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| Difficile che si arrivi alle primarie a tre fra Salis, Schlein e Conte o magari a quattro anche con Renzi |
IL TRAPPOLONE DELLE PRIMARIE
Schlein, Salis e il gioco di Bettini
di Gianfranco Blasi
C'è qualcosa di curioso, e forse di molto meno casuale
di quanto possa apparire, nell'insistenza con la quale Goffredo Bettini
continua a evocare Silvia Salis come possibile protagonista del futuro
centrosinistra.
L'ultima uscita è quella di questi giorni. Bettini,
intervistato dal Foglio, torna a parlare di primarie, di Renzi e
soprattutto di Silvia Salis, immaginandola protagonista di una nuova area
riformista. Il tema non è nuovo. Da mesi, attorno alla sindaca di Genova, si
muove una rete politica e culturale che va ben oltre il Partito democratico e
che comprende pezzi del mondo riformista, amministratori locali, Matteo Renzi
e, sullo sfondo, anche l'attenzione di Giuseppe Conte.
Ma la domanda è un'altra: perché Bettini si spende
così tanto per Silvia Salis?
E perché Conte vede di buon
occhio una partecipazione della Salis alle primarie?
La risposta più semplice è anche quella più
politicamente interessante: perché Salis potrebbe essere esattamente il
candidato che manca per trasformare le primarie del centrosinistra in un
problema enorme per Elly Schlein.
Non necessariamente perché Salis possa vincerle. Anzi.
Il punto è forse un altro: può far perdere Schlein.
È questa la prospettiva che rende le primarie un
autentico trappolone.
Perché oggi la partita non sarebbe più soltanto
quella, apparentemente lineare, tra Schlein e Conte. Giuseppe Conte ha già dato
la propria disponibilità a correre. La segretaria del PD ha fatto altrettanto.
E Salis, invece, continua a dire di non essere interessata alle primarie,
arrivando persino ad affermare che, se la scelta fosse soltanto tra Schlein e
Conte, non andrebbe a votare.
Ed è proprio qui che il gioco si fa interessante.
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| Goffredo Bettini, nella foto con Conte, passano gli anni ma lui continua ad essere l'ideologo del Pd |
Perché se Salis accettasse di partecipare, la
competizione cambierebbe radicalmente. Non sarebbe più una sfida tra il PD di
Schlein e il Movimento 5 Stelle di Conte. Entrerebbe in campo una candidatura
apparentemente civica, più rassicurante per l'elettorato moderato, con un
profilo amministrativo, mediatico e personale molto diverso da quello dei due
contendenti principali.
E una parte di quei voti potrebbe inevitabilmente
arrivare dal PD.
Non è una mia invenzione. È esattamente la lettura che
sta circolando in queste ore anche sulle pagine de Il Fatto Quotidiano,
che interpreta l'insistenza di Bettini come una sorta di "canto delle
sirene" rivolto alla sindaca di Genova: scendere in campo per sottrarre
voti a Schlein e favorire, indirettamente, Conte.
Il paradosso è evidente.
Bettini appartiene alla storia del centrosinistra e
del PD, ma oggi sembra ragionare su un campo progressista nel quale il PD non è
più necessariamente il partito destinato a esprimere la leadership.
Ed è qui che Elly Schlein dovrebbe prestare molta
attenzione.
Perché le primarie, nella loro versione ideale,
dovrebbero servire a scegliere democraticamente il candidato alla guida della
coalizione. Ma possono anche diventare uno strumento attraverso il quale una
maggioranza costruita artificialmente o una pluralità di candidature produce un
risultato completamente diverso da quello atteso.
Schlein lo sa.
| La Salis, sindaco di Genova, è la più glamour della sinistra riformista italiana |
E probabilmente è proprio questo il motivo per cui la
segretaria del PD appare sempre più prudente davanti all'idea di affidare la
leadership del centrosinistra a un voto ai gazebo.
Formalmente, le primarie sono un esercizio di
democrazia. Politicamente, però, sono una roulette.
Se Schlein corre contro Conte e vince, rafforza la
propria leadership ma consegna a Conte un'investitura competitiva e un ruolo
permanente di antagonista interno al campo largo.
Se corre contro Conte e perde, il PD si ritrova con una
segretaria politicamente delegittimata e il candidato premier indicato da un
altro partito.
Se invece entra in campo Silvia Salis, il quadro
diventa ancora più imprevedibile.
E se, contemporaneamente, arrivasse anche Matteo
Renzi, come ipotizzato in queste settimane, la situazione diventerebbe quasi
surreale: più candidati, più aree politiche, più elettorati mobilitati e un
solo vincitore.
A quel punto la domanda non sarebbe più chi
rappresenta meglio il centrosinistra, ma chi riesce a costruire la combinazione
elettorale più conveniente.
È questa la contraddizione delle primarie del campo
largo.
Tutti le invocano come strumento di partecipazione, ma
ciascuno le interpreta come uno strumento per regolare i propri rapporti di
forza.
E allora si comprende anche la prudenza di Silvia
Salis.
La sindaca di Genova ha finora resistito alle sirene
romane. Non vuole sottoporsi ai gazebo e ha ripetuto che le primarie fanno male
al centrosinistra. In aprile, alla domanda su chi sceglierebbe tra Schlein e
Conte, rispose che non andrebbe nemmeno a votare.
Una posizione che potrebbe essere tatticamente molto
intelligente.
Perché oggi Salis ha tutto da guadagnare dal restare
fuori dalla mischia e tutto da perdere dall'ingresso prematuro nella contesa
nazionale.
Restando a Genova, è una sindaca con un profilo
politico ancora relativamente nuovo. Entrando nelle primarie, diventerebbe
immediatamente un bersaglio politico nazionale.
E soprattutto avrebbe la necessità di spiegare perché
dovrebbe candidarsi contro Schlein e Conte senza avere alle spalle un partito
vero e proprio.
Ma è proprio questo che rende la sua candidatura
interessante per alcuni settori del centrosinistra.
Salis potrebbe essere il cavallo di Troia di una
trasformazione del campo largo.
Non necessariamente perché qualcuno voglia davvero
incoronarla premier. Potrebbe essere sufficiente utilizzarne la candidatura per
rompere l'attuale equilibrio.
E qui torna Bettini.
Il vecchio stratega del centrosinistra conosce bene la
politica delle alleanze, i rapporti di forza, le candidature e soprattutto le
conseguenze indirette delle scelte apparentemente innocenti.
Quando continua a dire che Salis dovrebbe mettersi in
gioco, dunque, è difficile pensare che si tratti soltanto di un innocente
consiglio.
La questione diventa ancora più interessante se si
osserva il rapporto tra questa operazione e la sinistra più radicale.
Perché c'è un'area del centrosinistra che non ha mai
digerito completamente la trasformazione del PD in un partito contendibile
anche dall'elettorato moderato. E c'è un Movimento 5 Stelle che ha tutto
l'interesse a impedire che Schlein possa costruire una leadership autonoma e
maggioritaria del campo progressista.
In mezzo c'è il PD.
E in particolare c'è Elly Schlein.
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| L'incubo ricorrente di Elly Schlein è immaginare Giorgia Meloni al Quirinale fra qualche anno |
La segretaria si trova davanti a un dilemma quasi insolubile.
Se accetta le primarie, rischia di perdere. Se le
rifiuta, rischia di apparire come colei che ha paura del voto degli elettori
del centrosinistra.
È il classico meccanismo nel quale qualunque scelta ha
un costo.
Ed è forse questo il vero trappolone.
Perché le primarie potrebbero non essere state pensate
per incoronare qualcuno, ma per impedire che qualcuno venga incoronato
troppo facilmente.
Schlein, infatti, non dovrebbe temere soltanto Conte.
Dovrebbe guardare con attenzione a tutto ciò che si muove intorno a Conte, a
Bettini, a Salis, al mondo riformista e alla sinistra radicale.
È una geometria variabile nella quale ognuno può avere
interesse a indebolire qualcun altro.
Bettini può avere interesse a costruire un nuovo
centrosinistra.
Conte ha interesse a contendere al PD la leadership.
La sinistra radicale ha interesse a impedire una
svolta moderata.
Il mondo riformista ha interesse a rientrare nella
partita.
Renzi ha interesse a tornare decisivo.
E Silvia Salis, per ora, ha interesse a non farsi
usare da nessuno.
L'unica che rischia di pagare il conto di tutte queste
strategie è Elly Schlein.
Perché se Salis accetta di correre, una parte del voto
riformista potrebbe spostarsi verso di lei. Se Renzi scende in campo, potrebbe
sottrarre altro consenso. Se Conte mobilita il suo elettorato, il PD potrebbe
perdere il monopolio della sinistra.
E allora la primarie diventerebbero davvero il luogo
nel quale tutti possono vincere qualcosa, tranne forse chi parte per Palazzo
Chigi con l'ambizione di arrivarci.
C'è infine un elemento che non andrebbe sottovalutato.
Silvia Salis continua a dire di no.
E forse il suo no è oggi la cosa più seria che si
possa ascoltare in questa interminabile discussione sul futuro del
centrosinistra.
Perché una candidatura nazionale non si costruisce
soltanto con i sondaggi, le interviste e le copertine dei giornali. E
soprattutto non si costruisce perché qualcuno, come Bettini, decide che una
persona può diventare il punto di equilibrio di una coalizione.
La politica dovrebbe funzionare al contrario.
Prima vengono le idee, poi il progetto, poi la squadra
e infine il candidato.
Nel campo largo, invece, sembra accadere sempre più
spesso il contrario: prima si cerca il candidato e poi si prova a
costruirgli intorno una politica.
Ed è forse questa la vera ragione per cui Elly Schlein
guarda alle primarie con crescente inquietudine.
Perché potrebbe scoprire che il problema non è vincerle.
Il problema è capire chi le ha volute davvero.



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