Dalla periferia al centro.

La sfida mediterranea della nostra regione

 


di Gianfranco Blasi

Ci sono libri piccoli soltanto nelle dimensioni. E poi ci sono libri che, pur avendo il formato agile e quasi familiare di un volumetto, riescono ad aprire porte molto più grandi di quelle che promettono.

È il caso di Merli, aquile e falchi. Itinerari tra i castelli di Federico II di Fulvio Delle Donne, un lavoro felice, godibile e insieme rigoroso, nato dentro il progetto “Fantastico Medioevo” promosso dalla Regione Basilicata. Un progetto che ha il merito di non guardare al Medioevo come a una cartolina da conservare, ma come a una straordinaria stagione di incontri fra popoli, lingue, culture e civiltà.

E qui la Basilicata torna ad assumere una dimensione che spesso dimentichiamo.

Non periferia.

Non margine.

Non terra posta ai bordi di qualcosa che accade altrove.

Ma crocevia.

Ponte.

Terra di passaggio e, proprio per questo, terra di incontro.

Fra l'Europa e il Mediterraneo, fra l'Occidente latino e il mondo arabo, fra le culture cristiane e quelle che arrivavano da altre sponde del mare. Una terra che la geografia contemporanea sembra avere relegato ai margini e che la storia, invece, ci restituisce come uno dei luoghi nei quali si sono incontrate e misurate grandi esperienze della civiltà europea e mediterranea.

È forse questa la suggestione più forte che nasce dalla lettura del libro di Delle Donne. E diventa ancora più evidente se lo si accosta a un'altra preziosa pubblicazione dello stesso progetto: il lavoro di Ortensio Zecchino dedicato a Melfi e al 1231.

Perché parlare di Federico II significa parlare di una delle grandi svolte della storia europea.

A Melfi, nel 1231, prende forma il Liber Augustalis, le cosiddette Costituzioni di Melfi. Non siamo semplicemente davanti a una raccolta di norme. Siamo davanti al tentativo, straordinariamente moderno per il suo tempo, di dare forma a uno Stato, di organizzare un territorio, di definire diritti e obblighi, di disciplinare i rapporti fra potere e comunità, fra autorità e cittadini, fra istituzioni e territorio.

È qui che Federico II smette di essere soltanto il personaggio leggendario che abbiamo imparato a conoscere attraverso i castelli, le aquile, i falchi, la caccia e la sua corte cosmopolita.

Diventa un'idea.

L'idea che il potere possa essere organizzato attraverso il diritto. Che un territorio non sia soltanto uno spazio da governare, ma una comunità da ordinare. Che la conoscenza, la cultura, la pluralità delle lingue e delle tradizioni possano diventare strumenti di governo e non ostacoli.

Ed è proprio questo che rende Federico II ancora interessante, persino oggi.


Il castello di Melfi oggi, visto dall'alto


Naturalmente sarebbe sbagliato trasformarlo in un uomo del XXI secolo. Federico appartiene pienamente al suo tempo, con le sue contraddizioni, le sue asprezze, le sue gerarchie e le sue forme di potere. Ma alcune intuizioni della sua esperienza politica continuano a interrogarci: la necessità di un ordinamento del territorio, il primato della legge, la costruzione di un'amministrazione, il rapporto fra culture diverse, l'idea di uno Stato capace di non essere semplicemente la somma dei poteri locali.

E soprattutto la convinzione che il Mediterraneo non fosse una frontiera, ma uno spazio politico e culturale.

Questa è forse la lezione che più ci riguarda.

Perché oggi rischiamo di guardare alla Basilicata con gli occhi di una geografia amministrativa che ha cancellato la sua geografia storica.

La vediamo lontana.

Federico II la vedeva al centro.

Noi la pensiamo periferica.

La storia ci racconta che fu un luogo nel quale passavano uomini, eserciti, mercanti, idee, lingue e culture.

Noi parliamo di marginalità.

La storia ci parla di centralità.

È una contraddizione sulla quale varrebbe la pena riflettere seriamente.

Perché il problema del Mezzogiorno italiano non è soltanto economico. È anche culturale e, prima ancora, psicologico. È il problema di un territorio che troppo spesso ha finito per considerarsi periferia prima ancora che qualcuno glielo ricordasse.

E allora forse occorre cambiare sguardo.

Non possiamo continuare a chiedere al Sud di essere semplicemente raggiunto dal Nord, di essere collegato al Nord, di essere finanziato dal Nord, di imitare il Nord. Dobbiamo tornare a pensare il Mezzogiorno a partire dalla sua posizione reale nel Mediterraneo.

E in questo la Basilicata potrebbe rappresentare un laboratorio straordinario.


Il volto di Federico II


Non soltanto perché conserva una delle più straordinarie concentrazioni di testimonianze federiciane. Non soltanto per Castel del Monte, Melfi, Lagopesole, Palazzo, Venosa e per quella rete di luoghi che raccontano una stagione irripetibile della nostra storia. Ma perché può diventare il luogo nel quale la memoria storica si trasforma in una nuova idea di sviluppo.

C'è bisogno di una politica culturale che abbia il coraggio di pensare in grande.

Perché un progetto come “Fantastico Medioevo” non dovrebbe esaurirsi in una collana di libri, per quanto preziosi. Dovrebbe diventare un progetto territoriale, nazionale ed europeo.

Una grande rete dei luoghi federiciani.

Un itinerario culturale mediterraneo.

Un sistema che metta insieme università, scuole, musei, archivi, cinema, turismo, editoria, produzioni audiovisive e nuove tecnologie.

E, perché no, un grande film o una grande serie televisiva dedicata a Federico II e alla Basilicata.

Ci aspettiamo, prima o poi, che con la stessa visione che ha innescato il progetto,lLa Regione abbia il coraggio di promuoverlo.

Perché ci sono storie che meritano di essere raccontate non soltanto agli specialisti, ma a milioni di persone. E quella di Federico II è una di queste. Una storia europea e mediterranea insieme. Una storia italiana senza essere soltanto italiana. Una storia nella quale la Basilicata non fa da sfondo, ma è parte della scena.

Ma il punto, alla fine, è ancora più ambizioso.

La lezione di Federico II potrebbe servire a restituire al Mezzogiorno una consapevolezza.

La consapevolezza di non essere una terra condannata a vivere sulla difensiva.

Il Mediterraneo sta tornando ad essere, nel bene e nel male, uno dei grandi luoghi della politica mondiale. È attraversato da tensioni, guerre, migrazioni, commerci, energia, nuove rotte, interessi geopolitici. L'Europa guarda al Mediterraneo perché dal Mediterraneo passano alcune delle sue grandi sfide future.

E proprio allora sarebbe paradossale che la Basilicata, che della centralità mediterranea ha una storia così profonda, continuasse a percepirsi come una terra periferica.

Forse dobbiamo fare esattamente il contrario.

Dobbiamo ripartire dalla storia per costruire una nuova narrazione politica del territorio.

Dire che la Basilicata non è lontana dall'Europa.

È una delle porte dell'Europa verso il Mediterraneo.

Dire che il Mezzogiorno non è soltanto il problema meridionale.

È una parte della risposta che l'Italia e l'Europa devono dare alla nuova questione mediterranea.

Dire che la cultura non è un ornamento dello sviluppo.

È una delle sue infrastrutture fondamentali.

Ed è qui che un piccolo libro può diventare una grande provocazione.




Leggendo Delle Donne e Zecchino viene naturale chiedersi se non abbiamo smarrito qualcosa che Federico II, a suo modo e con gli strumenti del suo tempo, aveva invece intuito: che governare un territorio significa innanzitutto comprenderne la posizione, la storia, le relazioni e le potenzialità.

La Basilicata non deve chiedere il permesso per essere centrale.

Deve tornare a pensarsi centrale.

Non per orgoglio campanilistico, ma per realismo storico e geopolitico.

Melfi può allora smettere di essere soltanto il luogo di una grande memoria e tornare ad essere una metafora.

Nel 1231 vi si tentò una delle grandi operazioni di costruzione istituzionale dell'Europa medievale.

Oggi, otto secoli dopo, da quella stessa terra potrebbe partire un'altra sfida: costruire una nuova idea del Mezzogiorno, non più periferia d'Italia ma piattaforma mediterranea d'Europa.

La storia, quando è davvero conosciuta, non ci chiede di tornare indietro.

Ci invita ad andare avanti con maggiore consapevolezza.

E forse è proprio questo il modo migliore per rendere contemporaneo Federico II.

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