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Guccini, cantastorie del tempo lento
Da ragazzo Guccini mi piaceva molto. Poi, quasi senza
accorgermene, le sue canzoni sono scivolate dentro la mia coscienza
di Gianfranco Blasi
Francesco Guccini se n'è andato qualche giorno fa. E
lo ha fatto come avrebbe probabilmente desiderato: senza clamore, senza
retorica, affidando al suo amato tempo lento il compito di trasformare un addio
in memoria. Non il fragore dell'ultima scena, ma il silenzio di una porta che
si chiude piano. Un saluto leggero.
Con lui non scompare soltanto uno dei più grandi
cantautori italiani. Si allontana un modo di guardare il mondo. Un modo di
scrivere canzoni che non rincorreva il successo, ma inseguiva le domande. Che
non cercava ritornelli facili, ma parole destinate a sedimentare nella
coscienza.
Oggi viviamo nell'epoca della musica che riempie gli
stadi, dei concerti monumentali, delle hit costruite per durare il tempo di una
stagione. Guccini apparteneva a un'altra geografia sentimentale. Le sue ballate
arrivavano da lontano, come un'eco tra i boschi dell'Appennino, o dalle vie
riconoscibili di Bologna, eppure riuscivano a bussare con discrezione al cuore
di chi le ascoltava. Casa sua, un civico, 43, una via, Via Paolo Fabbri, era
diventata un album, una punto di “ritornanza”, il luogo dove si sono ritrovati
in tanti, in una notte di veglia laica a cantare le sue canzoni, a ricordarlo
con commozione
Non amava definirsi un maestro. Era piuttosto un
narratore. Un uomo che raccontava storie, dubbi, sconfitte, illusioni. La sua
non era la cosiddetta "musica impegnata", formula spesso abusata e
persino riduttiva. Era musica esistenziale. Ironica. Colta senza essere
accademica. Francese nello stile, emiliana nell'anima. Sospesa tra la via
Emilia e l'America, tra Brassens e Dylan, tra l'osteria e la biblioteca.
Forse un po' snob lo era davvero. Ma era lo snobismo
di chi preferiva un bicchiere di vino a una passerella televisiva, una
discussione notturna a una frase ad effetto. L'osteria, nelle sue canzoni, non
era folklore: era il luogo dell'amicizia, della disillusione, dell'isolamento
romantico. Il vino non era un vizio, ma il sangue metaforico delle vene della
vita.
| La copertina di Via Paolo Fabbri, 43 |
Dell'amore ha scritto meno di altri. Pochissime
canzoni. Forse lo ha raccontato senza trasformarlo in spettacolo. Mia figlia
Martina, mi ha segnalato Farewell (pubblicato
nel 1993 nell'album Pges) che significa letteralmente "addio" in inglese. La canzone racconta la
fine dolorosa e lucida del’amore tra il cantautore e la sua compagna Angela
Signorini. Il titolo e un verso chiave sono un omaggio a Farewell, Angelina di Bob Dylan, per citare velatamente la
donna:
“E sorridevi e
sapevi sorridere coi tuoi vent' anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di
jeans;
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perché:
un pensiero cullato o un amore che è nato e non
sai che cos'è”…
Comunque nelle canzoni preferiva interrogare il tempo,
la memoria, la libertà. Era un eretico dell'anticonformismo, ma senza il
bisogno di esibirlo. Cantava la libertà assoluta di dire ciò che pensava e,
nello stesso tempo, quella ancora più difficile di celebrare senza spiegare
tutto. Perché la poesia, quando è autentica, suggerisce più di quanto affermi.
Da ragazzo Guccini mi piaceva molto, moltissimo. Poi,
quasi senza accorgermene, le sue canzoni sono scivolate dentro la mia coscienza.
Hanno smesso di essere semplicemente musica per diventare un bagaglio di
valori, uno sguardo sul mondo.
Non sono mai stato uomo di sinistra e non ho mai
pensato che per ascoltare Guccini servisse una patente ideologica. A proposito,
mi rivolgo ai benpensanti, neanche per ascoltare De André. Le grandi canzoni
appartengono a chi le sa ascoltare. Quando Guccini cantava che "gli eroi
son tutti giovani e belli", non parlava a un partito. Parlava alla
fragilità umana. Parlava al destino.
D’altronde sentite cosa diceva
dell’eskimo e come non lo considerava un totem
ideologico: “Lo comprai in un mercatino militare nel 1963, costava 10mila lire.
Io cantautore politico? Giammai”
Più che
leggere Fromm e Marcuse, Francesco Guccini abbassava la testa sui libri di
Borges e Kerouac. Non c’erano highway americane da cantare, ma la più prosaica
Via Emilia, gli Autogrill e l’autostop sugli Appennini, tra Pistoia e Modena,
nella sua Pavana.
Anche La locomotiva, spesso ridotta a manifesto
politico, è molto di più. È un inno alla libertà radicale dell'uomo,
all'anarchia delle idee, ma anche alla disciplina della poesia. La forza del
racconto prevale sull'ideologia. Il simbolo supera la cronaca. Per questo
continua a emozionare anche chi non ne condivide l'orizzonte politico.
E oggi verrebbe quasi voglia di liberare Guccini dal
peso delle infinite etichette che gli sono state cucite addosso. Restituirlo ai
boschi dell'Appennino, ai suoi paesi, alle nebbie, alle strade provinciali.
Lontano dalle città rumorose e dalle contrapposizioni permanenti. Così ha
scelto di vivere negli ultimi vent’anni. Tornando alle radici. Ed è da qui che
dobbiamo riportarlo dentro il nostro presente.
Perché Guccini non appartiene al Novecento. Appartiene
a ogni tempo in cui qualcuno avrà ancora il coraggio di pensare con la propria
testa.
Resteranno le sue parole. Resterà quella voce
imperfetta che sembrava raccontare più che cantare. Resterà la malinconia di
un'Italia che sapeva ancora concedersi il lusso della lentezza.
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E resterà soprattutto il suo sguardo irridente verso
ogni conformismo. Resterà quel sorriso appena accennato che diventava graffio
quando serviva. Quella libertà di colpire il potere senza mai chiedere il
permesso.
Per questo, oggi più che mai, sembrano risuonare come
un testamento civile i versi di Cyrano:
“Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori
imbellettati, io più non vi sopporto...”.
Non erano soltanto parole contro qualcuno. Erano un
invito permanente a diffidare dell'ipocrisia, delle maschere, delle verità
confezionate.
Forse è proprio questo il lascito più grande di
Francesco Guccini. Averci insegnato che la libertà non è urlare più forte degli
altri, ma conservare la propria voce quando tutti finiscono per parlare allo
stesso modo.


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