Una voce che vale la pena ascoltare




Pubblico volentieri questa nuova riflessione di Gerardo Lisco, una persona che stimo e con la quale, anche quando non condivido ogni passaggio, trovo sempre il piacere del confronto e della discussione.

È anche questa, del resto, la ragione per cui ho immaginato Pensieri Meridiani: un luogo aperto alle persone che stimo, alle idee che interrogano e persino a quelle che possono mettere in discussione le mie convinzioni. Non credo nei blog costruiti come recinti ideologici, nei quali si invitano soltanto quelli che hanno già la risposta giusta.

Io sono, per cultura e per convinzione, un liberale e un riformista che guarda al centrodestra. Ma proprio per questo considero la libertà un valore che non può essere praticato soltanto quando ci fa comodo. La libertà è anche confronto, curiosità, capacità di ascoltare l'argomento dell'altro senza sentirsi obbligati a trasformarlo immediatamente in un nemico.

Gerardo affronta questa volta il rapporto tra sinistra, progressismo culturale e cultura woke, ponendo una domanda che va oltre le appartenenze politiche: chi rappresenta oggi la sinistra e quale rapporto esiste ancora tra il progressismo culturale e le classi popolari? È una questione che riguarda la sinistra, certo, ma che può interessare anche chi, come me, guarda alla politica da una diversa prospettiva liberale e riformista.

Perché una buona discussione politica non comincia dalla certezza di avere ragione. Comincia dalla disponibilità a capire perché l'altro pensa diversamente.

Gianfranco Blasi

 

La sinistra senza il popolo? — Dalla centralità di classe al progressismo culturale

 

di Gerardo Lisco



Dopo le recenti dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez e l'intervento di Giuseppe Conte apparso oggi su la Repubblica a proposito dell'ideologia woke, una riflessione mi sembra opportuna. Una riflessione che non può che partire dal rapporto, tutt'altro che scontato, tra sinistra e progressismo. A riaprire il dibattito è stata Ocasio-Cortez, che riferendosi alla stagione apertasi intorno al 2020 ha usato un'espressione piuttosto netta: «Woke 1 was crazy». Pochi giorni dopo Conte ha sostenuto che il woke, pur avendo avuto il merito di portare alla luce forme reali di discriminazione, abbia finito in alcune sue manifestazioni per trasformarsi in una sorta di «religione morale autoreferenziale» e che non possa costituire l'ossatura ideologica di una forza progressista. Dichiaro subito il mio punto di vista. La mia critica all'ideologia woke non nasce oggi e non aveva bisogno delle parole di Ocasio-Cortez per sentirsi legittimata. Per inciso non mi sono mai sentito rappresentato dalla Ocasio – Cortez. Ne ho scritto più volte negli anni, anche recensendo lavori di Neumann e Rhodes, e continuo a considerare il woke, nelle sue espressioni più radicali, un'ideologia autoritaria, con una vocazione totalitaria e capace di assumere modalità che non esito a definire squadriste. Proprio per questo mi ha colpito il conformismo di molte reazioni di questi giorni. Tesi che fino a ieri potevano essere facilmente liquidate come conservatrici o reazionarie sembrano improvvisamente diventate discutibili e persino legittime dopo essere state pronunciate da una delle figure simbolo della sinistra progressista americana. C'è qualcosa di paradossale: dopo avere importato dagli Stati Uniti buona parte delle categorie del progressismo identitario, rischiamo ora di importare dagli Stati Uniti persino l'autorizzazione a criticarle. Ma il punto che mi interessa è ancora più profondo. Che rapporto esiste oggi tra sinistra e progressismo? Essere di sinistra ed essere progressisti significa davvero la stessa cosa? La distinzione tra sinistra e progressismo è essenziale per comprendere alcune delle trasformazioni più profonde della politica occidentale contemporanea. I due concetti oggi vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma appartengono a genealogie differenti. La sinistra storica si costituisce principalmente intorno alla questione sociale: lavoro, classe, proprietà, distribuzione della ricchezza, welfare e rapporti di potere economico. Il progressismo riguarda invece soprattutto l'evoluzione dei valori e dei costumi, l'estensione dei diritti individuali, il riconoscimento delle minoranze e il superamento di norme sociali considerate discriminatorie. Le due dimensioni possono naturalmente convergere, ma non necessariamente coincidono. È all'interno di questa distinzione che può essere collocato il fenomeno comunemente definito "woke". Il termine è ormai talmente utilizzato in senso polemico da aver perso parte della sua precisione originaria, ma può essere impiegato, con le dovute cautele, per indicare una particolare evoluzione del progressismo culturale caratterizzata da una forte attenzione alle discriminazioni legate a razza, genere, orientamento sessuale, identità di genere, linguaggio e rappresentazione. In questa prospettiva, i rapporti di potere non vengono interpretati soltanto attraverso la posizione economica degli individui, ma anche attraverso l'appartenenza a gruppi che possono essere oggetto di differenti forme di discriminazione.Questo paradigma non appartiene necessariamente alla tradizione socialista. Può infatti convivere tanto con politiche economiche fortemente redistributive quanto con un'economia sostanzialmente liberale. Una grande impresa può adottare politiche molto avanzate sul piano della diversità, dell'inclusione e della rappresentanza delle minoranze senza mettere minimamente in discussione i rapporti di proprietà, la distribuzione della ricchezza o il rapporto tra capitale e lavoro. È precisamente questa possibilità a spiegare una parte delle critiche rivolte al progressismo identitario da settori della sinistra socialista e materialista. La questione, tuttavia, è più profonda della semplice contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali. Riguarda il soggetto stesso che la sinistra intende rappresentare. Una parte della sinistra contemporanea concepisce la propria base come una coalizione tra lavoratori, giovani istruiti, minoranze etniche, movimento femminista, movimento LGBT, ambientalismo e ceti urbani progressisti. In questa concezione le differenti forme di disuguaglianza — economica, razziale, sessuale, culturale — sono considerate complementari e devono essere combattute contemporaneamente. La critica di Sahra Wagenknecht investe proprio questa trasformazione. Non consiste semplicemente nel sostenere che la sinistra dovrebbe occuparsi maggiormente di salari, pensioni o welfare. La sua contestazione è più radicale: una sinistra che assume come proprio universo culturale quello dei ceti urbani altamente istruiti, cosmopoliti e progressisti rischia di perdere la capacità di rappresentare le classi popolari anche quando continua a proporre politiche economiche favorevoli a queste ultime. In altri termini, il problema non riguarda soltanto il programma economico, ma la cultura politica attraverso la quale quel programma viene proposto. Una parte consistente delle classi popolari può essere favorevole a salari più elevati, servizi pubblici, maggiore tassazione dei grandi patrimoni e protezione sociale, senza condividere necessariamente l'intero universo culturale progressista su immigrazione, identità, linguaggio, genere e trasformazione dei costumi. La domanda posta dalla critica wagenknechtiana è quindi se una forza di sinistra possa continuare a rappresentare queste persone senza chiedere loro, implicitamente o esplicitamente, di aderire preventivamente a un determinato sistema culturale. È a questo punto che il confronto con il vecchio PCI italiano diventa particolarmente interessante. Non perché il PCI possa essere semplicemente assimilato alle posizioni di Wagenknecht, ma perché costruiva il proprio blocco sociale secondo una logica differente da quella di una parte del progressismo contemporaneo. Il soggetto fondamentale era il mondo del lavoro. Intorno alla classe operaia il PCI cercava di costruire alleanze con contadini, impiegati, ceti medi, intellettuali, giovani e settori del mondo cattolico. Questi gruppi non dovevano necessariamente diventare culturalmente omogenei per appartenere allo stesso progetto politico. Un operaio comunista poteva avere valori familiari relativamente tradizionali, essere cattolico o provenire da una cultura popolare profondamente diversa da quella di un intellettuale comunista delle grandi città. La funzione del partito consisteva anche nel costruire un progetto politico capace di unificare soggetti culturalmente differenti attraverso interessi sociali e obiettivi politici comuni. Questo non significa affatto che il PCI fosse indifferente alla cultura. Al contrario, soprattutto attraverso la lezione gramsciana, attribuiva alla battaglia culturale un'importanza enorme. L'egemonia consisteva proprio nella capacità di trasformare una determinata concezione della società in senso comune e di costruire intorno ad essa un blocco storico. Ma la cultura aveva una funzione prevalentemente unificante: doveva permettere a gruppi differenti di riconoscersi in un progetto generale di trasformazione della società. Qui emerge una differenza significativa rispetto a una parte della politica identitaria contemporanea. La logica gramsciana tende a partire da soggetti sociali differenti per costruire una nuova universalità politica; il progressismo identitario tende maggiormente a riconoscere la specificità delle differenti condizioni e discriminazioni per poi comporle all'interno di una coalizione. Non si tratta necessariamente di stabilire quale modello sia moralmente superiore, ma di riconoscere che si tratta di due differenti modalità di costruzione del soggetto politico. Anche la sinistra americana contemporanea deve essere analizzata attraverso questa distinzione. Sarebbe semplicistico classificare figure come Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez o Zohran Mamdani come semplicemente liberal. Sul piano economico le loro proposte possono essere molto più radicali di quelle di numerosi partiti socialdemocratici europei: forte redistribuzione, tassazione dei redditi elevati, servizi pubblici, politiche abitative, rafforzamento dei diritti dei lavoratori e critica della concentrazione della ricchezza. Da sottolineare che oggi più socialdemocratici sono socialiberali. Ma programma economico, base sociale e cultura politica sono tre dimensioni differenti. Una forza può essere radicalmente redistributiva sul piano economico e contemporaneamente collocarsi culturalmente nell'universo delle grandi metropoli, dei giovani altamente istruiti, delle professioni intellettuali, delle minoranze e dei ceti cosmopoliti. È proprio questo che rende particolarmente interessante il fenomeno Mamdani: esso rappresenta il tentativo di recuperare una forte politica di classe senza rinunciare al progressismo culturale. Si delineano così almeno tre modelli distinti. Il primo è quello liberal-progressista, culturalmente avanzato ma economicamente compatibile con il capitalismo liberale. Il secondo, rappresentato in forme diverse da Sanders, Ocasio-Cortez e Mamdani, cerca di combinare una politica economica socialista o socialdemocratica radicale con il progressismo culturale. Il terzo, riconducibile all'esperimento di Wagenknecht, mantiene una forte politica redistributiva ma contesta l'egemonia culturale del progressismo contemporaneo e tenta di ricostruire una rappresentanza delle classi popolari anche quando queste sono culturalmente moderate o conservatrici. La vera contrapposizione, dunque, non è soltanto tra socialismo e liberalismo. Esiste anche una frattura tra una sinistra socialista inserita nella cultura progressista metropolitana e una sinistra sociale che vuole rompere o almeno ridimensionare l'egemonia di quella cultura. Il caso del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte può essere interpretato all'interno di questa trasformazione. Per un periodo il M5S ha mantenuto un rapporto significativo con Wagenknecht, che Conte ha anche invitato e intervistato a Nova. Quel rapporto sembrava indicare la possibilità di una convergenza fondata su critica delle disuguaglianze, welfare, pacifismo, opposizione al riarmo e recupero delle classi popolari. Successivamente, però, il M5S ha consolidato la propria collocazione nel gruppo The Left al Parlamento europeo e, sul piano italiano, ha costruito un rapporto sempre più stretto con Alleanza Verdi e Sinistra e una significativa convergenza con settori della CGIL. Questa rete di rapporti colloca il Movimento all'interno di un campo che tende a concepire diritti sociali e diritti civili come parti complementari dello stesso progetto progressista. Il caso della CGIL è particolarmente significativo. Il sindacato non considera la partecipazione ai Pride o le battaglie contro le discriminazioni LGBT come qualcosa di estraneo alla propria funzione storica. La sua concezione contemporanea della tutela sindacale considera il lavoratore contemporaneamente nella sua posizione economica e nelle altre dimensioni della sua identità. Difendere una persona dalla discriminazione legata all'orientamento sessuale o all'identità di genere viene quindi interpretato come un'estensione della tutela del lavoratore e del principio generale di uguaglianza. 




È esattamente su questo punto che la concezione progressista e quella wagenknechtiana divergono. Per la prima, questione sociale e differenti forme di discriminazione possono essere integrate all'interno dello stesso progetto. Per la seconda, la crescente centralità delle identità rischia di modificare progressivamente il soggetto della sinistra, sostituendo alla centralità della condizione sociale una coalizione di differenti identità e, soprattutto, associando la rappresentanza politica delle classi popolari all'adesione a un universo culturale che non necessariamente appartiene loro. In questo quadro può essere interpretata anche la recente presa di distanza di Conte da alcuni aspetti del fenomeno woke attraverso il riferimento implicito alle posizioni di Ocasio-Cortez. Più che una svolta in direzione wagenknechtiana, essa sembra compatibile con una correzione interna al campo progressista: recuperare la centralità di salari, lavoro, welfare, costo della vita e disuguaglianze materiali, prendendo contemporaneamente le distanze dagli aspetti più controversi della politica identitaria, senza però rompere con il paradigma generale del progressismo. La differenza è politicamente sostanziale. Wagenknecht mette in discussione il paradigma; Ocasio-Cortez può consentire di correggerlo dall'interno. Per Conte la seconda operazione è molto più compatibile con il rapporto costruito con AVS, con The Left, con settori della CGIL e più generalmente con la prospettiva di un campo progressista italiano. A questa dinamica si aggiunge la questione dell'influenza culturale statunitense. Negli ultimi decenni una parte consistente del vocabolario attraverso cui la sinistra europea discute di identità e discriminazioni è stata elaborata negli Stati Uniti: woke, identity politics, intersectionality, privilege, diversity, equity and inclusion, cancel culture. Molte di queste categorie sono state successivamente importate nel dibattito europeo, spesso applicandole a società con storie politiche, strutture di classe e conflitti sociali molto differenti da quelli americani. Si può quindi avanzare l'ipotesi di una forma di soft power culturale americano: non necessariamente una subordinazione politica diretta, ma la capacità del sistema culturale statunitense di stabilire il linguaggio attraverso cui anche altri sistemi politici interpretano i propri conflitti. Il paradosso è che oggi anche la revisione critica di alcune forme del progressismo identitario tende ad arrivare dagli Stati Uniti. Prima vengono importate le categorie del progressismo americano; successivamente vengono importate anche le categorie attraverso cui quel progressismo corregge sé stesso. Per la sinistra italiana il paradosso è particolarmente evidente, perché essa possiede una tradizione teorica autonoma molto più antica per affrontare il rapporto tra classe, cultura ed egemonia. Gramsci, il PCI e il movimento operaio italiano avevano elaborato strumenti concettuali specifici per comprendere come differenti gruppi sociali potessero essere riuniti all'interno di un progetto politico comune. Il rischio è quindi che una tradizione politica dotata di una propria teoria dell'egemonia finisca per interpretare la propria crisi utilizzando prevalentemente categorie prodotte altrove. Sul tema basti pensare al rapporto con cultura Cattolica. Gramsci ne già nel 1918 alla viglia della ondazione del P.P.I.. La questione fondamentale che emerge non è dunque se la sinistra debba essere favorevole o contraria al Pride, né se debba scegliere astrattamente tra diritti civili e diritti sociali. La domanda è molto più profonda: chi è oggi il soggetto della sinistra? Se esso è concepito come una coalizione progressista composta da lavoratori, giovani istruiti, minoranze, ambientalismo, femminismo, movimento LGBT e ceti urbani cosmopoliti, allora il progetto rappresentato dalla nuova sinistra americana possiede una propria coerenza: radicalizzare la politica economica mantenendo contemporaneamente il progressismo culturale. Se invece il punto di partenza sono le classi popolari definite principalmente dalla loro condizione materiale, bisogna accettare che esse possano essere culturalmente eterogenee: progressiste, moderate, religiose, tradizionali, cosmopolite oppure legate alle proprie comunità territoriali. In questo secondo paradigma, il compito della sinistra non consiste nel selezionare culturalmente il proprio popolo, ma nel costruire un progetto politico capace di unificarne le differenze. È precisamente qui che il confronto con il PCI torna ad acquistare attualità. Non si tratta di chiedersi anacronisticamente quale posizione avrebbe assunto Berlinguer sulle controversie culturali contemporanee. La domanda più utile è un'altra: come riusciva quella sinistra a costruire un'appartenenza politica comune tra persone che avevano valori, sensibilità e stili di vita molto differenti? Da questa prospettiva, PCI, Wagenknecht, Sanders, Ocasio-Cortez, Mamdani, CGIL, AVS e il M5S di Conte rappresentano risposte differenti allo stesso problema storico: come ricostruire un blocco sociale maggioritario dopo l'indebolimento della tradizionale identità di classe. La frattura decisiva della sinistra contemporanea potrebbe quindi non essere semplicemente quella tra moderati e radicali o tra riformisti e socialisti. Potrebbe attraversare lo stesso campo della sinistra economica: da una parte chi ritiene possibile e necessario unire redistribuzione e progressismo culturale; dall'altra chi ritiene che proprio l'egemonia culturale progressista costituisca uno degli ostacoli alla ricostruzione di una rappresentanza politica delle classi popolari. In ultima analisi, la questione può essere formulata attraverso un'alternativa fondamentale: la sinistra deve costruire un blocco politico a partire dalla comune condizione sociale, accettandone l'eterogeneità culturale, oppure deve costruire una coalizione nella quale appartenenza sociale e adesione a un insieme di valori progressisti tendono a diventare inseparabili? È probabilmente intorno alla risposta a questa domanda, più che intorno all'etichetta "woke", che si giocherà una parte importante della ridefinizione della sinistra occidentale.

 

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