la forza non è soltanto potenza, è anche la misura della nostra fragilità. L'uomo che si affida esclusivamente alla forza è già sulla strada della propria sconfitta.

Christopher Nolan sembra raccogliere idealmente questa eredità, spostando però il baricentro dall'Iliade all'Odissea. Con una straordinaria sensibilità cinematografica, una fotografia che si fa poesia e una sceneggiatura ricca di sfumature e suggestioni, il regista ci restituisce un Ulisse profondamente umano.  Dall'eroe invincibile della leggenda, a un uomo che attraversa il dolore, la colpa, la nostalgia, la paura e il desiderio del ritorno.


L'Iliade, per Simone Weil il poema della forza


Le prove che incontra non sono soltanto ostacoli mitologici. Diventano il cammino di una purificazione. Ulisse parte dall'ebbrezza della vittoria di Troia, dall'orgoglio dell'eroe celebrato, e giunge lentamente alla consapevolezza dei propri limiti. È una vera catarsi. È il passaggio dall'ego al riconoscimento di ciò che conta davvero.

Persino gli dei sembrano assumere una fisionomia diversa. Sono meno invasivi rispetto alla tradizione mitica, quasi laicizzati, come se Nolan volesse lasciare all'uomo la responsabilità ultima delle proprie scelte. Si passa attraverso il mito per renderlo comprensibile alla sensibilità contemporanea. Il destino continua a esistere, ma passa tramite la libertà dell'uomo.

È forse questa la più grande intuizione del regista. Restituirci un Ulisse moderno senza tradire Omero. Un eroe che continua a parlare al nostro presente proprio perché è imperfetto. Cade, sbaglia, soffre, resiste, diventa universale. Sceglie il giovane Simone, mandato allo sbaraglio, a morte certa, per recuperare una relazione impossibile (la grandezza del cinema) fra la vita e la morte e per restituire dignità e onore al sacrificio di un suo acerbo soldato.


Eliot Page, nel film è il giovane soldato Simone


L'esilio di Ulisse, allora, non racconta la fine della civiltà greca. Al contrario. È l'inizio di qualcosa di nuovo. Nel suo viaggio è già racchiuso il destino dell'Occidente. L'Odissea, un lungo, tormentato percorso per tornare  a Itaca.  Insieme, però, alla narrazione della nascita di una civiltà fondata  sulla ricerca del senso, superando il mito della forza .

È da Omero che impariamo che la fede può sostenere l'uomo quando ogni certezza sembra svanire. Che l'amore di Penelope è più forte del tempo. Che la lealtà costruisce relazioni destinate a durare. Che il coraggio non consiste nel non avere paura, ma nel continuare il viaggio nonostante la paura. Che il desiderio di conoscere apre orizzonti sempre nuovi. Che la resilienza è la capacità di rialzarsi dopo ogni naufragio. Che l'onestà intellettuale impone di guardare prima dentro se stessi che attraverso il nemico.


Penelope (Anne Hathaway) e Telemaco (Tom Holland)


E poi c'è quell'ultima immagine, quella che con Annamaria portiamo via da questa vera e propria esperienza cinematografica. L’applauso finale, mai scontato in un cinema. Le luci della sala che si riaccendono e centinaia di ragazzi che si alzano in silenzio. Per qualche ora hanno messo da parte gli schermi dei telefoni, il rumore dei social, la frenesia del presente, per ascoltare una storia scritta quasi tremila anni fa. Certo, erano lì  per vedere un kolossal. Ma erano lì, forse senza saperlo fino in fondo, per incontrare se stessi.

È questo che ci ha aperto il cuore. Perché significa che i grandi racconti non sono morti. Significa che esiste ancora una sete di senso che nessun algoritmo può soddisfare. Significa che la bellezza continua a esercitare il suo fascino e che la cultura, quando non si riduce a esercizio accademico ma torna a essere narrazione dell'umano, riesce ancora a parlare alle nuove generazioni.


Sale piene per l'Odissea di Nolan. Soprattutto tanti giovani


Abbiamo ripetuto troppe volte che i giovani non leggono più, che non hanno memoria, che vivono prigionieri dell'effimero. Forse dovremmo essere più prudenti nei nostri giudizi. Forse aspettano soltanto qualcuno capace di raccontare loro, con un linguaggio nuovo, le domande di sempre.

Perché ogni generazione ha bisogno della propria Itaca. E ogni epoca, anche la nostra, ha bisogno di riscoprire Omero. Non un monumento da venerare, ma un compagno di viaggio. Per ricordarci che la vera vittoria è imparare a tornare a casa con un cuore diverso da quello con cui eravamo partiti.

 

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