Le guerre non si combattono più
soltanto con carri armati e missili. Oggi la competizione tra le grandi potenze
passa attraverso la finanza, i mercati, l'energia, l'informazione e perfino la
gestione dell'instabilità. Nel suo nuovo contributo per Pensieri Meridiani, Gerardo Lisco propone una lettura
originale e controcorrente dell'egemonia americana nell'epoca del capitalismo
finanziario. Un'analisi che, al di là delle appartenenze politiche, invita a
riflettere sui nuovi strumenti del potere globale e sulle trasformazioni della
geopolitica contemporanea.
Gianfranco Blasi
La
guerra con altri mezzi
Come
gli Stati Uniti estraggono ricchezza attraverso l'instabilità
Di Gerardo Lisco
«La guerra è la continuazione della politica con
altri mezzi.» La celebre definizione di Carl von Clausewitz appartiene a un
mondo nel quale la forza si misurava sul campo di battaglia. Le guerre erano
combattute dagli eserciti e l'obiettivo consisteva nella conquista del
territorio o nella distruzione della capacità militare dell'avversario. Due
secoli dopo quella definizione conserva tutta la sua validità, ma i
"mezzi" attraverso i quali la politica continua sono profondamente
cambiati. Le grandi potenze non perseguono più i propri interessi
esclusivamente attraverso la guerra tradizionale. L'informazione, la finanza, i
mercati energetici, le sanzioni economiche, la tecnologia e perfino i flussi
migratori sono divenuti strumenti di competizione geopolitica. La guerra non è
scomparsa: si è trasformata. Questa trasformazione riflette anche un
cambiamento del capitalismo.
Per comprendere il presente occorre partire da una
constatazione. Gli Stati Uniti non occupano più la posizione che avevano nel
secondo dopoguerra. Rimangono la principale potenza militare del pianeta, ma
non sono più il centro indiscusso della produzione industriale mondiale. La
Cina è divenuta la principale piattaforma manifatturiera globale, mentre il
vantaggio competitivo americano si concentra sempre più nella finanza,
nell'innovazione tecnologica, nel controllo del dollaro e dei mercati
internazionali dei capitali. Se questa diagnosi è corretta, cambia anche la
natura dell'egemonia. Nel Novecento la ricchezza veniva spesso trasferita attraverso
il controllo diretto delle materie prime, delle colonie, delle rotte
commerciali o mediante l'intervento militare. Oggi il meccanismo appare
diverso. La principale risorsa strategica non è soltanto il petrolio o una
miniera di rame. È il capitale finanziario. L'ipotesi che propongo è semplice.
Gli Stati Uniti sembrano perseguire una forma di estrattivismo diversa da
quella classica. Non estraggono prevalentemente risorse naturali; estraggono
capitale. Il loro obiettivo strategico consiste nel mantenere il sistema
finanziario americano al centro della circolazione mondiale della ricchezza.
Per farlo è necessario che il dollaro continui a rappresentare il principale
bene rifugio del pianeta e che i mercati statunitensi rimangano la destinazione
privilegiata dei capitali internazionali. In questa prospettiva, l'instabilità
non costituisce necessariamente un incidente del sistema. Può diventare una
condizione che rafforza il ruolo centrale degli Stati Uniti. Ogni crisi
internazionale produce infatti una redistribuzione della ricchezza.
Quando aumenta l'incertezza, gli investitori
ricercano sicurezza. Ancora oggi tale sicurezza è rappresentata, in larga
misura, dal dollaro e dai titoli del Tesoro statunitense. Ogni spostamento di
capitali verso gli Stati Uniti contribuisce a sostenere Wall Street, facilita
il finanziamento del debito federale e rafforza la capacità americana di
esercitare influenza sull'economia mondiale. Non è necessario dimostrare che
ogni crisi venga deliberatamente provocata da Washington per osservare questo
meccanismo. È sufficiente constatare chi sostiene i costi e chi beneficia
sistematicamente dei movimenti internazionali di capitale. La stessa logica può
essere applicata alla comunicazione politica. Molti osservatori interpretano le
dichiarazioni di Donald Trump come espressione di impulsività o di
improvvisazione. È possibile. Ma è anche possibile una lettura differente.
Le sue dichiarazioni producono regolarmente forti
oscillazioni nelle aspettative dei mercati. Il punto, però, non è stabilire se
le Borse salgano o scendano. Ogni fase di elevata volatilità genera
contemporaneamente vincitori e perdenti. La volatilità è essa stessa una
risorsa economica. L'annuncio della sospensione temporanea dei dazi, preceduto
dal messaggio pubblicato su Truth Social in cui Trump invitava a considerare
quello come «un grande momento per comprare», alimentò interrogativi tanto
rilevanti da indurre i senatori Adam Schiff e Ruben Gallego a chiedere
un'indagine sull'eventuale utilizzo di informazioni privilegiate. La richiesta
di un'indagine non dimostra l'esistenza di illeciti. Dimostra, però, quanto
stretta possa essere la relazione tra comunicazione politica e mercati
finanziari. È quindi legittimo domandarsi se la crescente instabilità
comunicativa rappresenti soltanto uno stile politico oppure uno strumento
capace di produrre effetti economici funzionali al mantenimento della
centralità finanziaria americana.Lo stesso ragionamento può essere esteso ai
conflitti geopolitici.
Una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz
provocherebbe un aumento dei prezzi dell'energia, colpendo soprattutto le
economie importatrici dell'Europa e dell'Asia. Al contrario, i principali
esportatori di energia estranei a quel corridoio marittimo e numerosi operatori
finanziari potrebbero trarre vantaggio dalla nuova configurazione dei mercati.
Anche l'aumento della spesa militare europea conseguente al deterioramento
della sicurezza internazionale produce effetti economici facilmente
osservabili: una quota rilevante di quella domanda si indirizza verso
l'industria della difesa statunitense. L'episodio di Ceuta offre un'ulteriore
chiave di lettura. In quel caso il fenomeno migratorio cessa di essere soltanto
una questione umanitaria e diventa uno strumento di pressione diplomatica. Ciò
dimostra come, nella competizione contemporanea, anche fenomeni apparentemente
estranei alla guerra possano essere utilizzati come strumenti di conflitto.
Mercati, energia, migrazioni, informazione e finanza non sostituiscono la
guerra tradizionale. Ne ampliano gli strumenti. Per questa ragione considero
insufficiente interpretare gli avvenimenti internazionali come episodi
separati. Le guerre commerciali, le crisi energetiche, la volatilità
finanziaria, le tensioni geopolitiche e le campagne di comunicazione sembrano
elementi di un medesimo quadro sistemico. La domanda decisiva non è se Donald
Trump agisca in modo imprevedibile. La domanda è un'altra. Quale forma assume
l'egemonia americana nella fase finanziaria del capitalismo?
In conclusione la mia impressione è che gli Stati
Uniti stiano progressivamente sostituendo l'estrazione diretta delle risorse
con una diversa forma di estrazione della ricchezza: quella esercitata
attraverso la centralità del dollaro, dei mercati finanziari e della capacità
di attrarre capitale mondiale. Se questa interpretazione coglie almeno una
parte della realtà, allora Clausewitz continua ad avere ragione. La guerra
rimane la prosecuzione della politica con altri mezzi. Solo che, nel XXI
secolo, quei mezzi non sono più soltanto gli eserciti. Sono i mercati, la
finanza, il dollaro, l'energia, l'informazione e la gestione dell'instabilità.
È forse questa la forma contemporanea dell'egemonia.
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